In quello che è stato l’annus mirabilis di Zack Snyder (trend topic, Justice League di 3 ore e 10, interviste e titoloni di Repubblica) Army of the Dead si colloca come il perfetto sunto del successo del regista di Green Bay e, allo stesso tempo, di tutto ciò che lo rende una delle personalità più divisive del mondo cinematografico contemporaneo.

Si, perché il nuovo zombie movie di Netflix, oltre ad aver fatto registrare circa 72 milioni di spettatori solo nella prima settimana di programmazione, diventando il nono film più visto di sempre sulla piattaforma, è anche il primo capitolo di un nuovo universo cinematografico. In cantiere c’è un film prequel diretto da Matthias Schweighöfer e una serie animata spinoff dal titolo Army of the Dead: Lost Vegas. Nonostante questo, come capostipite di un nuovo franchise, la pellicola rimane piuttosto chiusa, perdendosi a lungo andare in questioni autoriferite, piuttosto che pensate per essere espanse. Ne esce un film pieno e schiavo delle ambizioni e le arroganze di Snyder, figlie delle altissime idee che ha di sé, motivi per i quali a più di qualcuno ha fatto storcere il naso. Successo e divisione.

Quello che però rimane fuor di dubbio è che potremmo essere di fronte all’alba di una nuova grande parentesi cinematografica costruita intorno alla figura dello zombie dopo quella/e immortale/i di Romero, che ne fece un’icona inserita nell’immaginario collettivo e per sempre legata ai mutamenti della realtà storica e politica della società. Se i non morti romeriani sono stati la metafora della guerra interna dell’America per poi divenire l’eco della schiavitù a cui il capitalismo ha condannato l’uomo medio, quelli snyderiani sono invece organizzati, non più relegati ad il ruolo di lento e goffo ambulante, e dotati di un istinto fondamentale per essere presi in considerazione come specie alternativa credibile da cima della catena alimentare: quello di riproduzione.

Già accennato tra l’altro, in qualche modo, anche nel remake del 2004 di Snyder proprio di quel Dawn of the Dead del 1978, punto di congiunzione con la concezione di Romero. Dal maestro dell’horror, dunque, partiamo.

Romero e la nascita dello Zombie

George Romero, cinematographe.it

È il 1968 quando George A. Romero, con due lire e qualche amico, decise di fare un B-movie violento e un po’ splatter per puro divertimento, pagando le comparse non morte con un dollaro e una maglietta omaggio. All’epoca neanche si usava il termine “zombie” per indicare mostri della pellicola, durante la quale l’unico termine che si usò per nominarli fu “ghoul”. Furono in seguito i fan stessi, come disse il regista, a ribattezzare le sue creature con quel nome.

Il film era Night of the Living Dead (La notte dei morti viventi) e divenne uno dei tanti casi cinematografici inconsapevoli, che alla loro natura disinteressata, paradossalmente, devono la grande libertà con la quale sono stati concepiti e proprio grazie ad essa hanno poi potuto toccare tematiche più alte di quelle consone a pellicole da semplice intrattenimento. Ciò che la critica dell’epoca vide fu un feroce attacco alla crisi americana degli anni ’60 e, soprattutto, una potente provocazione riguardante la presenza di un ipotetico nemico “interno”, un insospettabile vicino di casa, nel momento in cui tutti lo cercavano fuori dai propri confini.

Zombi, cinematographe.it

Gli zombie (morti viventi, scusate!) come orrorifico lato di chi pensiamo di conoscere (compresi noi stessi), spaventoso e incontrastabile. Un essere da temere, ma anche da compatire, con delle caratteristiche precise e riconoscibili. Dei tratti base utili per la nascita di una nuova mitologia.

Collegato a doppio filo con il film precedente, Zombi (Dawn of the Dead) prese quanto di più socialmente e politicamente rilevante del primo capitolo e lo risintonizzò con una società in rapido cambiamento. Alla presenza di un nuovo protagonista di colore (scelta casuale per il film precedente) e alla concentrazione sul microcosmo dei sopravvissuti, fatto di nuovi equilibri, conflitti interni, diffidenza e individualismo (tutto il contrario del popolo zombie), Romero aggiunge la location di un centro commerciale, modifica più di un comportamento dei nostri sempre lenti, ma ben più intelligenti, amici, ed esplora più approfonditamente il concetto di dignità legato alla morte e la possibilità di una nuova vita, anche in un mondo alla deriva. Gli zombie ora hanno dei ricordi e degli echi della loro condizione precedente e, dunque, schiavi del capitalismo contendono a chi è rimasto vivo uno dei monumenti statunitensi al consumo. Attratti come una falena dalla fiamma. Ma tra loro non c’è classismo, razzismo o divisioni. La loro condizione è condivisa da tutti: un livellatore sociale sulla strada per la rivoluzione, in piena antitesi al concetto militare.

La notte dei morti viventi e la prima volta di Zack Snyder

L'alba dei morti viventi, cinematographe.it

Snyder con L’alba dei morti viventi mette per la prima volta mano ad un fenomeno culturale ormai diventato indelebile e, insieme a James Gunn, impacchetta un prodotto proiettato nel XXI secolo.

Sebbene sia in realtà molto fedele alle tematiche dell’originale (microcosmo dei vivi, centro commerciale e il cameo di uno dei protagonisti del film del 1978), la pellicola si colloca gioco forza in un mondo cambiato. Gli autori decidono quindi di concentrarsi sui concetti più religiosi e spirituali legati al giorno del giudizio e alla punizione dell’umanità (c’è The man who comes around di Johnny Cash che accompagna i titoli), ma anche a presentare uno slancio di positività nella nuova riorganizzazione di chi lotta per la propria vita: un superamento dei propri conflitti interni per una rinnovata fratellanza. Il tutto riallineato ad un linguaggio più action, da intrattenimento puro, perché gli zombie sono diventati divertenti, adatti per grandi e piccini.

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Ma sono proprio i non morti ad essere ciò che è cambiato di più: c’è una nuova “vita” in loro, sia cinematografica che filosofica. Ora corrono, cacciano in branco, “pianificano” (sempre a modo loro), mossi non tanto dalla semplice fame, ma dalla voglia di uccidere, di diventare la razza dominante. Bramosi del sangue e della carne di un’umanità ora da stanare, quasi meritevole di tale sorte, ma con la quale condividono la ferocia, sebbene manifestata in un altro modo. C’è un neonato, nato zombie e da zombie in grado di stare al mondo. L’inizio di una caratterizzazione più umana che poi nel corso degli anni recentissimi si è andata stabilizzando con altre pellicole di genere.

Army of the Dead: un nuovo zombie-verso è possibile?

Alpha Zombie, cinematographe.it

Con Army of the Dead arriviamo ad un primo compimento di questa nuova fase dell’evoluzione zombie, in cui Snyder, sebbene in parte smarcandosi dalle varie eredità pesanti del genere nello svolgimento della pellicola, pianta dei semi interessanti.

Nonostante i nuovi protagonisti vengano (pare) da un altro pianeta (la presenza accennata degli UFO ad inizio film e tutte le chiacchiere a proposito dell’Area 51 lasciano ben pochi dubbi) essi, per la prima volta, mostrano la capacità di costituire una società alternativa credibile, persino più unita, più giusta e più tollerante di quella americana attuale. Gli zombie non sono più l’ultima ruota del carro dei mostri (una sorta di sottoproletariato dell’horror) e acquisiscono uno status nobiliare. Sono divisi in classi sociali, hanno acquisito dei punti di riferimento interni al loro tessuto organizzativo, sono guidati da eletti paragonabili all’uomo per intelligenza e sentimento, e, soprattutto, si muovono secondo un istinto di riproduzione.

C’è la vita al centro della Las Vegas conquistata e poi governata dai non morti (evoluzione, anch’essa, dei centri commerciali di romeriana memoria), c’è il dolore per la perdita, il bisogno della vendetta verso un mondo che non ha capito e che si è intromesso. Il loro è un regno da custodire e da difendere, non un tentativo di invasione. Il ribaltamento della visione del microcosmo (da quello dei sopravvissuti a quello zombie) è senza dubbio uno dei punti più interessanti che il film abbozza e poi sviluppa a malapena, concentrandosi sul diventare un heist movie cervellotico e con la voglia di canzonare altri autori e altri film. Ricordate? Successo e divisione.

Gli zombie: da riflesso distorto e mutilato del nostro Io, fenomeno epurativo, ma ancora schiavo dagli echi del nostro piano esistenziale, sono diventati man mano migliori di noi, facendo meno paura e facendo più riflettere, sostenuti da una spinta pop in grado di trascendere le epoche. E piacciono. E divertono. La bontà della nuova visione è da confermare, ampliare e approfondire, ma ha tutto per incuriosire. Sempre Snyder permettendo!

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