i fratelli sisters

È stato presentato alla 75esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia e ora, in occasione della sua uscita nelle sale italiane il 2 maggio, I fratelli Sisters entra nella lista dei film del Festival Rendez-vous e viene presentato dal suo regista Jacques Audiard. Un western che non insegue la mitologia dei grandi classici americani e che va a riempire, piuttosto, quegli spazi di narrazione lasciati vuoti dal genere. E di cui il cineasta ci parla durante la visita a Roma per presentare al pubblico il film, all’interno dell’evento festivaliero che ha anche dedicato a Audiard uno speciale sulla sua carriera.

I fratelli Sisters è il tuo primo western, come avviene questa scelta che si potrebbe definire insolita all’interno della tua filmografia?

“La volontà di fare questo film nasce da John C. Reilly. Lo incontrai a Toronto e mi parlò del libro, se lo avessi letto per mio conto, pur avendolo apprezzato, non gli avrei dedicato un film essendo, per l’appunto, un western. Si può dire quasi che si è trattato di un lavoro su ordinazione, non nasce da me, ma dalla grande voglia di John di interpretare il ruolo di Eli. È arrivato a un punto della sua carriera per cui è stato protagonista di molti prodotti comici, ma per quanto riguarda il drammatico è sempre stato relegato a parti secondarie, come si può vedere ad esempio dalla sua collaborazione con Paul Thomas Anderson. Il sistema americano cinematografico è davvero molto limitante e se vieni incanalato su di una strada è molto difficile riuscire a uscire dai propri canoni. John aveva voglia di aprirsi e così ha pensato che, magari, con un regista straniero sarebbe riuscito a intraprendere un progetto che gli stava a cuore.”

Dunque, come hai affermato, se fosse dipeso da te non avresti mai scelto di dirigere un film western. Anche se, in fondo, I fratelli Sisters si allontana molto dalla classicità delle pellicole di questo genere, vero?

“Sì, ma questa era un’intenzione già presente nel romanzo di Patrick deWitt. Ha una sorta di posizione singolare nell’ottica western. Ne racconta le particolarità, come l’igiene o la masturbazione. Ciò mi ha permesso d’inseguire molte digressioni, non facendomi mai toccare il territorio del western in maniera diretta, ma prendendola in maniera anche marginale. A momenti, il film, diventa quasi un racconto d’iniziazione. Ci sono come protagonisti due uomini, ma in verità si comportano come bambini di dodici anni che si prendono in giro, fanno peti, litigano. Per questo c’è un’assenza di personaggi femminili forti nel film, le donne arrivano nella vita degli uomini soltanto quando saranno finalmente adulti. È su questa linea che ho affrontato il genere.”

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È vero, le figure femminili sono poche, ma la figura della madre e quella scena finale sono essenziali al film o sbaglio?

“Assolutamente. La fine è stato un punto che con lo sceneggiatore Thomas Bidegain abbiamo rivisto più volte, ma per me doveva ripercorrere il gusto del classico come ne La morte corre sul fiume di Charles Laughton, con una figura materna da cui si fa ritorno.”

I fratelli Sisters cinematographe.it

Questo tuo distaccarti dalle convenzioni ha significato una diversa concezione del paesaggio ordinario del western, magari meno valorizzato rispetto ai personaggi. Cosa volevi fosse rappresentato con maggior cura, lo spazio o le persone?

“Il western, solitamente, è fatto di spazi e paesaggio. Noi abbiamo girato in Spagna e in Romania e, non facendo il giardiniere, ma il regista, ho scelto di trattare in maniera più approfondita i personaggi. Soprattutto questo patriarcato tirannico che il western si porta dietro da sempre. Pensiamo a L’uomo che uccise Liberty Wallace di Tom Doniphon o ai temi del western canonico, si tratta sempre di rapporti tra uomini. E sono queste questioni che mi stanno a cuore e che dobbiamo affrontare. Scendere a patti con l’eredità delle figure paterne arcaiche e cercare di mutarle per vedere e capire cosa stiamo lasciando alle generazioni future.”

Jacques Audiard: “I fratelli Sisters non è il canonico western, è più un film d’iniziazione su dei bambini che diventano uomini.”

Nonostante, però, il lavoro sui personaggi, anche l’immagine assume la propria importanza nel film. Come hai scelto di lavorare sulla componente estetica?

“Trovare la chiave adatta per questo film è stato difficilissimo. A un certo punto con Thomas (Bidegain) abbiamo immaginato una versione dell’opera tutta notturna, con i personaggi che apparivano e sparivano come vampiri nell’oscurità, stilizzando al massimo le immagini. Poi avevamo pensato di basare tutto l’aspetto visivo sulla sequenza iniziale, giocando con l’idea con cui abbiamo aperto il film. Poi, pian piano, abbiamo pensato a cosa volevamo ci fosse nel film: una lotta, un ragno che va nella bocca di un uomo, uno spazzolino da denti. Volevamo inglobare tutti questi elementi e, l’unico modo per farlo, era seguire un’ispirazione da fiaba. Avevamo pensato anche al bianco e nero, sempre per tornare ai riferimenti su La morte scorre sul fiume, ma infine abbiamo scelto un colore desaturato, composto solamente da tinte pastello chiaro. 

Essendo in Italia, è scontato chiederti: qual è il rapporto che intercorre tra te e Sergio Leone?

“Lo ammiro come cineasta più di quanto ami i suoi film singolarmente. Aveva un pensiero sintetico che suscitava una profonda emozione. Forse amo meno opere come C’era una volta in America rispetto alle pellicole western. Non ricordo mai troppo nello specifico le storie dei suoi film, piuttosto le immagini che ha saputo darci, con quei costumi e quelle musiche che rimarranno per sempre impressi nella memoria. È sicuro che non smetteremo mai di essergli debitori, è un’influenza che ci ha segnato e continuerà a farlo.”

La tua carriera è stata una continua evoluzione, sei passato dal montaggio alla sceneggiatura fino ad arrivare alla regia. Come si è modificato, dunque, il tuo linguaggio?

“Mio padre era sceneggiatore e regista e sicuramente, dalla mia famiglia, arriva la parte della narrativa letteraria che ha composto la mia vita e il mio lavoro. Mio padre mi raccomandava sempre quali libri fossero imprescindibili per la mia conoscenza, mentre non ricordo alcun film che mi disse di vedere perché fondamentale per la mia formazione. Questo era il nostro rapporto, entrato un po’ in lotta visto il mio non essermi mai sentito uno sceneggiatore di dialoghi, ma di situazioni.”

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Un’evoluzione che stai continuando ancora adesso, visto il passaggio ai film in una lingua che non ti appartiene, come quella inglese.

“Quando ci si ritrova a cambiare lingua è inevitabile che anche il linguaggio con cui narri cambia. Una lingua che, tra l’altro non conosco neanche così bene. Credo che in me si sia sviluppata questa volontà di distanziarmi da ciò che penso di conoscere, per modificare così anche il mio rapporto con gli attori e le aspettative che questi mi regalano. È come se, dopo tanto tempo di approccio spontaneamente più intellettuale, volessi tentare con uno di tipo musicale.”

Alexandre Desplat, che ha scritto le musiche per tutti i tuoi film – tranne Dheepan – Una nuova vita – ha rivelato che sei il regista con cui preferisce lavorare, che ne pensi di questa dichiarazione?

“Che è stato davvero carino a dirlo, ma non credo gli sia andata poi tanto male con Wes Anderson e le musiche di Grand Budapest Hotel. Comunque lo ringrazio molto. Sarebbe riduttivo dire che scelgo Alexandre perché non ho molta fantasia. La verità è che lui ha un grandissimo talento ed è estremamente vario. Prima di tutto siamo amici, ma siamo legati anche a livello di carriera, abbiamo iniziato a muovere i primi passi nel cinema insieme ormai trent’anni fa. Con il tempo, poi, il nostro rapporto professionale è cambiato: prima mi dava delle campionature da poter utilizzare sul set, adesso invece aspetta di vedere le immagini per creare la musica. Non uso soltanto musica originale per il film, la mischio solitamente con alcuna già preesistente, perché poi quella che scrive Alexandre mi aiuta a designare bene i personaggi.”

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