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Vi siete mai chiesti cosa succede dopo un happy ending? La regista Beeban Kidron cerca di rispondere a questa domanda in Che pasticcio, Bridget Jones! (2004), sequel del famosissimo Il diario di Bridget Jones (2001).

Il diario di Bridget Jones: recensione del film con Renée Zellweger

La vita di Bridget Jones (Renée Zellweger) scorre felice e senza troppi problemi. Lavora come giornalista televisiva riuscendo a rendere ridicolo anche il più semplice dei servizi; al suo fianco un uomo (Colin Firth) affascinante e con una pazienza quanto mai zen. La vita professionale e quella amorosa sembrano scorrere serene ma, come in ogni commedia che si rispetti, Bridget dovrà fare i conti con un imprevisto: la gelosia. L’assistente del fidanzato è ovviamente bellissima, con due gambe lunghissime, gentile e brillante. Ecco allora come le giornate della nostra protagonista cominciano a riempirsi di mille e mille dubbi. A complicare ulteriormente le cose ci si metterà l’ex capo Daniel Clever, tanto affascinante, quanto inaffidabile (Hugh Grant). Mettiamoci poi anche un viaggio in Thailandia e un’accusa di traffico di droga a comporre un minestrone di un sequel non del tutto riuscito.

Che pasticcio, Bridget Jones! cinematographe.it

Che pasticcio, Bridget Jones! – un sequel che non convince

La protagonista, Bridget Jones, risulta poco credibile rispetto al film precedente. Rare sono quelle sequenze in cui non si ride a denti stretti, forse l’unica è quella in cui la protagonista si reca in farmacia con gli sci alla ricerca di un test di gravidanza. Questo secondo capitolo sembra limitarsi a ripescare alcuni temi già visti e ripresentarli semplicemente travestiti, senza una vera spinta innovativa alla base.

Il meccanismo d’identificazione che ne Il diario di Bridget Jones funzionava e rendeva il film fresco e brioso, soprattutto nei confronti di una protagonista tanto distante dai canoni classici, qui non si può dire altrettanto. Bridget la troviamo cresciuta e ha conquistato quella che potremo definire una “posizione sociale” che l’ha resa però ingabbiata nel suo stesso personaggio che fa, alla fine dei conti, una caricatura di se stessa. Questo secondo capitolo cerca di fare di tutto per rendersi accattivante agli occhi del pubblico per non deluderne le aspettative, ma la sceneggiatura finisce per abbandonare ogni velleità lasciando il posto a deboli e insipide gag. Insomma un minestrone di situazioni artificiose e stucchevoli: pare quasi sia la protagonista a provocare gli eventi piuttosto che il contrario.

Il Diario di Bridget Jones: la colonna sonora del film

Nonostante queste criticità l’attrice risulta credibile; non si può non notare la ricca varietà di registri, gesti ed espressioni che conferisce al personaggio di Bridget. Più zoppicante Colin Firth che risulta poco incisivo e quasi assente; che dire poi di Hugh Grant, il simpatico rubacuori “gentleman”, intento a recitare quello che sa fare meglio e, come al solito, lo fa bene.

A comporre il film sono soluzioni narrative semplici e scontate e ogni tanto, per fortuna, gli aspetti surreali vengono in aiuto (come la medusa animata); si procede per accumulo di situazioni che, talvolta, sfiorano anche la noia e il fastidio. Bisognerebbe gridare a gran voce: “Sveglia!” Soprattutto alla protagonista che, se nel primo film era la vera forza, qui sembra essere piuttosto un peso. Bridget qui ha trent’anni ma è, fondamentalmente, un’adolescente immatura. Non si impegna più di tanto nel suo lavoro e pare totalmente priva delle regole base della comunicazione. Tutte le situazioni spiacevoli, al limite del paradosso, sono di sua competenza. La domanda che sorge spontanea è cosa trovi Mark Darcy (Colin Firth) in una donna come Bridget? Pare non avere nessuna caratteristica interessante e, alla fine dei conti, non sa neppure dove si trovi la Germania.

Che pasticcio, Bridget Jones!: tutte le frasi del film con Renée Zellweger

Tirate le somme risulta comunque essere una visione piacevole, non di certo all’altezza del film che lo ha preceduto, ma appartiene a quella categoria dei film “pensati per non pensare troppo” e che non fanno mai male.

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