La grande bellezza: le frasi più belle di Jep Gambardella

La grande bellezza di Paolo Sorrentino è un compendio di aforismi filosofici ambientato sullo sfondo maestoso della Città Eterna. Indiscusso protagonista del film, in una delle sue interpretazioni più iconiche, Toni Servillo nei panni di Jep Gambardella, il Vate della mondanità romana.

Alcuni film sembrano essere fatti per essere citati. La grande bellezza di Paolo Sorrentino è un manifesto, un’antologia di aforismi verbali e visivi che consegnano il cinema all’estetica pura, in cui forma e contenuto coincidono perfettamente. Sin dalla sua uscita, nel 2013, era abbastanza chiaro che Sorrentino stesse puntando all’eternità, con un omaggio non troppo velato al Maestro Federico Fellini e al suo Roma del 1972. Al di là degli illustri riferimenti, La grande bellezza è stato indiscutibilmente un grande successo di pubblico e di critica, imponendo sulla scena internazionale Sorrentino e la nuova generazione di autori del cinema italiano.

Ma di che parla La Grande Bellezza? Di poco più del nulla, ma parla moltissimo. Ecco, allora, le frasi che hanno reso il film di Sorrentino uno dei prodotti europei più importanti degli ultimi vent’anni.

La grande bellezza e le mitiche frasi di Jep Gambardella

La grande bellezza Cinematographe

Al centro del film c’è la figura di Jep Gambardella (Toni Servillo), giornalista meridionale trapiantato a Roma dall’età di 26 anni. Dopo un esordio da scrittore che lo ha consacrato nell’alta borghesia capitolina, Jep vaga annoiato tra le strade della Città Eterna, alternando momenti di caotica socialità ad altri di profonda e volontaria solitudine.

A questa domanda, da ragazzi, i miei amici davano sempre la stessa risposta: “La fessa”. Io, invece, rispondevo: “L’odore delle case dei vecchi”. La domanda era: “Che cosa ti piace di più veramente nella vita?” Ero destinato alla sensibilità. Ero destinato a diventare uno scrittore. Ero destinato a diventare Jep Gambardella. -Jep-

Colto, sarcastico e snob, Gambardella si è cucito addosso il ruolo di profeta della vacuità, di filosofo del nulla e – di conseguenza – di Re della mondanità romana.

Quando sono arrivato a Roma, a 26 anni, sono precipitato abbastanza presto, quasi senza rendermene conto, in quello che potrebbe essere definito “il vortice della mondanità”. Ma io non volevo essere semplicemente un mondano. Volevo diventare il re dei mondani, e ci sono riuscito. Io non volevo solo partecipare alle feste. Volevo avere il potere di farle fallire.

Superata la mezza età, tuttavia, il re delle feste romane è protagonista di illuminanti epifanie, come questa, che andrebbe scolpita nella pietra e riletta ogni mattina.

La più consistente scoperta che ho fatto pochi giorni dopo aver compiuto sessantacinque anni è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare. -Jep-

La grande bellezza della banalità

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Diceva Friedrich Nietzsche: “Chi scrive aforismi non vuole essere letto ma imparato a memoria”. Scena dopo scena, aforisma dopo aforisma, Sorrentino compone un complesso mosaico filosofico, che si apprezza nel dettaglio ma – ancora di più – nel suo insieme. Tessere fondamentali di questa opera d’arte, le massime che i personaggi pronunciano nel corso della pellicola, frasi talmente banali che descrivono senza pietà la pochezza dell’Uomo contemporaneo di fronte alla grande bellezza dell’universo.

In questo Paese, purtroppo, per farsi prendere sul serio bisogna prendersi sul serio. -Romano-

Frasi avulse dal contesto, collanti tra i lunghi silenzi contemplativi, gli aforismi di Sorrentino irrompono di tanto in tanto nel film, con risultati talvolta estremamente poetici.

Il riso scaldato è sempre più buono di quello che hai appena cucinato. -Jep-

O, ancora:

In realtà, i romani mi sembrano insopportabili. I migliori abitanti di Roma sono i turisti. -Jep-

La grande bellezza dell’autocritica

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Il re è nudo, ma non se ne cura più. Rappresentante di quella classe intellettuale cresciuta nei salotti della sinistra bene – a suo agio nel conciliare privilegi e lotta di classe – Gambardella ne è allo stesso tempo il prodotto più riuscito e il suo più feroce critico. Servillo, con quella sua aria un po’ così, ci regala un’interpretazione davvero convincente elevando alla massima potenza l’espressione di memoria musicale: “Indossi il vuoto con classe”. (Afterhours, Ci sono molti modi, 2005).

Sono anni che tutti mi chiedono perché non torno a scrivere un nuovo romanzo. Ma guarda ‘sta gente, ‘sta fauna. Questa è la mia vita, non è niente. Flaubert voleva scrivere un romanzo sul niente, non c’è riuscito. Ci posso riuscire io? -Jep-

Ci sono momenti de La grande bellezza, in cui si percepisce che dietro la sua accurata descrizione della borghesia intellettuale – o pseudo tale – c’è lo sguardo disincantato di chi ne fa parte. Nella critica di Sorrentino, tuttavia, non c’è alcuna intenzione di demolire le classi, ma di indispettirle, questo sì.

Jep: Su “donna con le palle” crollerebbe qualsiasi gentiluomo… Stefa’ l’hai voluto tu, eh? In ordine sparso: la tua vocazione civile ai tempi dell’università non se la ricorda nessuno; molti invece ricordano personalmente un’altra tua vocazione che si esprimeva a quei tempi, ma si consumava nei bagni dell’università… La storia ufficiale del partito l’hai scritta perché per anni sei stata l’amante del capo del partito. I tuoi undici romanzi pubblicati da una piccola casa editrice foraggiata dal partito, recensiti da piccoli giornali, vicini al partito, sono romanzi irrilevanti, lo dicono tutti, questo non toglie che anche il mio romanzetto giovanile fosse irrilevante, su questo ti do ragione. La tua storia con Eusebio: ma quale? Eusebio è innamorato di Giordano, lo sanno tutti… da anni pranzano tutti i giorni da Armando, al Pantheon, sotto all’attaccapanni, come due innamoratini sotto alla quercia. Lo sanno tutti e fate finta di nulla. L’educazione dei figli che tu condurresti con sacrificio minuto per minuto: lavori tutta la settimana in televisione, esci tutte le sere, pure il lunedì, quando non si manifestano neppure gli spacciatori di popper. I tuoi figli stanno sempre senza di te: pure durante le vacanze, lunghe, che ti concedi, poi hai per la precisione un maggiordomo, un cameriere, un cuoco, un autista che accompagna i ragazzi a scuola, tre baby-sitter… Ma insomma… come e quando si manifesta il tuo sacrificio?! Queste sono le tue menzogne e le tue fragilità. Stefà, madre e donna, hai cinquantatré anni e una vita devastata, come tutti noi… Allora invece di farci la morale… di guardarci con antipatia… dovresti guardarci… con affetto… Siamo tutti sull’orlo della disperazione, non abbiamo altro rimedio che guardarci in faccia, farci compagnia, pigliarci un poco in giro… O no?

La grande bellezza:  il monologo finale

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Rivoluzionare il punto di vista, liberandosi della presunzione antropocentrica e lasciandosi trasportare dalla contemplazione. Forse per Jep Gambardella non ci sarà mai un secondo romanzo, forse non ci sarà un riscatto per questi uomini soli e annoiati, ma – forse – tutto questo non è così importante, davanti alla neutralità dell’universo. Otre le classi, oltre la società e anche oltre le donne e gli uomini, là è dove si trova la grande bellezza.

Finisce sempre così. Con la morte. Prima, però, c’è stata la vita, nascosta sotto il bla bla bla bla bla. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento. L’emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Tutto sepolto dalla coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo. Bla. Bla. Bla. Bla. Altrove, c’è l’altrove. Io non mi occupo dell’altrove. Dunque, che questo romanzo abbia inizio. In fondo, è solo un trucco. Sì, è solo un trucco. Jep

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