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Una Città Dolente. La città dell’eterno dolore, tra la perduta gente. Una città come tante in cui cade una pioggia che dovrebbe lavare via i peccati, invece acida corrode le carni, tragica riga i volti, dolorosa piange per ciò di cui è testimone. Questo è alla base di Seven (QUI la nostra recensione), film di David Fincher (Zodiac, Fight Club, Gone Girl) che immerge le mani in una società malata, spaventosa e spaventata.

Sette vizi capitali. Sette omicidi cruenti, orchestrati fino all’ultimo elemento. Il male è dappertutto, negli altri, ma anche in ciascuno di noi. Serpeggia la violenza che distrugge, tortura, toglie l’aria e ammorba con il suo fetore. Tutto inizia con il cadavere di un uomo marchiato dalla parola “Gluttony”, omicidio che apre un circo mostruoso e delirante. Ad indagare su tutto questo ci sono due agenti, il veterano Somerset (Morgan Freeman) e il giovane Mills (Brad Pitt) che in maniera diversa partecipano e vivono questo inferno in terra: il primo, solo e solitario, con uno stanco  e cinico solipsismo, il secondo con una compagna, Tracy (Gwyneth Paltrow), abitato da una vorace voglia di trovare il colpevole e di salvare il mondo. A compiere questi omicidi efferati c’è un uomo qualunque che castiga chi sbaglia, umilia il peccatore e svilisce l’Essere Umano, il colpevole è il killer John Doe (Kevin Spacey), un “Nessuno” senza identità né impronte digitali.

Seven Cinematographe.itSeven: Il significato del finale attraverso il racconto della Colpa e del Male

Quello davanti al quale si trovano Somerset e Mills è un mondo putrefatto e senza speranza, un mortifero spettacolo di un crudele autore, un canto di morte che monta di delitto in delitto fino al finale in cui tutta questa truce rappresentazione del male umano implode ed esplode. Il regista di tale gigantesca messa in scena è un predicatore autoproclamatosi dio in terra che non dà la vita ma la morte per pulire e sanare la società; in questo percorso il mondo non prende le forma di un giardino dell’Eden bensì di una mefitica palude Stigia. Doe scrive un suo Inferno, una sua Divina Commedia, e utilizza i gironi, la legge del contrappasso e il dolore per immergere ogni cosa in un’enfia putredine e Seven diventa un corpo trafitto, sanguinolento, in fin di vita. Il killer sceglie con un rigore e con una meticolosità che distrugge, utilizzando la colpa di ciascuno, la fragilità del goloso, dell’accidioso e così via.

I corpi, oramai senza vita delle vittime, portano scritto addosso il loro peccato e alla luce di ciò Doe uccide, sevizia, strazia le carni dei prescelti (il goloso divora cibo fino ad esplodere, l’avaro muore mangiando un pezzo di se stesso), e i loro vizi diventano note attraverso cui modula la sua perversa sinfonia che suona vigorosa e dolente nel tragico finale. In Seven la Colpa è pronta a deflagrare in tutta la sua nauseante e vomitevole naturalezza in ogni momento e monta fino a quando i due detective e Doe hanno l’ultimo confronto.

Seven Cinematographe.itSeven: Somerset e Mills vittime e carnefici di una città sanguinante

A portare addosso la loro colpa sono anche i due rappresentanti della legge, fiaccati dalla loro umana attitudine al peccato (non a caso il giovane detective diventa vittima del gioco al massacro di Doe quando scopre in una scatola la testa della compagna), dimostrano in ogni dialogo, in ogni scontro ciò in cui errano. Se Somerset è bloccato in una stasi disfattista, Mills vive di cocente e vigorosa passione, se il primo cammina in una coazione a ripetere quasi fastidiosa anelando alla pensione, il secondo brucia di superbia. L’anziano e il giovane sono due facce della stessa medaglia, rappresentanti di un’umanità che sbaglia, inciampa, ma che è anche capace di grandi sentimenti: l’amore di Mills per la donna della sua vita, l’amicizia che si trasforma quasi in un rapporto padre-figlio tra i due colleghi (durante lo scontro finale, come farebbe un genitore verso la propria creatura, Somerset chiama e richiama Mills, lo implora di non cadere nella trappola di Doe).

Il momento fondamentale di Seven è quando gli agenti e il pluriomicida sono gli uni di fronte all’altro, quando all’eloquio intriso di religione, letteratura e esaltazione corrisponde la forza vitale degli altri. Lo spettatore si trova su una barricata: da una parte Doe che, presentatosi come un kamikaze in centrale per costituirsi – o almeno così sembra, il suo intento invece è quello di sferrare il colpo finale -, racconta, parla e descrive i suoi crimini con una devastante e allucinata freddezza, quasi recitasse una litania, dall’altra Somerset e Mills, convinti di aver l’uomo in pugno, attaccano, negoziano, vogliono arrivare ad un’ammissione, inconsapevoli che l’ultimo

atto della tragedia sarà ancora più devastante. Una follia ragionata contro una giustizia inarginabile.

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SEVEN 38

Seven: il significato di un finale che strazia il cuore

Dalla stanza degli interrogatori ad una distesa desertica. Da una finta credenza (essere un passo avanti di Doe) ad una cocente consapevolezza (Doe è un passo avanti rispetto ai due agenti). Il killer ha costruito anche l’epilogo del suo percorso negli inferi, sa chi ha di fronte, sa che Mills non avrebbe mai potuto sopportare la notizia della morte di Tracy. Il borioso agente lascia il posto ad un uomo innamorato, ad un marito che scopre a piccole e corrosive dosi che la moglie è morta e con lei il figlio (di cui lui ancora non sapeva nulla) che portava in grembo. Il sogno di Mills si frantuma ad ogni parola di quell’uomo malvagio e spietato, il suo volto si contrae nel dolore. Il compagno lo richiama all’ordine e alla ragionevolezza comprendendo in un solo istante qual è il gioco del killer, il giovane però non riesce a ragionare e la sua natura proprio in nome dell’amore e della vendetta lo porta ad agire e non a fermarsi. Mills cade nella rete di Doe che vuole tutto questo (conta anche se stesso nelle sette morti del suo piano), morire e trasformare un uomo qualunque in carnefice tanto quanto lui.

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