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Una delle prime scene del film fornisce una perfetta metafora di quella che sarà l’esperienza di vedere L’Uomo di Neve: un’automobile in corsa all’improvviso scivola su un grande lago ghiacciato. La superficie, sottile, è liscia, e gli pneumatici scorrono senza intoppi fino ad esaurire la propria forza d’inerzia. Se non si è capito, il lastrone di ghiaccio è il film, che scorre liscio, piatto e freddo mentre l’attenzione dello spettatore (l’automobile) ci scivola sopra senza trovare alcun attrito, nessun appiglio su cui soffermarsi o alcunché di interessante da ricordare.

L'Uomo di Neve
Michael Fassbender è il detective Harry Hole

Tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore norvegese Jo Nesbø, autore di thriller diventati best-seller in tutto il mondo, L’Uomo di Neve racconta la storia del detective Harry Hole interpretato da Michael Fassbender (Song to Song, Alien: Covenant) alle prese con un perverso serial killer che uccide e decapita donne durante le frequenti nevicate, lasciando un pupazzo di neve su ogni scena del crimine. Sebbene sia tratto da quello che è uno dei romanzi centrali della saga dedicata a Harry Hole, il film non presenta evidenti segni di continuity con altre opere, dimostrandosi perfettamente autoconclusivo e, allo stesso tempo, facendo sorgere qualche dubbio sulla scelta di estrapolare una storia dal suo più ampio contesto, privandola di una cornice che avrebbe contribuito a delinearne più in profondità i personaggi.

L’Uomo di Neve: un film superficiale che non scava a fondo nei personaggi e nella storia

Il problema fondamentale del film è proprio questo: la superficialità. Come il ghiaccio che ricopre ogni inquadratura, L’Uomo di Neve è un film sottile e privo di spessore, con una storia lineare e prevedibile e dei personaggi grossolanamente caratterizzati facendo ampio ricorso a stereotipi già più volte visti al cinema. La sceneggiatura di Hossein Amini e Peter Straughan non scava a fondo, limitandosi a scrostare la superficie di una storia già poco originale e resa, grazie ai dialoghi insipidi e ai personaggi banali, ancora meno interessante. A poco servono le prestazioni del cast, che nonostante gli sforzi non riesce a salvare un copione pieno di buchi e vicoli ciechi, rispetto al quale lo spettatore si trova sempre diversi passi avanti, disattendendo uno dei principi fondamentali del thriller: la sorpresa.

Tra gli altri membri del cast, J.K. Simmons (Justice League, Whiplash) interpreta Arve Støp, un uomo d’affari dalla losca reputazione e dai sinistri vizi, un personaggio che ben si sarebbe prestato a reggere una sottotrama ben articolata sulla corruzione dei costumi nell’upper class norvegese, dove la dorata patina superficiale nasconde una realtà di depravazione e cinismo. In realtà, Støp non è altro che uno specchietto per le allodole, uno spunto che risalta solo in quanto potenziale inespresso.

Non ci sono sorprese, ne L’Uomo di Neve. Ogni svolta di trama è prevedibile e tutto è immediatamente chiaro, tranne che ai personaggi sullo schermo, che cercano di ricomporre un puzzle elementare che il pubblico in sala ha già risolto. Non solo, la sceneggiatura risulta talmente lacunosa che qualsiasi spettatore, smaliziato da anni di cinema incentrato su serial killer e indagini poliziesche, finisce per porsi domande e dubbi che non sfiorano mai i protagonisti del film, minando la credibilità della storia raccontata. Allo stesso modo il copione indugia con insistenza in sottotrame del tutto secondarie che nulla hanno a che vedere con la storia principale, false piste che distolgono l’attenzione dal killer concentrandosi su personaggi e vicende che non suscitano alcun reale interesse.

In L’Uomo di Neve la regia maldestra mette in mostra l’artificio cinematografico e annulla qualsiasi potenziale drammatico

A peggiorare la situazione congiura la regia scolastica di Tomas Alfredson, una vera sorpresa negativa dopo gli ottimi Lasciami Entrare e La Talpa. Le inquadrature rifuggono qualsiasi pretesa artistica per limitarsi a seguire lo svolgersi degli eventi dal punto di vista più comodo ed essenziale, senza lasciar trasparire alcuna impronta personale. La successione delle inquadrature avviene come da manuale, con un’alternanza di piani e campi impeccabile ma decisamente elementare.

l'uomo di neve

Una regia così essenziale avrebbe giovato di un montaggio che contribuisse a compensarne i limiti; purtroppo anche questa opportunità è andata perduta. I tagli tra un’inquadratura e la successiva arrivano spesso troppo presto o troppo in ritardo, sottolineando la goffaggine della realizzazione e palesando l’artificio agli occhi del pubblico. Il palesarsi della finzione cinematografica è ottenuto anche dalla maldestra messa in scena, che nel suo disperato tentativo di apparire realistica dimostra in realtà tutto il suo carattere di ricostruzione. Tra tutti, la piega del giornale che copre la fotografia di Arve Støp, da quel momento sospettato di essere il colpevole, e che viene poi mostrata nel momento in cui la sceneggiatura ne richiede la rivelazione rappresenta la più esplicita ammissione di artificiosità del mondo rappresentato all’interno del film; un giornale stropicciato dovrebbe essere l’elemento più verosimile e quotidiano previsto dalla messa in scena, ma la studiata disposizione di tale oggetto paradossalmente ne denuncia la finzione.

Il vero difetto, imperdonabile, di L’Uomo di Neve, però, è la noia.

Un thriller che non riesce a suscitare interesse o a emozionare il suo pubblico è un’opera che ha fallito il suo compito, ed è questa la sensazione che accompagna la conclusione del film. Il ritmo costante e privo di un autentico climax depotenzia qualsiasi tentativo di suspance e di costruzione della tensione, anche a causa del copione mal scritto e della regia impersonale, come già sottolineato. L’assenza di un qualunque sottotesto, inoltre, riduce ulteriormente il valore del film, che si dimostra un mediocre thriller senza corpo e senza anima.

L’Uomo di Neve è in uscita al cinema dal 12 ottobre con Universal Pictures.