First Man - Cinematographe.it

First Man – Il primo uomo, ultimo film del regista Damien Chazelle, è la storia dell’astronauta Neil Armstrong, comandante dell’ Apollo 11, primo uomo ad essere approdato sulla Luna il 20 luglio 1969. Il film segue Neil (Ryan Gosling) e la moglie Janet (Claire Foy) dai primi giorni dell’uomo come pilota civile della NASA, alle prese col programma di addestramento del programma Gemini – inclusa la quasi fatale missione Gemini 8 – finalizzato alla ridefinizione della missione Apollo 11 per raggiungere la Luna. Il tutto sullo sfondo delle conseguenze psicologiche della prematura scomparsa della figlioletta Karen.

Per quanto questo sia un film su un importantissimo evento storico, con tutte le sue implicazioni politiche, l’approccio narrativo di Damien Chazelle è più mirato a trovare l’uomo dietro a una delle conquiste più grandi dell’intera umanità. Questo è ciò che rende il finale di First Man così affascinante, sottraendolo alla prevedibilità di un epilogo che ci dice molto di più rispetto a qualunque testo o altra opera cinematografica sull’argomento.

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L’atto finale di First Man è ovviamente l’atterraggio sulla Luna, ricreato interamente dalle telecamere con un effetto sorprendente. Ma come è stato ampiamente discusso fino dal suo debutto, il film di Chazelle ci mostra una prospettiva differente e inaspettata dell’agognata impresa. Vediamo Neil fare il primo piccolo grande passo sulla Luna, accompagnato dal celeberrimo annuncio, ma al posto di indugiare sull’iconico posizionamento della bandiera americana, la telecamera si sofferma sul tempo trascorso in solitudine da Neil e sulla completa tranquillità al cospetto del Little West Crater. Qui, l’uomo si prende un momento di raccoglimento prima di lasciar cadere il braccialetto della figlia – stroncata da un tumore a soli due anni – nel cratere lunare.

La catarsi personale di un dolore inaccettabile

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Anche se First Man è apparentemente un film biografico, in realtà è principalmente uno studio del personaggio molto più intimo e personale di numerosi biopic. Similmente a quanto fatto con La la land, che dietro il suo apparentemente intento di celebrazione del musical e dell’età d’oro di Hollywood cela una profonda riflessione sulle relazioni moderne e il successo, in First Man – Il primo uomo Damien Chazelle riprende la vera storia dello sbarco sulla Luna per affrontare il dolore nascosto e mai realmente esplicitato di Neil Armstrong per la perdita inaccettabile della figlia.

La relazione con la bambina permea infatti l’intera narrazione, con gran parte della prima metà del film incentrata sul suo tentativo di reprimere un dolore inesprimibile, vissuto in silenzio e senza la capacità di condividerlo con le persone più care, compresa la moglie.

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La missione Apollo rappresenta quasi un pretesto per parlare di come l’uomo sia riuscito – o perlomeno abbia provato – ad eleborare un lutto insopportabile, tenendo fede a una tacita promessa celata nei piccoli preziosi momenti di condivisione con la piccola, in cui “andare a prendere la Luna” diviene simbolo di quello che un genitore può essere in grado di fare per dimostrare il proprio amore infinito a un figlio.

Il lancio del braccialetto della bambina nel cratere lunare si rivela così il colpo da maestro attraverso il quale Damien Chazelle porta a compimento la complessa catarsi del protagonista,  la cui apparentemente cieca ambizione, che a tratti fa apparire l’uomo come un gelido ed egoista calcolatore nei confronti di colleghi, moglie e figli, nasconde invece l’urgenza inesorabile di mantenere una promessa, senza la cui realizzazione l’uomo non sarebbe più stato in grado di vivere.

First Man prende l’atterraggio della Luna e ne fa una vittoria inequivocabilmente umana: sia a livello personale che a livello dell’intera specie

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Il fatto che l’atterraggio sulla Luna sia stata una missione nazionalista statunitense, parte della corsa allo spazio, a sua volta implicazione diretta della Guerra Fredda con la Russia, viene lasciato in secondo piano perché non è ciò di cui questa storia vuole realmente  parlare. Non è importante che l’atterraggio sulla Luna sia stato organizzato principalmente per motivi politici: l’importante è che attraverso tale missione l’Uomo sia stato in grado di realizzare l’impossibile (Armstrong disse al presidente Nixon che si era trattata di una vittoria per “uomini di pace di tutte le nazioni“).

Ogni volta che First Man affronta le crescenti tensioni della missione Apollo 11, insinuandosi nelle conferenze stampa e nei momenti di riflessione, ciò che infatti incide maggiormente sui personaggi è la portata di ciò che quegli uomini stanno tentando a livello personale. Quindi, invece di attendere con ansia il momento dello sbarco – in cui la bandiera americana viene piantata per svettare sul suolo lunare – il pubblico si gode soprattutto il viaggio, intento a decifrare e a insinuarsi nelle pieghe più intime soprattutto di colui che guidò la missione, cogliendo le sue reali motivazioni e il significato che ha avuto per lui atterrare sulla Luna.

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First Man si scrolla quindi di dosso la tentazione di celebrare l’orgoglio nazionalista che circonda lo storico sbarco (anzi, appare a tratti piuttosto critico) sostituendola con un messaggio senza tempo, estemporaneo e introspettivo, mettendo in scena un nuovo, poetico punto di vista della storia che tutti già conoscevamo.

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