Ari Aster Hereditary - Le radici del male Cinematographe.it

Hereditary – Le radici del male, il film horror che segna il debutto cinematografico di Ari Aster, scava negli angoli più profondi (e perversi) della mente umana. Una pellicola di cui sentiremo molto parlare perché, per certi versi, ricorda capolavori come Rosemary’s Baby e Omen e i loro rispettivi finali che, ancora oggi, lasciano lo spettatore libero di interpretare ciò che la mente gli suggerisce.

Uscito nelle sale italiane il 25 Luglio 2018 con Key films Hereditary – Le radici del male racconta la storia di Annie Graham (interpretata da una superlativa Toni Collette, che ben ricorderete nella parte di Lynn Sear, la mamma del piccolo Cole ne Il Sesto Senso) è un’artista la cui madre è appena morta. E anche se suo figlio Peter (interpretato da Alex Wolff, lo Spencer di Jumanji) e il marito Steve (interpretato da Gabriel Byrne, Dean de I soliti sospetti) sembrano essere per lo più indifferenti verso la sua morte, la figlia di Annie, Charlie (interpretata da Milly Shapiro) sembra particolarmente turbata. Questo dà il via a una sorta di esplorazione delle tendenze di Charlie, a cui piace decapitare uccelli morti, tendenze che sono parte di una serie di eventi apparentemente insignificanti, ma che la condurranno alla morte prematura.

Vedi qui i primi 5 minuti di Hereditary – Le radici del male

Da questo punto in poi, il film si concentra sul soprannaturale: tra sedute spiritiche e fantasmi si spalanca, inesorabilmente, l’ingresso (pericoloso) nel mondo occulto. Gli spettri a cui è stato permesso di entrare nella casa di Annie, non sono nulla in confronto a quella presenza maligna che affligge ogni membro della famiglia, o meglio, la mente di ognuno di loro. Il finale? Dipende solo ed esclusivamente da quanto il pubblico – terrorizzato – riesce ad interpretare.

Nel film ci sono tantissime citazioni come quella, in particolare una che riguarda Sofocle e che recita: “La punizione porta anche saggezza”. Peter, che frequenta le superiori, fa continui riferimenti alle tragedie greche, disegnando eventi paralleli al trauma che sta vivendo la sua famiglia, eventi che suonano come degli avvertimenti che, però, verranno ascoltati troppo tardi.

Hereditary – Le radici del male: l’interpretazione letterale del film

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Alla fine di Hereditary, si intuisce che la madre di Annie era da sempre coinvolta nell’occulto. Una devota adoratrice del demone Paimon (uno degli otto re dell’Inferno) – e che era stata incaricata da Paimon di offrirgli il corpo di un bambino. Dapprima aveva cercato di usare Peter come ospite, ma la scelta, poi, ricadde sulla piccola Charlie. Tuttavia, dato che un ospite maschio era il preferito, la morte di Charlie andava a beneficio della setta. L’anima di Paimon, dunque, si impossessa del corpo di Peter. Ma alla fine è proprio Annie, che resuscita Paimon… alla fine sono i cattivi a vincere. L’interpretazione letterale di Hereditary è potente e arriva a scavare fino agli angoli più remoti della mente umana.

Hereditary – Le radici del male ci regala uno sguardo profondo sulla depressione e sule malattie mentali

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Sotto l’orrore manifesto di questa pellicola c’è la volontà profonda si scavare nella mente umana. Nel film, quando Annie partecipa a una sessione di terapia di gruppo in seguito alla perdita di una persona cara, parla della sua famiglia e dei problemi di salute mentale, che sembrano essere – appunto – ereditari. Suo padre e suo fratello non solo soffrivano di depressione psicotica e schizofrenia, (entrambi morti per suicidio), ma anche sua madre soffriva del disturbo dissociativo dell’identità. Quindi Annie in certo senso cerca di convincersi che tutto quello che potrebbe spaventare – ombre che appaiono all’improvviso – potrebbero essere solo il frutto di questi disturbi mentali.

Alla fine è inevitabile questa domanda: Annie è posseduta o i suoi sintomi hanno superato il controllo? I crescenti episodi di autolesionismo di Peter sono sfociati in un suicidio? Tutti i membri della famiglia Graham possono essere interpretati come i vari modi in cui le persone affrontano il dolore. Da questo punto di vista, Annie rappresenta l’ansia. La tragedia la sopraffà in modo tale che il suo dolore si trasforma in colpa. Invece di accettare la perdita, lei è in uno stato perenne di “aggiustamento”. Annie non può fare a meno di portare e sopportare il peso di ogni suo fallimento, senza permettere a se stessa di guarire. Il risultato è un’implosione emotiva (e fisica), perché non riesce ad accettare le sue tragedie personali. Peter rappresenta l’autolesionismo. Incapace di perdonarsi per un incidente di cui non ha colpa, il suo dolore è più fisico di ogni altra cosa: la forma di dolore di Peter è rappresentata attraverso la punizione. Infine, c’è Steve. Il personaggio più distante e riservato nel film, Steve rappresenta i sintomi tradizionali della depressione. Spento, introverso, irritabile, letargico. Quello di Steve è un dolore debilitante e corrosivo. Hereditary: la verità è che non c’è alcun limite su come il pubblico potrebbe interpretarlo dall’inizio alla fine. Da un lato, c’è l’esplorazione della salute mentale, ma altre impressioni potrebbero facilmente includere una più ampia gamma di argomenti, come la politica di genere, il nichilismo, il perdono o persino il declino dei valori familiari tradizionali.

Hereditary – Le radici del male: il finale del è una sorta di predizione

Per quanto straziante possa essere Hereditary, sappiate che il suo morboso finale prende il sopravvento fin dall’inizio: dovete fare solo una cosa, prestare attenzione ai minimi dettagli. Il destino presenterà il conto e nessuna prestazione strabiliante di Toni Collette potrà cambiarlo.

Leggi anche la nostra recensione di Hereditary – Le radici del male

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