Buongiorno, notte

16 marzo 1978. Aldo Moro veniva rapito, in un sequestro costato la vita a cinque dei suoi agenti di scorta, e tenuto prigioniero per i successivi 55 giorni. In questi mesi, di dolore e angoscia per l’Italia intera, con addirittura papa Paolo VI chiamato ad esporsi e a chiedere la sua liberazione, le Brigate Rosse informavano tra proclami e manifesti, su un processo che vedeva come imputato il presidente della Democrazia Cristiana, un processo che era in realtà allo stato italiano stesso.

Erano gli anni di piombo, gli anni in cui i giovani ribelli impugnavano armi e idee, e sono proprio questi giovani che Marco Bellocchio decide di indagare in Buongiorno, notte, in particolare Chiara, brigatista fervida e appassionata, che non mette in discussione metodi poco ortodossi, che si finge moglie amorevole pur di affittare un appartamento, che non si fa domande quando in questo appartamento viene nascosto e segregato Aldo Moro. Le domande, però, Chiara inizierà a porsele una volta che si trova davanti quest’uomo che appare in tutta la sua fragilità. Le sue parole lucide, i suoi ragionamenti, smuovono la sua coscienza e noi la vediamo, in quei sogni che sembrano veri, in quella voglia di liberazione ed estraneamento dai fatti, resi ancora più vividi da un collega che le apre lo sguardo e dalle lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana che sta leggendo. Come le stesse –numerose- lettere che anche Moro scriverà, ai suoi cari, ai suoi amici, al papa stesso, che faranno vacillare la fede di Chiara, come quella dei compagni che si rendono conto uno ad uno di essere finiti in un gioco più grande di loro, un gioco che li rende prigionieri allo stesso modo di Moro.

Buongiorno, notte

Bellocchio ci mostra con un occhio quasi disincantato tutto questo, capace di mettere insieme filmati storici (telegiornali, documentari, programmi televisivi di quell’epoca) e allucinazioni più leggere, capace soprattutto di inserire un discorso meta-cinematografico al suo interno, con una probabile sceneggiatura il cui titolo prende spunto da una poesia di Emily Dickinson, che ricalca quanto stiamo vedendo, e che rende il film ancora più importante. Non è infatti un semplice film storico quello che si guarda, è un film che si interroga, come la protagonista, sulle idee, sui movimenti, sul presente e su quello che per noi è il passato. E in Buongiorno, notte, a 12 anni di distanza dalla sua presentazione a Venezia, seguita dalle polemiche per la mancata vittoria del Leone d’oro, il passato, la sua importanza continua a averla.

Buongiorno, notte

Il merito è certamente da iscrivere a un regista che non ha paura, che adattando il romanzo della brigatista Anna Laura Braghetti sa entrare in questa mentalità, ma il merito è anche in un cast affiatato e credibile, e se con il tempo Maya Sansa e Luigi Lo Cascio si sono un po’ persi nella loro carriera, qui offrono grandi prove, al pari di Roberto Herlitzka, un Aldo Moro fragile e segnato, curioso e concreto, consapevole del suo ruolo di martire. La colonna sonora composta da Riccardo Giagni e impreziosita anche da pezzi dei Pink Floyd e Schubert che sottolineano i momenti più intensi di Buongiorno, notte, rendono il lavoro di Bellocchio uno dei più solidi e completi della sua carriera.

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