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Fin dalla Palma d’Oro conquistata nel 1989 con il film d’esordio Sesso, bugie e videotape, che diventerà modello di tanto cinema indie statunitense negli anni a venire, Steven Soderbergh ha dimostrato di essere a suo agio con diversi tipi di film, con varie realtà produttive e con differenti generi. Soderbergh ha realizzato divertimenti mainstream ( la saga di Ocean ) e opere del tutto sperimentali e rarefatte ( Bubble ), thriller ambientati nei sotterfugi delle case farmaceutiche ( Effetti collaterali ) e horror girati con lo smartphone ( Unsane ), lunghissime epopee biografiche divise in due parti ( i due film dedicati a Che Guevara ) e biopic più tradizionali ( Erin Brokovich ), dimostrando ogni volta ( o quasi ) di saper maneggiare i materiali a disposizione e di saper sperimentare con i linguaggi, le tecniche e le forme narrative. La sperimentazione e la manipolazione di linguaggi e narrazioni sono spesso diventate anche uno strumento con cui intercettare e raccontare realtà e questioni più vaste e urgenti della contemporaneità ( il feroce The informant! ). Contagion, per esempio, è un mosaico narrativo isterico e teso che abbraccia luoghi e personaggi legati tra loro dalla paura e dalle conseguenze di una pandemia globale.

Contagion: la trama

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Beth Emhoff (Gwineth Paltrow) è una donna d’affari la quale, appena tornata da un viaggio a Hong Kong, viene colpita da quella che pare inizialmente una semplice influenza. Non sarà così; la donna morirà vittima di una malattia sconosciuta classificata con la sigla Virus MEV-1. Una malattia che si propaga con estrema facilità e che presto si diffonde a macchia d’olio su tutto il globo senza lasciare molte speranze a chi viene colpito, costringendo ad una corsa contro il tempo per trovare il vaccino e scatenando un panico globale che il film di Soderbergh rende quasi tangibile.

Nel mosaico che racconta gli effetti, “materiali” e “morali”, devastanti della pandemia e la ricerca spasmodica di una soluzione, non mancano le rappresentazioni dell’informazione allarmista e senza scrupoli – il cinico blogger specializzato in teorie del complotto (Jude Law) -, della forbice sempre più larga che divide i ricchi dai poveri con le conseguenti tensioni e recriminazioni e, nel finale che spiega allo spettatore come la malattia è arrivata all’uomo, della questione dell’eccessivo sfruttamento delle risorse naturali.

In Contagion quindi, nel racconto della corsa contro il tempo e nella rappresentazione – talvolta più acuta e talvolta più ovvia – dei vari modi in cui una malattia può colpire il privato, riecheggiano questioni più vaste. Del resto basta ricordare i telegiornali di certi periodi degli ultimi anni (ricordate quando l’ebola sembrava essere alle porte di casa?) per capire come l’epidemia globale sia una paura pronta a esplodere al minimo allarme. Un timore che ovviamente è connaturato nell’umanità (un esempio tra i tanti, l’arte medievale che esorcizzava la paura della peste) che però nella contemporaneità ha assunto anche la connotazione inedita di possibile effetto collaterale della globalizzazione, altra questione che emerge tra le righe nel mosaico realizzato da Soderbergh.

Contagion: un thriller teso e isterico

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Contagion in fin dei conti può essere definito un thriller apocalittico, in particolare per la tensione che nasce dal racconto della corsa contro il tempo e di tutte le problematiche che questa nasconde. Il film è teso e isterico, inquietante e irrequieto, ma non dà la sensazione di essere troppo frenetico e confuso. Soderbergh, anche rimediando ad una sceneggiatura che alterna acutezze a cose più ovvie, gestisce e incastra alla perfezione i numerosi personaggi e le varie via di fuga geografiche e temporali che compongono questo mosaico sulla possibile fine dell’umanità. Contagion è un film anzi estremamente compatto, in cui tutto si fonde nel creare la sensazione di paura incombente e inevitabile e nel far risaltare questioni scottanti della contemporaneità che lo scoppio della pandemia fa esplodere in tutto il loro caos.

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Se tutto fila liscio e se Contagion, film con una grande produzione alle spalle e con un cast “all star” ( Matt Damon, Kate Winslet, Marion Cotillard, Elliott Gould sono solo alcuni nomi ), spicca nel gruppo di thriller apocalittici più mainstream è grazie alla già citata capacità del regista di manipolare stili e linguaggi, di riflettere sulle possibilità e sulle forme del cinema e sulla sua capacità di continuare a coinvolgere e parlare dell’oggi. Soderbergh, proprio per il suo talento nel variare e nel maneggiare generi e tipi di film diversi, può essere considerato un erede dei registi protagonisti del cinema classico, nonostante la riflessione e la sperimentazione sul “mezzo” sia continua e dia alla sua filmografia un valore anche strettamente “teorico”.

In Contagion c’è tutto questo, pur essendo leggermente inferiore ad altre fatiche del regista  ( per rimanere negli ultimi anni, The Informant!, Effetti collaterali e Magic Mike sono complessivamente più riusciti ) e pur presentando una caratteristica che spesso torna nella cinematografia di Soderbergh: una certa freddezza e un certo distacco che non sempre permettono ai suoi film di creare nello spettatore tutto il coinvolgimento emotivo ed empatico possibile.

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