Free Guy – Eroe per gioco: recensione del film con Ryan Reynolds

Ryan Reynolds è il personaggio di un videogioco, ma non lo sa. Servirà l'intervento di Jodie Comer per risvegliarlo e convincerlo a cambiare il (suo) mondo. Free Guy-Eroe per gioco, in sala dall'11 agosto 2021.

L’uscita originale era prevista un anno fa, c’è stato da pazientare. Ma alla fine, archiviata la stagione dei rinvii, è arrivata l’ora di Free Guy – Eroe per gioco. Il film è un curioso ibrido di fantascienza, azione e commedia diretto da Shawn Levy (Una notte al museo). E intepretato, con la consueta verve comica e presenza fisica, da un peso massimo del cinema commerciale americano come Ryan Reynolds. Lo sbarco nelle sale italiane è previsto per l’11 agosto 2021, distribuito da Walt Disney Pictures Italia/ 20th Century Fox. Completano il cast Jodie Comer, Taika Waititi (proprio lui) e Joe Keery.

La ricetta è succulenta. Risate, azione, sentimento, interrogazioni esistenziali, videogiochi. Molta carne al fuoco per lo standard di un prodotto che, per vocazione e necessità di cassa, dovrebbe limitarsi a occupare un paio d’ore della vita dello spettatore senza complicare troppo le cose. Quindi, quale bilancio?

Free Guy – Eroe per gioco: Milly è reale, Guy no. Ma trovano il modo di aiutarsi

Free Guy Eroe per gioco cinematographe.it

Non si rende conto, Guy (Reynolds), che c’è qualcosa che non va nella sua vita. Anche una quieta disperazione, vestita in Technicolor, ha le sue attrattive. Una galleria degli orrori da giorno della marmotta; caffè bollenti, pesci rossi, rapine a cadenza quotidiana, completi in serie, violenza ovunque. Un leggero baratro in fondo al cuore, una verginità che è metafora (tragica), ma va anche presa alla lettera. Guy è programmato per disperare ma non arrendersi, data la sua natura di PNG (personaggio non giocatore) in un videogioco open world, che lascia cioè al giocatore una certa libertà di interagire con l’ambiente. Guy è inesistente e inconsapevole. Per fare i conti con la realtà, ha bisogno di incontrare Milly.

Milly è interpretata da Jodie Comer, che per Free Guy – Eroe per gioco recupera un po’ di quell’istinto trasformista che tanta fortuna le ha regalato in Killing Eve. La ragazza è la geniale programmatrice di Free City, così si chiama il gioco, l’ha messo su insieme a Keys (Joe Keery). Visita la città degli algoritmi perché ha un segreto, e questo segreto coinvolge il perfidamente su di giri Antwan, Taiki Waititi che il pubblico conosce come regista di Thor: Ragnarok e Jojo Rabbit. Ma che funziona anche come caratterista. Qui mette alla prova il suo charme di eccentrico diavoletto.

Milly e Guy sono i Romeo e Giulietta dell’era digitale, con qualche sorpresa da non anticipare. Il film, tra l’altro, lavora su un meccanismo narrativo di stampo fiabesco rovesciandone l’esito. Dove l’uomo è il bello addormentato, risvegliato da un contatto fortuito e poche parole. Guy è poco più di un algoritmo, programmato per accendersi d’amore di fronte a Milly. Non la abbandonerà nella sua missione. L’intelligenza artificiale, recuperata dal baratro esistenziale grazie alla forza dell’amore, prende coscienza del mondo che la circonda e si ribella. La creatura comincia a vivere a modo suo, prende il sopravvento sull’inerme creatore e migliora l’opera. La tenacia candida e innocente di Guy ha qualcosa di chapliniano, ok questa è un’esagerazione. Il suo messaggio di rinascita è pacifista e un po’ ingenuo. Ma fa colpo.

Shawn Levy è un regista che sa integrare riferimenti esterni nel suo cinema. Ryan Reynolds un brand di comicità e azione ormai ben calibrato

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Sa come si fa, Shawn Levy, altrove regista e produttore esecutivo di Stranger Things, a centrifugare stimoli e influenze culturali “altre” nel suo lavoro. Dirige Free Guy – Eroe per gioco su sceneggiatura di Mat Lieberman e Zak Penn. Rubata l’estetica, e i meccanismi narrativi, al mondo dei videogiochi. Riciclato il trauma esistenziale di una vita di cartapesta che prende coscienza della propria illusorietà, noleggio filosofico da The Truman Show. Addirittura alcuni contorcimenti visivi nei momenti di maggior pathos sussurrano di lontane influenze nolaniane. Questo per dire che il film ha un orizzonte di riferimenti piuttosto importante, nel complesso riesce a integrarli bene nella storia. Si poteva osare di più sulla profondità dei contenuti.

Talvolta la citazione perde in sottigliezza e si trasforma in facile strizzata d’occhio alla cultura popolare contemporanea. Capita a ridosso della conclusione, un ammiccamento che sa tanto di product placement. Input dei piani alti, con ogni probabilità. Per il resto, l’azione è serrata e coreografata adeguatamente, l’umorismo è solido. La parentesi sentimentale è gestita con abilità insinuante per buona parte del film, risolta sbrigativamente sul finale.

Il film è cucito su misura per Ryan Reynolds. Quasi un percorso autoriale il suo, definirlo brand forse è più corretto. Depurata dalla scorrettezza (graditissima) del suo Deadpool, la risata di Free Guy – Eroe per gioco si adatta al temperamento del suo vulcanico protagonista replicando un modello già sperimentato altrove. Un umorismo autoironico con punte demenziali, messo al servizio di una più tradizionale cornice action.

Regia - 2.5
Sceneggiatura - 2.5
Fotografia - 3
Recitazione - 2.5
Sonoro - 2.5
Emozione - 3

2.7