Marco Bellocchio è uno dei più interessanti registi del cinema italiano – da I pugni in tasca a Nel nome del padre, passando per Diavolo in corpo fino alle ultime pellicole -, ha saputo realizzare pellicole che non sono ascrivibili, propriamente e solamente, ad un genere grazie al suo stile e alla sua autorialità. Sono opere sue, sono film di Bellocchio. Ha indagato la famiglia, la storia, l’uomo, le sue disposizioni d’animo; con Il traditore, all’età di 79 anni, compie qualcosa di meraviglioso, portando al cinema, veicolato dal grande carisma e dall’enorme capacità attoriale di Pierfrancesco Favino, un racconto puntuale, una ricostruzione storica, ma non solo, del primo pentito di mafia, Tommaso Buscetta.

Il traditore, cinematographe.itIl traditore: Marco Bellocchio per raccontare questi anni parte da una festa e dalla famiglia

Fin dall’incipit di Il traditore, Bellocchio spiega perfettamente, con una scena che sembra avere poco a che fare con il film stesso, due punti centrali della sua opera e della sua filmografia: da una parte quanto la famiglia resti “genoma” umano da cui tutto discende e da cui tutto si snoda, dall’altra quanto Buscetta sia, in quell’abito bianco tra abiti neri, diverso dagli altri, una “cellula cancerosa” in un corpo paradossalmente altrettanto malato, ma affetto da un morbo ancor più grande, la mediocrità.

Il Traditore: il caso Tommaso Buscetta nel film di Marco Bellocchio

Durante la riunione mafiosa, che si tiene durante la festa di Santa Rosalia – come sempre la religione è parte integrante della criminalità organizzata, crocifissi, madonne, santi sono compagni distorti dell’uomo della cosca, -, con cui il film si apre, Buscetta si guarda intorno dimostrando i primi segni di “cedimento” e distacco rispetto a un mondo che non gli appartiene più e ciò si esemplifica quando l’uomo trova il figlio Domenico, sfatto dalla droga. Buscetta è qui uomo di mafia – non si riconosce nella nuova Cosa Nostra -, ma è anche, nonostante tutto (abbandona i figli Italia mentre lui ripara all’estero; prende a botte Domenico, temendo per la propria reputazione), padre che non accetta la distruzione del figlio – la droga stava iniziando a essere il nuovo veicolo di ricchezza per la criminalità e veniva venduta anche tra le sue stesse schiere. Favino dà corpo a colui che esce da una “famigghia” (quella mafiosa) per “salvare” la sua famiglia e se stesso perché Buscetta, pur essendo un “piccolo” criminale, è uomo d’onore. Anche qui come accadeva per esempio nella famiglia di I pugni in tasca tutto parte proprio da quel piccolo nucleo da cui ogni cosa prende forma e poi si amplifica.

Tra Riina e Calò il protagonista simbolicamente indossa giacca e pantaloni di un nitore che ferisce, in quelle vesti c’è insito il tradimento di Buscetta, i cui i gesti, le cui parole, i cui occhi sono anticipatori della futura “gola profonda” che ha paradossalmente aiutato il nostro paese e la nostra storia. Tutto sta nell’interpretazione perfetta dell’attore che con attenzione certosina lavora su ogni centimetro del corpo, del volto, della mimica e della voce, ma anche nel rigore registico di Bellocchio che, come sempre privo di retorica e di giudizi dettati dall’ideologia, si mette a servizio di un mondo che “non conosce”, ponendosi in un’angolatura inedita. Nella foto – che avrà un ruolo fondamentale durante il processo – fatta quella sera Buscetta si presenta ed è chiaramente il traditore – quasi tutti i suoi “ex fratelli” lo disconoscono, dicendo di non averlo mai conosciuto -, in quella ultima cena, nell’ultimo abbraccio con l’amico di sempre – tremendo è lo scontro con Calò in cui si vede la disperazione di un padre che ha perso i propri figli ma anche quella di un uomo tradito da chi si fidava – a cui affida i propri figli, tutti quei mafiosi sono per lo stesso Buscetta “apostati” da tutto ciò in cui l’uomo aveva creduto.

Il traditore, cinematographe.itMarco Bellocchio con Il traditore fa un film che rientra nel suo cinema raccontando la storia di un singolo per raccontare quella d’Italia

Bellocchio, dopo quella scena, entra nel vivo, tra morti che si sono succedute prima che Buscetta diventasse collaboratore di Giustizia, prima che Favino desse l’ennesima prova della sua multisfaccettata luccicanza artistica – sull’aeroplano, tenuto stretto dalle forze dell’ordine, tumefatto, sanguinolento, occhi disperati di chi sa che da quel momento in poi nulla sarà più lo stesso. Marco Bellocchio, come ha fatto lungo tutta la sua carriera, dimostra che il suo cinema è in grado di raccontare da un punto di vista diverso la storia italiana, mettendo al centro la vita del singolo per arrivare a quella collettiva (quando Buscetta crede di avere la mafia “in pugno” esplode la macchina di Falcone e dalla sua scorta; rimbombano, con immagini di repertorio, le parole disperate, severe e pietose della vedova Schifani). Il traditore si pone sulla scia di Buongiorno, notte, di Vincere, di Bella addormentata, opere atipiche, ma perfettamente integrate nella sua filmografia, che si sono concentrate sulle inique pochezze del nostro paese, dall’Italia in continuo mutamento degli anni ’60 (il primo lungometraggio è del ’65) a quella profondamente addolorata degli ultimi anni. Il cineasta così entra nella storia del Mussolini di Vincere nella struggente passione di Aldo Moro, passando per la dolorosa agonia di una “figlia d’Italia”, Eluana Englaro, e ancor di più di un padre d’Italia. Qui partendo dalle giornate del boss dei due mondi, racconta poi il pentito che svela ciò che sa, parafrasando Buscetta, potrebbe parlare per ore, e Bellocchio mette in scena le fatiche e le contraddizione di un uomo – primo fra tutti il rapporto con i figli – che ha sbagliato ma non lo giudica.

Il Traditore: la colonna sonora del film di Marco Bellocchio

Il traditore racconta a partire dall’arresto in Brasile e dall’estradizione di Buscetta in Italia, l’amicizia con il giudice Falcone e gli irreali silenzi del maxiprocesso alla mafia. Il suo ultimo film, come fa spesso Bellocchio, è diviso in due parti, una più d’azione, di morte ed esterni, e un’altra nelle aule di tribunale, nelle parole, nei ricordi, nella “prigione” umana dei mafiosi ma anche in un certo senso del pentito. Bellocchio mette in scena gli insulti dalle “gabbie” mentre Buscetta testimonia, gli scontri tra il pubblico ministero e l’imputato, la forza della dichiarazione e la violenza della carne (la bocca cucita di chi non vuole parlare).

Il traditore, cinematographe. itIl traditore è un personaggio di carne e sangue

Il Buscetta di Favino, dolore e rassegnazione, vendetta e onore (“Sono e resto un uomo d’onore”), ha carne e sangue, una gola che scatena terremoti inimmaginabili, dopo la morte di Falcone, alza il tiro e fa il nome di Giulio Andreotti (riecheggia quello di Il divo). Bellocchio racconta un uomo profondo, capace di stringere amicizia con coloro che prima erano per lui il nemico, non è questione di rispetto di un criminale – qui morale e etica non sono messi sul piatto. Il protagonista ha una sua statura soprattutto se messo a confronto con gli altri mafiosi che sembrano figure senza personalità – addirittura il Capo per antonomasia, tanto capace d’impartire ordini, far premere grilletti ad altri, quanto incapace di scontrarsi con il boss dei due mondi -, non comici ma grotteschi, tristi e squallidi, bestie come quelle che, come contraltare, girano dentro a una gabbia. La forza di Il traditore sta proprio nelle scene in tribunale, negli scontri dialettici tra pubblico ministero e Buscetta in cui si rivedono le sequenze di Salvatore Giuliano di Francesco Rosi.

Cannes 2019 – Il Traditore: recensione del film di Marco Bellocchio

Bellocchio racconta anche il momento più complicato quando, durante l’interrogatorio per il processo Andreotti, il collaboratore viene distrutto dall’avvocato Franco Coppi: a poco a poco quello che sembrava essere un Gigante viene abbattuto. Nulla di ciò che dice ha valore, ha mentito in passato e quindi la sua parola vale zero.

Il traditore, cinematographe.itIl traditore di Marco Bellocchio tra eco e forza narrativa

Il traditore è un film intelligente, sagace, pieno di intensità – grazie anche alla musica che fa da contrappunto alla storia dell’uomo – che si ascrive perfettamente alla carriera di un regista che, in un modo o nell’altro, ha scritto grandi pagine della storia italiana su grande schermo, capace ancora oggi di rinnovare e rompere schemi e categorie, realizzando un film estremamente contemporaneo. Senza timore né ritrosie con il realismo – privato dell’onirico che spesso alleggerisce il doloroso – che lo contraddistingue fa conoscere, come era successo con altri suoi lavori, una pagina misteriosa, contraddittoria, dei nostri giorni. In questo film si possono vedere da una parte l’eco lontano e diverso di Gomorra e Narcos (e il mondo crime, quello della droga e del film d’azione) ma anche le scritte e la grafica di Il divo, dall’altra ritrovare il cinema politico, d’inchiesta, civile degli anni ’60-’70, quello per cui la cronaca diventa linea guida, sperimentazione di un linguaggio e di un mondo espressivo.

Il traditore ha ottenuto 11 candidature ai Nastri d’Argento, è al secondo posto nel botteghino italiano con 163 mila euro e un totale di 1,7 milioni.

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