Far East Film Festival 2018 – i 10 film da non perdere dal 20 al 28 aprile

Oltre 50 film in concorso, una retrospettiva sulla musa di Wong Kar-wai, il restauro di Throw Down di Johnnie To... Dal 20 al 28 aprile Udine diventa per il 20° anno la capitale del cinema asiatico.

- Ultimo aggiornamento: 20 Aprile 2018 11:39 - Tempo di lettura: 6 minuti

“Il più grande festival del cinema popolare asiatico”: ripetuto come un mantra, il motto del Far East Film Festival fa capolino (sui manifesti, sui giornali, nelle interviste agli organizzatori) ogni anno. È una dichiarazione di intenti: in aperto – ma non polemico – contrasto con le selezioni elitarie di Berlino, Cannes e Venezia, il FEFF sottolinea da una generazione la propria appartenenza al pubblico. “Popolare” come “pop”, aperto a tutti: anche quest’anno gli oltre 50 film della competizione ufficiale corrispondono ai campioni d’incassi, ai blockbuster e ai casi cinematografici provenienti dall’Oriente. Nella line up 2018 ci sono Cina, Hong Kong, Giappone, Indonesia, Corea del Sud, Filippine, Thailandia… e una manciata di retrospettive e sezioni collaterali per scoprire e riscoprire la cultura – cinematografica e non – di un continente così lontano, eppure così vicino. Abbiamo selezionato quelle che a nostro parere sono le 10 opere più importanti di questa nuova edizione.

I 10 film da non perdere al Far East Film Festival 2018, a Udine dal 20 al 28 aprile

1. Il film di apertura: Steel Rain (Corea del Sud, 2017)

feff ccinematographe

In direzione ostinata e contraria rispetto al Festival di Cannes, che ha escluso dalla competizione le produzioni originali Netflix, il Far East Film Festival guarda al futuro e accoglie a braccia aperte l’action Steel Rain, già ampiamente disponibile on line. E non è l’unico esempio: in concorso c’è anche il thriller Forgotten.

Entrambe coreane, le due pellicole aprono una breccia e indicano una via: l’industria cinematografica sta cambiando, e con essa si modifica – verrebbe da dire geneticamente – il pubblico di riferimento, votato senza snobismi o esclusioni aprioristiche alla fruizione on demand.

2. La musa di Wong Kar-wai: Brigitte Lin e Chungking Express (Hong Kong, 1994)

Sono due le muse principali del regista cinese Wong Kar-wai: Brigitte Lin e Maggie Cheung (la protagonista di In the Mood for Love, tanto per capirsi). Alla prima il FEFF ha deciso di assegnare il Gelso d’Oro alla carriera, omaggiandola anche con una preziosa retrospettiva. Della dea del cinema di Taiwan – sua casa madre – e di Hong Kong saranno proposti tra gli altri Cloud Romance (1977), Red Dust (1990) e Dragon Inn (1992).

Il titolo di punta sarà però Chungking Express (in italiano Hong Kong Express), vero e proprio atto di sperimentazione e virtuosismo: il film è stato infatti girato senza una sceneggiatura e interamente con videocamera a spalla.

3. Il documentario: Courtesy to the Nation (Corea del Sud, 2017)

Da quando è stata inserita nel paniere ufficiale del festival, la selezione dei documentari è diventata un osservatorio privilegiato per analizzare la vita, la quotidianità e la storia delle nazioni asiatiche. Courtesy to the Nation, che verrà proiettato nel pomeriggio di lunedì 23, andrebbe visto in accoppiata con 1987: When the Day Comes, pellicola di finzione programmata nella stessa giornata in orario serale.
Il cuore pulsante delle due opere è la disamina delle atrocità compiute sugli studenti coreani durante le proteste che hanno animato la Corea del Sud negli anni ’80.

Tra i 5 documentari presenti a FEFF 20 segnaliamo anche Sukita, dedicato a David Bowie e alla sua amicizia con il fotografo Sukita Masayoshi.

4. Lo Steven Spielberg asiatico: Feng Xiaogang e Youth (Cina, 2017)

Già vincitore nel 2011 con Aftershock e premiato nel 2017 con il Gelso d’Oro alla carriera, il cinese Feng Xiaogang torna al Far East con Youth, saga generazionale e dramma coming-of-age incentrato su un gruppo di giovani durante gli anni ’70 in Cina.

Da sempre non omologato alla rigida censura del suo Paese, Feng inserisce nei suoi film elementi satirici e controversi, criticando le falle (sociali, burocratiche, umane) della patria natìa ma al contempo restando nei ranghi delle ferree regole di regime. Probabilmente, il miglior regista cinese in attività, assieme a Jia Zhang-ke (Al di là delle montagne).

5. L’outsider: Okita Shuichi e Mori, The Artist’s Habitat (Giappone, 2018)

Amatissimo dalla platea del Far East Film Festival – grazie a film come The Woodsman and the Rain, A Story of Yonosuke e Mohican Comes Home – il 41enne Okita Shuichi torna a Udine con quella che sembra essere un’opera minore all’interno della sua filmografia: un biopic dedicato al pittore eremita Kumagai.

Tutto fa pensare ad una visione che passerà inosservata, compresa la collocazione oraria scelta (le 9 del mattino di giovedì 26). Ma chi frequenta e conosce il FEFF lo sa: la sorpresa è sempre dietro l’angolo, e spesso fra le pellicole programmate al mattino si annidano i migliori lavori della selezione…

6. Il maestro dell’horror: Kiyoshi Kurosawa e Yocho (Giappone, 2017)

Sgombriamo subito il campo: Kiyoshi Kurosawa non è figlio né parente di Akira, maestro del cinema giapponese degli anni ’50 e ’60 assieme a Kenji Mizoguchi e Yasujiro Ozu. Questo Kurosawa è uno dei nomi di punta del J-Horror, sottocategoria orrorifica nipponica a carattere perlopiù psicologica. Film quali Ring, Dark Water e The Call hanno fatto la fortuna recente del genere, superando i confini nazionali. Yocho (titolo internazionale Foreboding) promette molto bene, col suo ardito mix di fantasmi ed invasioni aliene. In un’annata povera di opere horror, la speranza è che la promessa venga mantenuta.

7. Il remake: A Better Tomorrow 2018 (Cina, 2018)

Il primo rivoluzionario A Better Tomorrow risale al 1987, per la regia di John Woo. Il film, che ridiede slancio al cinema d’azione hongkongese ristabilendone i canoni, ha avuto nel corso degli anni svariati seguiti e midquel, ovviamente non all’altezza dell’originale.

Ora ci riprova la Cina con Ding Sheng, muovendosi fra rispetto per il classico di riferimento e visione personale della vicenda. La domanda potrebbe sorgere spontanea: perché fare il remake di un cult del genere? La risposta ce la fornirà il film stesso, e speriamo sia soddisfacente.

8. L’inatteso ritorno: Chen Kaige e The Legend of the Demon Cat (Cina, 2017)

Gettato nella mischia così, fra un crime drama thailandese e una black comedy filippina, rischia persino di passare inosservato: The Legend of the Demon Cat è il nuovo film del grande Chen Kaige, già regista nel 1993 del seminale Addio mia concubina (Palma d’Oro a Cannes 46).

L’altalenante carriera del cineasta pechinese giunge ora ad un nuovo approdo: un period drama stravagante e divertito incentrato sulla caccia ad un gatto indemoniato, capace di provocare il caos all’interno della corte reale. La fonte da cui trarre spunto per questa bislacca storia è un romanzo best seller in quattro volumi, molto amato in Cina.

9. Il restauro: Johnnie To e Throw Down (Hong Kong, 2004)

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C’è un legame particolare fra Johnnie To e il Far East: il regista hongkongese è stato ospite – quando ancora era molto poco conosciuto – alla primissima edizione del festival; anzi all’annata numero zero, nel 1998, a quell’Hong Kong Film Festival che ha gettato le basi per la manifestazione futura. Nel corso degli anni il filmmaker asiatico, spesso presente a Cannes e Venezia, ha reso omaggio al FEFF girando a Udine uno dei suoi film (Yesterday Once More) e presentando alla platea friulana i migliori cortometraggi provenienti dalla sua scuola di cinema (la cosiddetta Fresh Wave).

Quest’anno tocca al restauro di un suo piccolo cult: Throw Down è un omaggio ad Akira Kurosawa e un compendio della poetica di To, nella sua anomala e vibrante mescolanza di action tout court e riflessione morale.

10. Il film di chiusura: Night Bus (Indonesia, 2017)

Per la prima volta in 20 anni a chiudere la kermesse è un’opera indonesiana, a sottolineare la crescita di una cinematografia che lentamente ma inesorabilmente sta iniziando a credere in se stessa e nelle proprie qualità.

Night Bus è un viaggio nell’orrore che, similmente al cinema filippino contemporaneo, analizza i drammi e i conflitti di una nazione con taglio iperrealistico e spietato. Un’industria forse povera di mezzi ma ricchissima di contenuti, su cui giustamente il FEFF punta i propri riflettori. A completare il mosaico della proposta indonesiana altri due film diretti da nomi ormai divenuti familiari e ricorrenti: My Generation di UPI e Satan’s Slaves di Joko Anwar.

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