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Parlare del disastro nucleare di Chernobyl implica sollevare una serie di considerazioni inerenti, secondarie solo in apparenza, a una politica, a una vera e propria dottrina, a un castello (di carta) di valori morali, a un’ideologia che per decenni ha segnato in profondità la vita e la forma mentis di un intero popolo. Parlare di Chernobyl significa parlare di una nazione, di una popolazione, di un governo e, in termini simbolici ma assai chiarificatori, di un evento cardine che ha smosso il naturale corso degli eventi e smantellato la delicatissima architettura di fantasie su cui la più competitiva superpotenza economica dell’Europa aveva fondato i suoi sogni di gloria. Fantasie che, almeno fino a quel momento, avevano funzionato.

Chernobyl: una metafora che diventa realtà

Chernobyl: recensione della serie HBO Cinematographe.it

Per questo motivo a Craig Mazin, autore e ideatore di Chernobyl, vanno principalmente due grossi meriti. Il primo è di aver saputo condensare la mole d’informazioni, soprattutto di natura scientifica, che servivano al fine di ricostruire l’intricatissima catena di cause e conseguenze culminanti nell’esplosione delle ore 1:23 del 26 aprile 1986. Il secondo merito è, appunto, quello di aver accettato l’enorme responsabilità che la realizzazione di una miniserie sull’incidente più metaforico dell’epoca contemporanea avrebbe comportato.

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Nel cimentarsi in operazioni come Chernobyl bisogna maneggiare con destrezza e ingegnosità il materiale trattato, avendo come scopo ultimo quello di veicolare alla più grande fetta di pubblico (la miniserie vanta già il più alto indice di gradimento di sempre nella televisione) un pezzo di storia di proporzioni ancora imponderabili, che per un assurdo e beffardo disegno del caso sembra costituire una metafora diventata realtà. La sfida, dopo aver visto Chernobyl, è quella di riuscire a dimenticare quella sequenza di parole che rimbombano in voice over per tutta la durata della serie: “What is the cost of lies?”, ossia “qual è il costo delle menzogne?”, questione che lo scienziato Valery Legasov, incarnato dal perfetto Jared Harris, pone in maniera retorica.

In Chernobyl la minaccia non è mai palpabile o certa

Chernobyl: recensione della serie HBO Cinematographe.it

Pesa come un macigno il dovere, chiaramente spontaneo, di provare a calcolare in numeri l’esatto volume delle conseguenze di Chernobyl, da tradursi come un’insostenibile portata di bugie che dopo decenni hanno riscattato la verità, mediante l’ironico emblema di una reazione nucleare incontrollabile. Nello stabilire una cifra esatta per ogni vita perduta a seguito dell’esplosione del reattore 4 si andrebbero a superare le migliaia: 4000 secondo l’ONU, dalle 30.000 alle 60.000 secondo il Parlamento Europeo, ben 6 milioni secondo associazioni antinucleariste più pessimiste. Per Mazin, però, la forma di un numero non corrisponde al suo peso effettivo, soprattutto in questo caso, e fa sembrare davvero insufficiente ammucchiare gli zeri per avere un’idea di cosa sia Chernobyl, e per avere un’idea di cosa abbia significato.

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Nell’atmosfera cancerogena (in senso letterale) in cui le vicende e i protagonisti di Chernobyl sono fatalmente immersi dall’inizio alla fine, la minaccia non è mai palpabile o certa; assume, anzi, le forme di diverse persone, diverse facce, diverse sostanze, persino quella sottile e invisibile dell’aria penetrata da tossine che sgusciano più veloci della luce. Il clima che si respira è quello mortifero della città contaminata, in seguito evacuata (centinaia di migliaia gli sfollati), ma anche quello della glasnost’ di Gorbachev (qui ritratto in maniera tutt’altro che lusinghiera), linea politica dai buon intenti che proprio sul nascere viene danneggiata dall’inconveniente della centrale.

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In pratica, Chernobyl è un’opera che mette al centro del discorso l’episodio del disastro nucleare perché è davvero una linea di confine tra un’epoca e l’altra, un punto di non ritorno oltre cui il concetto stesso di Unione Sovietica, basato sulla fragile idea di perfezione e incrollabilità, non ha più senso di esistere; ed è anche una sintesi ideale del conflitto fra realtà e apparenza, verità e bugia, su cui per anni il governo si era mosso per mantenere intatta la sola immagine rimandata al mondo e ai suoi stessi cittadini. Analizzato lucidamente e metabolizzato alla debita distanza di decenni, l’evento di Chernobyl viene riletto dalla serie come una tragedia e come un inquietante monito.

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Tragedia, nel vero senso del termine, perché Boris Shcherbina (un grande Stellan Skarsgård) e Legasov si ritrovano a prendere lucidamente coscienza della mollezza delle proprie esistenze, a doverla accettare, contando giorni che non scorrono più seguendo il flusso del tempo universalmente valido. Si ritrovano spinti verso un impegno che non collima con l’imposizione dall’alto (ed è qui la componente moraleggiante, eppure sofisticata, dell’opera), ossia quello di impiegare le forze in maniera “economica”, utilizzare i minuti e il raziocinio restanti per ottenere il massimo rendimento dal minimo aiuto. Chernobyl è una storia di eroi reali in cui ogni essere umano ha avuto rilevanza essenziale, perché posto nelle condizioni di poter usare le proprie attitudini combinate con quelle di altri in un meccanismo infallibile di scienziati e operai che, insieme, puntano al riparo del danno. “Sociale” è proprio questo, d’altronde.

Chernobyl è un’opera che annulla il dislivello fra linguaggio televisivo e cinematografico

Chernobyl, concepito come una sorta di disaster movie dalle sfumature thriller, è in grado di sgusciare con naturalezza e senza contrasti netti dal dramma psicologico e intimista al courtroom drama, che nell’ultimo episodio si mescola al giallo per ripercorrere gli eventi di quel 26 aprile. Si mira alla sintesi (astuta e interessante la scelta di accorpare nel solo personaggio di Khomiuk/Emily Watson diversi scienziati realmente esistiti), si forniscono i personaggi di un background limitato ai dettagli necessari, preferendo la delineazione psicologica mediante il loro linguaggio corporale e verbale.

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L’approccio di Johan Renck alla regia non percorre tracciati percorsi dalla televisione, bensì ne crea di nuovi, in grado di appiattire ogni dislivello fra il linguaggio televisivo e quello cinematografico. Per questo, la miniserie di Mazin è destinata a fare la storia della televisione, ponendosi come punto d’inizio per una corrente nuova e tutta da esplorare.

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