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Editoriale | Hellboy: un film necessario? Forze e debolezze del reboot

Il reboot di Hellboy è un progetto necessario? Tra cast, effetti speciali e colonna sonora ecco le forze e le debolezze del film con David Harbour.

Tempo di lettura: 14 minuti

Si è trattato senza alcun dubbio del tonfo più fragoroso di questo inizio di 2019 cinematografico, per quanto non inatteso visti i pessimi feedback che erano arrivati già dalla diffusione del primo trailer, che a molti era sembrato fin troppo radicalmente diverso dalle versioni cinematografiche precedenti. Stiamo parlando naturalmente di Hellboy di Neil Marshall, reboot dell’omonimo di Guillermo del Toro del 2004 e di The Golden Army del 2008, anch’esso del regista messicano, entrambi considerati da tempo dei capolavori del genere cinecomic.

Ebbene, purtroppo per Marshall, la sua creatura è stata per ora un fiasco su tutta la linea, sia per ciò che riguarda la critica che per ciò che il pubblico le ha riservato al botteghino, e di certo pure noi di Cinematographe.it non abbiamo potuto evitare di essere onestamente severi con questo film. Ma già il trailer (con un doppiaggio italiano alquanto discutibile) aveva suscitato più di qualche perplessità.

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Ma che cosa è andato storto in questo Hellboy che lo stesso autore del fumetto Mike Mignola aveva garantito come più fedele al fumetto originale e di cui aveva collaborato alla sceneggiatura di Andrew Crosby? Un film che tra l’altro arrivava con un cast di tutto rispetto: David Harbour, Milla Jovovich, Ian McShane, Sasha Lane, Daniel Dae Kim, Thomas Haden Church, Stephen Graham, Brian Gleeson, Sophie Okonedo. A conti fatti un cast molto più nutrito di quello utilizzato da del Toro. Di seguito la nostra analisi sui punti di forza e soprattutto sulle debolezze di un film che al momento ha incassato un 15% di rating su Rotten Tomatoes e che certa critica internazionale ha già indicato come il peggior film dell’anno.

Hellboy: la sceneggiatura di Andrew Cosby e Mike Mignola

Hellboy Mike Mignola cinematographe.it

Sicuramente sul banco degli imputati il posto d’onore spetta al duo Andrew Cosby – Mike Mignola. La sceneggiatura di questo Hellboy a molti è sembrata un pasticcio caotico e senza poesia, senza senso, un vero e proprio delitto cinematografico, un guazzabuglio dalle mille idee contraddittorie ma del resto la coppia non era particolarmente ben assortita per creare uno script che riuscisse a mettere qualcosa di nuovo e spiazzante, qualcosa che convincesse i fan a mettere da parte, in un cassetto, i due film di Guillermo del Toro.

Perché? Semplicemente perché né Cosby né Mignola avevano mai creato una sceneggiatura per un lungometraggio, ma si erano sempre dedicati a comics, qualche episodio di qualche serie televisiva e a qualche film animato. Nulla di che, o almeno nulla di che paragonato a ciò che li aspettava. E in effetti Hellboy soffre fin da subito di una sorta di sovraccarico che si accentua sempre di più mano a mano che si procede nella narrazione. Personaggi, luoghi, riferimenti, collegamenti, si accavallano in modo incessante, accelerato, in ultima analisi eccessivo, con elementi presi dalla saga arturiana, dalla mitologia russa e molto altro ancora, mescolati in un calderone ben poco riuscito, per quanto coerente con ciò che Mignola aveva inserito nella storia del suo personaggio.

I dialoghi di questo Hellboy sono sovente superficiali, pomposi, i personaggi scarsamente approfonditi, i “colpi di scena” o troppo arditi o telefonati. Insomma, Cosby e Mignola hanno toppato alla grandissima, e poco importa che Mignola possa rivendicare la paternità del fumetto. Questo era un film. Un film per di più arrivato dopo due cult di del Toro. Medium diverso, regole diverse e non tener conto dei temi e dello sviluppo ed impatto che i due capitoli precedenti avevano agli occhi del pubblico è stato un errore imperdonabile; può dichiarare quanto vuole che questo Hellboy sia più legato al primo periodo del fumetto, quando in realtà voleva solo una scusa per parlare di mostri e via dicendo…

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Il pubblico cinematografico è composto solo in infinitesima parte da aficionados del comic, e se esso conosce Hellboy è per i film di del Toro, ed essere fedeli al fumetto (o meglio ad un periodo del fumetto) per gli spettatori non serve a nulla se sai che si aspettano qualcosa di diverso. A conti fatti il suo è stato lo stesso errore commesso dagli sceneggiatori del nefandissimo Batman & Robin di Schumacher, che pochi ricordano in realtà esser stato molto fedele alle idee di Dick Sprang. In entrambi questi casi, si è ignorato ciò che vi era prima, ciò che il pubblico amava e si aspettava e si è avuta la presunzione e sufficienza di trattarlo con disprezzo. Il tutto senza dimenticarsi dell’iter spezzettato, interrotto, pieno di flashback e parentesi narrative inserite a casaccio, senza un senso e senza coerenza se non quella proclamata di rifarsi a numeri quali Darkness Calls, The Wild Hunt e The Storm and the Fury. Ma senza riuscire ad amalgamare il tutto.

Hellboy: un film con tanti nomi, ma con pochi personaggi

Hellboy cinematographe.it

Cast più ricco si è detto. Ma a tanta e tale abbondanza, non vi è stata poi una conseguente evoluzione e approfondimento dei personaggi all’interno dell’iter narrativo, anzi. Sovente sono sembrati tutti messi lì un po’ a caso, senza una chiara idea di cosa farne, di come parlare di loro , di come mostrarne personalità e caratteristiche. E si badi bene che ciò riguarda sia i personaggi che già avevamo conosciuto (e che sono stati modificati radicalmente) sia soprattutto quelli nuovi.

Il Professor Bruttenholm, Hellboy, Alice Monaghan, Artù, Merlino, Gruagach, Baba Yaga, Nimue… a parte Ben Daimio sono tutti descritti senza dar loro fascino, una personalità anche solo minimamente complessa o accattivante. Il deja vù è sostanzialmente sempre dietro l’angolo, pronto a colpire lo spettatore. Esattamente il contrario di quanto fatto da del Toro, e ha poco senso dire che questo Hellboy sia più fracassone o fumettone o come lo si voglia chiamare. Creare tanti personaggi e non dar loro un minimo di personalità, una descrizione un minimo accettabile è stato uno di motivi per i quali questo film non è piaciuto a gran parte del pubblico.

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Inutile anche il vedere tutto in ottica “primo capitolo introduttivo”. Pure l’Hellboy del 2004 era un primo capitolo, ma lì i personaggi erano magnificamente caratterizzati, i loro drammi, il loro punto di vista e le loro paure.

Hellboy: una colonna sonora che spacca

Se però c’è una cosa che ha unito tutti, sia amanti che detrattori del film di Marshall, è il fatto che questo Hellboy abbia una colonna sonora di enorme qualità, sia per quello che riguarda le tracce composte da Benjamin Wallfisch (uno dei migliori in circolazione, autore delle soundtrack di Blade Runner 2049 e It) sia per i numerosi pezzi di band da urlo, tutti votati all’adrenalina pura.

Si tratta di ben 15 tracce, tutte perfettamente calzanti nelle diverse atmosfere e località in cui il nostro diavolaccio dalla mano corazzata si trova a dover muovere i suoi passi; da segnalare i ritmi latinos di Rosàlia e dei Los Lobos, perfetti per l’ambientazione messicana.

Gruppo chicano tra i più importanti della scena statunitense, e uniscono nella loro musicalità rock, blues, country, R&B, cumbia, boleros e tanto altro ancora. L’indie rock invece è alla base della musica dei gettonatissimi X Ambassadors, chiamati in causa con la loro The Devil You Know. L’alternative rock domina anche grazie ai Black Rebel Motorcycle Club e alla loro Beat The Devil’s Tatoo, che normalmente non avrebbe sfigurato anche come colonna sonora di Sons of Anarchy.

Tra le chicche, assolutamente da segnalare la presenza di Welcome to My Nightmare del grandissimo Alice Cooper, il profeta maledetto e trasgressivo dello shock rock, che in effetti data la sua vena macabra, gotica e horror non poteva mancare.

Data l’anima fracassona, irriverente, kitsch e un po’ anche esagerata di questo Hellboy, anche la decisione di includere Kickstart My Hearth dei frizzantissimi Mötley Crüe, i cavalieri del Glam Metal e punto di riferimento proprio in quell’inizio di anni ’90 in cui contendevano la scena ai Guns N’ Roses.

Hellboy ha una CGI abbastanza deludente

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Molti hanno cercato di giustificare il tutto con il voler essere nell’animo un B-Movie, almeno dal punto di vista stilistico. E sicuramente in diversi momenti tale finalità si mostra in tutta la sua sincerità con un certo stile, inutile negarlo. Tuttavia altrove la CGI scelta per questo Hellboy è apparsa sovente fuori tempo massimo, datata, quasi frutto di una sorta di incrocio tra ciò che stava al cinema 10 anni fa e qualche gioco per la Playstation del primo decennio del secolo.

In effetti 50 milioni son davvero pochi per un film ai giorni nostri, inferiori persino al budget del 2004 e a quello del 2008 utilizzati dal del Toro per le sue due opere. Ma l’effetto vintage non ha convinto molto, soprattutto perché di mostri in questo film ce ne sono davvero tanti.

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Tuttavia proprio il loro numero e varietà, doveva portare forse a una scelta stilistica diversa, in modo a dir poco obbligato. Più mostri per un cinecomic d’azione di questo tipo vuol dire più spettacolarità, più combattimenti, più adrenalina e se non ha intenzione di farlo… allora perché mettere 15 minuti finali da Apocalisse, perché così tante creature? Il tutto sa un po’ di incoerenza e pure di presunzione.

Per di più le scene di lotta sono abbastanza povere, sanno di già visto e già provato da un miglio di distanza e a volte (come nelle scene di evocazione) sanno anche di comico involontario. Vintage è una cosa, obsoleto e fuori tempo massimo un’altra. Paradossalmente il meglio lo da una creatura come Gruagach, la cui animazione appare sovente veramente gradevole.

Hellboy: la villain di Milla Jovovich

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Fernando Saveter ha scritto: “Una storia senza un buon cattivo è come un hamburger senza patatine fritte”. Ecco Hellboy di patatine ne ha veramente poche. Milla Jovovich, l’amatissima Alice della serie Resident Evil, interpreta Nimue, la Regina di Sangue, super-strega cattivissima, immortale e millenaria. Sconfitta a suo tempo da Re Artù e Mago Merlino, mentre stava per riportare l’inferno sulla terra, è stata divisa in pezzi e tumulata per secoli, salvo poi essere risvegliata grazie a Gruagach, deciso ad avere in un modo o nell’altro la sua vendetta su Hellboy.

Purtroppo i recenti tweet della Jovovich, che si è scagliata contro la critica per aver cassato il film, non possono rimediare al fatto che il suo cattivo, la sua villain, sia alquanto moscetta, senza brio e che sappia di deja vu ogni singolo minuto che passa sulla scena. A conti fatti appare assolutamente incredibile la sua mancanza di fascino, il suo essere l’ennesima principessa delle tenebre in cerca di uno sposo che già abbiamo visto tante volte in altri film. Stride il confronto con il mefistofelico e tenebroso Rasputin interpretato in modo sfavillante da Karel Roden nel 2004 o dal malinconico e poetico Principe Nuada di Luke Goss. Confrontata con loro, questa streghetta un po’ zitella acida, un po’ Fata Morgana ricucita, fa veramente una pessima figura.

Hellboy: il rapporto padre – figlio messo sullo schermo

Chi ha visto il primo Hellboy, ricorda un rapporto padre-figlio messo in scena da William Hart e da Ron Pearlman assolutamente fantastico, toccante e realistico. Da una parte il Professore, colto, misurato, comprensivo, che cerca di nascondere la preoccupazione per quel figlio assolutamente anormale verso il quale prova un normalissimo amore paterno, di cui conosce debolezze e punti di forza. Dall’altro questo enorme diavolaccio burbero ma dal cuore d’oro, un macho parecchio sui generis che però alla fin fine fa sempre quello che gli dice questo piccolo ma intransigente genitore, per il quale prova un amore sconfinato.

Il vecchio ed eccentrico Professore, che accetta con dignità la sua fine per mano di Rasputin, fino alla fine è però fiducioso che il suo rossiccio figlio non lo deluderà. Hellboy che torna e trova il cadavere del padre e il suo funerale, sono tra i momenti più toccanti del film e tra i più densi di significato nell’opera di del Toro. Anche grazie a una colonna sonora di grande caratura.

Nulla di tutto questo è presente nel film di Marshall, anzi il Professore di Ian McShane è un uomo abbastanza cinico, distaccato, che in alcuni momenti sembra considerare il suo figliastro solo come un arma da usare contro il male. La chimica tra Harbour e McShane è abbastanza assente, in modo sorprendente se si considera la caratura dei due attori, la loro già sperimentata maestria, in particolar modo di McShane, tra i migliori della sua generazione.

Hellboy: la spiegazione del film con David Harbour

Anche qui però la responsabilità è da addossare soprattutto alla sceneggiatura, alle scelte fatte nel creare i personaggi, in quell’insistere in un rapporto tra un Hellboy fragile, stralunato e un po’ sperduto, e un Professore che sovente sembra quasi spazientito delle sue lamentele e del suo dramma. Non un granché come risultato finale.

Hellboy e l’uso delle minoranze etniche

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Si è capito da tempo ormai, che viviamo in un’era dove in alcuni film, quelli definiti comunemente blockbuster (termine abbastanza riduttivo) si vive in un clima un po’ giacobino del terrore per quello che riguarda il casting. Se un regista ha la bruttissima idea di non piazzarci un personaggio di colore, o asiatico, o una rappresentanza femminile non abbastanza numerosa (o peggio ancora non abbastanza agguerrita), rischia grosso, quasi avesse commesso un crimine. Se pensate che non sia vero, beh… Hellboy vi mostrerà che vi sbagliate e che tale tendenza è sovente una vera e propria pietra al collo.

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Nel film di Marshall, un personaggio tra i più importanti è sicuramente quello di Alice Monaghan, medium dagli enormi poteri e ragazza dal fegato innegabile, capace di dimostrarsi utile in più di un’occasione. A dir la verità il suo personaggio è anche abbastanza riuscito fin quasi al finale, quando improvvisamente comincia a saper fare praticamente di tutto. Spara, tira di boxe come Laila Alì, fa battute di spirito nei momenti più strani, insomma una specie di 007.

Peccato che nel fumetto il suo personaggio sia molto più complesso e soprattutto molto diverso come caratteristiche sia fisiche che comportamentali. Innanzitutto non ha molto in comune con l’afroamericana Sasha Lane, visto che è la classica ragazza irlandese dalla pelle chiarissima e dai capelli rossi. Così tanto per mettere i punti sulle “i”.

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Alice poi è una medium, ma soprattutto una ragazza dolce, sensibile e che funge da sorta di “ponte” tra il mondo incantato e quello umano, e ha un rapporto molto particolare con le fate, che l’avevan rapita da bambina certo, ma con le quali, nel tempo, è divenuta molto intima. È una ragazza romantica, empatica, una sognatrice, uno spirito quasi troppo puro per il mondo di Hellboy, così violento e oscuro.

Il personaggio della Lane invece non ha niente a che spartire con la vera Alice Monaghan, sembra piuttosto il classico contentino ad hoc, in cui si inserisce una ragazza tutta azione e frasette, per di più di colore, tanto per fare i “moderni”. Il risultato alla fin fine è abbastanza mediocre, per non dire bolso. Miracoli del Politically Correct!

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Abbastanza irritante come scelta quella della Lane, soprattuto se si pensa al personaggio di Ben Daimio, che doveva essere interpretato da Ed Skrein, l’ex Daario Naharis della terza stagione di Game of Thrones, il malefico Ajax di Deadpool e il nuovo Transporter nell’omonimo reboot della serie.

Questa volta però lo stesso Skrein si è trovato travolto dalle critiche, accusato di essere perno di un’operazione di “sbiancamento” del cast (quella della Lane? Che sarebbe? Scurimento?) tanto che alla fine ha rinunciato, asserendo che era meglio chiamare un attore di origini asiatiche. In effetti Ben Daimio, ex marine entrato poi nel BPRD, è di origini nippoamericane, e qui l’aver  scelto Daniel Dae Kim si è rivelato se non altro una mossa vincente anche a livello di performance, visto che il suo agente-giaguaro, è uno dei pochi personaggi accattivanti del film.

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Dae Kim ha voluto elogiare Skrein per la sensibilità dimostrata nel rispettare il personaggio originale e il suo rappresentare una minoranza etnica, chiedendo di essere sostituito da un collega di origini asiatiche. Ma certo, la doppia morale utilizzata dalla Produzione non può che irritare ed essere vista come l’ennesima prova di una scarsa identità e lungimiranza, oltre che di insicurezza.

Assolutamente incomprensibile e dall’esito involontariamente comico invece aver scritturato Sophie Okonedo per interpretare la profetessa Lady Hatton, uno dei personaggi più importanti dell’Osiris Club.

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Ennesimo tributo alla presenza di minoranze etniche nel cinema odierno, ha reso abbastanza perplessi sia gli aficionados del fumetto che gli spettatori in generale, dal momento che la Lady Hatton del fumetto è una vecchissima e misteriosa signora, non certo la statuaria e sofisticata signora che sembra appena uscita da un party revival stile anni 80.
Anche qui il contentino è parso l’ennesimo esempio di quanto poco ci si sia concentrati in fase di programmazione e stesura su storia e sviluppo narrativo, perdendosi in banalità di questo tipo.

Hellboy: la performance di David Harbour

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Potrà a questo punto sembrarvi strano, ma in un cast pesantemente condizionato da una sceneggiatura debole e poco curate, alla fine chi ci fa una figura più che degna in Hellboy è proprio lui: David Harbour.

Incredibile a dirsi, nonostante sia veramente penalizzato dallo script, Harbour riesce a farsi amare, a creare una versione di Hellboy molto diversa da quella di Pearlman, ma sicuramente interessante. Il suo diavolaccio è un unione molto eloquente di forza e debolezza, è molto più allo scoperto di quello di Pearlman, che era sostanzialmente costretto a vivere nell’ombra, ma non meno solo, incompreso, scacciato dall’uomo e affranto.

Sicuramente è più fragile, più insicuro, si sente molto solo e infelice, non sa chi è e che cosa vuole per sé stesso, qual è il suo destino, e per questo è un bersaglio molto facile per Nimue. Alla fin fine questo Hellboy non sa più di chi fidarsi, neppure di sé stesso, rimane in balia tra il mondo dei mostri e quello di questi umani infidi e traditori da cui è circondato e che per tutta la vita ha difeso ricevendone in cambio solo disprezzo e tradimenti.

Un Hellboy più insicuro quindi, più sensibile, empatico, ma non per questo meno pugnace o meno dal cuore d’oro di quello del passato, per quanto il carisma e la simpatia da duro alla Charles Bronson di Ron Pearlman rimangano imbattibili.

Si tratta anche di un personaggio più ironico, più espressivo in certi momenti, e dispiace che la buona prova di Harbour sia stata vanificata da una regia e da una sceneggiatura veramente povere e asfittiche. Chissà che il sequel (se mai ci sarà) non gli permetta di prendersi le lodi che merita.

Hellboy: mostri, mostri e ancora mostri

Se vi è un merito insindacabile che va riconosciuto ad Hellboy, è quello di aver proposto al pubblico una quantità e qualità assolutamente fantastica di mostri, mostriciattoli e mostruosità varie, di aver abbracciato in toto una personificazione del male e dell’orrido dal punto di vista visivo assolutamente fantasiosa e accattivante.

Vampiri, demoni, fate, draghi fantasma, orride streghe, uomini-bestia, giganti assetati di sangue, bestie mangia uomini e un sacco di altri esseri impossibili da definire ma che sembrano usciti da certi numeri di Dylan Dog o dalle fantasie di Lovercraft.

Gran parte poi, appare condensato nel finale in cui l’Inferno sbarca sulla terra, dove dozzine di persone vengono maciullate nei modi più truculenti da queste creature infernali, che però purtroppo alla fin fine non hanno tutto lo spazio che avrebbero meritato. Su tutti però si erge a monumento della mostruosità interiore e non solo l’oscena Baba Yaga, l’orrenda strega della tradizione russa, una delle creature più sinistre e nauseabonde che abbiamo visto al cinema negli ultimi anni, anche lei però alla fine non sfruttata quanto si sarebbe potuto.

Una cosa però è certa: se mai vi sarà un sequel, è da questa visione, da questa fantasia applicata all’immaginifico, da queste creature che bisogna ripartire, perché i pochi momenti veramente esaltanti della pellicola di Marshall, sono coincisi con loro e non certamente con il resto. Accattivanti, originali e perfette nel portare un bel pò di horror e splatter, hanno conquistato persino i più feroci critici del film di Marshall.

Hellboy: un humor che fa acqua da tutte le parti

Ebbene si, il “meglio” ve lo abbiamo tenuto per ultimo. Anche qui, anche in questo Hellboy, la produzione (sovente in contrasto con il regista Neil Marshall e gli sceneggiatori anche sul set durante le riprese) ha voluto insistere sulla necessità di creare un film che facesse anche ridere.

Ora, anche negli Hellboy di del Toro si rideva. Ma era un umorismo diverso, più sotterraneo, più legato a effetti sorpresa, al dialogo tra i protagonisti, al loro venire in contatto con il mondo delle creature nascoste agli occhi dell’uomo, o a simpatiche zuffe come nel caso di quella accorsa tra Hellboy e il Professore Johann Kraus.

Umorismo dosato in una giusta quantità, senza eccedere, senza strafare insomma. E soprattutto che non vanificava o andava contro l’atmosfera generale, abbastanza dark e malinconica. Il fumetto ha sempre avuto comicità, una comicità un po’ da Hard Boiled, adatta a un duro che cerca di sdrammatizzare o legata agli assurdi incontri che l’eroe fa nel suo cammino. In questo Hellboy di Marshall invece, già dal trailer, si capiva quanto questo film rischiasse di essere soggetto alla dittatura del “Marvel Humor”, che bene o male ha contagiato anche altri cinecomic come Shazam! o Acquaman, che però sono apparsi sicuramente più adatti a tale scelta visto il background fumettistico.

Hellboy invece nel fumetto non ha nulla di simile e il tutto ha reso il film più debole, più incostante, più incoerente e anche più noioso, dal momento che è finito ad assomigliare in modo spurio a quei prodotti Marvel che il pubblico già conosce e già ama. E tra l’originale e la brutta copia carbone non è difficile capire quale piaccia di più. Un errore che alla fine, sommato agli altri che abbiamo già elencato, ho formato quell’insieme poco gradevole e a tratti veramente noioso che sta venendo massacrato dalla critica e dal pubblico.

Alla fin fine, l’impressione è che la stessa scelta di fare un reboot, a così poca distanza dai due capolavori di del Toro, sia stata già di per sé un errore non da poco, che poteva essere evitato solo mettendo in campo idee originali, organizzazione e competenza. Esattamente ciò che questo Hellboy non ha in quasi ogni aspetto.

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