Andre Øvredal cinematographe.it

Nell’era del digitale è molto difficile generare lo spavento immediato, basato su sentimenti contrastanti da mettere in scena e rendere potenti a livello scenico. Il panorama cinematografico odierno ripropone schemi il più delle volte prestabiliti, dal ritmo indiavolato ma senza un’identità palpabile e percepibile. Andre Øvredal, regista norvegese classe 1973, si impone di prepotenza in un mercato saturo di temi e contenuti scontati e dallo scarso appeal. L’elemento sovrannaturale nelle sue pellicole viene rivisitato, con un maggiore focus sul background e la costruzione dei retroscena di storie, leggende ed eventi terrificanti. A partire da un blockbuster a tutti gli effetti mascherato da mockumentary, la tecnica del falso documentario: l’indimenticabile Troll Hunter, un cult modermo.

Troll Hunter: la fantastica leggenda nordica prende vita grazie ad Andre Øvredal

Troll Hunter Andre Øvredal cinematographe.it

I troll sono creature che difficilmente ritroviamo in film e letteratura, nonostante gli spunti brillanti che si possono trarre dal loro aspetto minaccioso e inquietante. Si intende che non sono mai stati assoluti protagonisti di una pellicola solida, di puro intrattenimento. Allora Andre Øvredal, che figura sia come regista che come sceneggiatore, decide di ideare una storia in cui questi esseri giganteschi, puzzolenti e dalla risibile intelligenza, entrano in contatto con gli umani producendo le più vaste e devastanti conseguenze. The Troll Hunter (Trolljegeren, 2010) è un mockumentary costruito tramite il montaggio di filmati rinvenuti in maniera rocambolesca.

Questa tecnica molto abusata in realtà è il punto di forza della produzione, anche perché è stato effettuato uno studio accurato anche per i momenti espositivi, nei quali veniamo a conoscenza della minaccia che vive sui monti norvegesi. Una base compatta per divertirsi con la cinepresa, affamata di dettagli e alla ricerca di creature affamate e liberi da ogni assoggettamento. Øvredal, in cabina di regia, ripone l’attenzione sulla scoperta della verità dietro le leggende e sulla figura del solitario e ramingo cacciatore di troll Hans (Otto Jespersen). Questa soluzione genera molta più paura nello spettatore, in attesa di osservare il temibile pericolo dalle terrificanti fattezze. Troll Hunter si poggia su pause, riprese improvvise di ritmo e sfoggio di effetti speciali assolutamente credibili.

Nel momento in cui compaiono i troll davanti la telecamera, il regista decide in modo insistente di mostrarli in tutta la loro grandiosità, senza celarli o rendere volutamente sfocate le sequenze. La resa scenica impostata sull’effetto spettacolare in realtà si trasforma in momento di tensione intenso, per nulla basato sui classici “salti dalla sedia”, in gergo jumpscare. La Norvegia, stato ricco di tradizioni e paesaggi suggestivi, diventa campo di gioco per una rocambolesca avventura di fuga e inseguimenti. I boschi vengono trasformati in habitat, e ogni dettaglio che compone tali habitat viene integrato e interpretato per creare indizi validi per la ricerca. L’orrore vero risiede nel tentativo di conciliare favole storiche con dati scientifici alla mano davvero peculiari, conferendo un realismo assoluto che spaventa in maniera genuina.

Andre Øvredal dirige Autopsy: nulla di male, è solo un cadavere

Autopsy  Andre Øvredal cinematographe.it

Cosa c’è di peggio del rimanere chiusi in una stanza assieme a un cadavere che potrebbe risvegliarsi da un momento all’altro? A sei anni da Troll Hunter, il folgorante esordio del regista norvegese, viene abbandonato lo stile del mockumentary per proporre un giallo in continua mutazione. Interamente ambientato in un obitorio a gestione familiare, Autopsy (The Autopsy of Jane Doe, 2016) si apre con un massacro in piena regola, una scena del crimine enigmatica in cui viene ritrovato anche il cadavere di una giovane donna senza identità.

Autopsy: recensione del film di André Øvredal

L’analisi del corpo, per studiarne cause e motivi del decesso, viene affidato all’esperto medico legale Tommy Tilden (Brian Cox), supportato dal figlio Austin (Emile Hirsch). Da questo momento in poi la cinepresa non uscirà più dalla stanza degli orrori, se non in qualche sporadica occasione. Il segreto della riuscita di Autopsy sta nell’indugiare sul corpo perfettamente intatto all’esterno ma con segreti mai svelati e agghiaccianti al suo interno; un contrasto molto efficace che determina i toni e l’atmosfera del film. Il corpo senza vita racconta una storia sempre più incalzante con l’avanzare del racconto: vivisezionandola, aspetti ben poco legati al mondo della scienza emergono con forza e decisione, finendo col provocarla.

La recitazione di Olwen Catherine Kelly in Autopsy di André Øvredal

Øvredal, ancora una volta, ripone massima fiducia e concentrazione sul background che giace dietro al cadavere senza nome e senza origine. La paura dell’ignoto è molto più impattante della presenza invadente che vaga in stanze buie e corridoi isolati. Olwen Catherine Kelly, il cadavere protagonista, viene esaltata in ogni suo aspetto: sdraiata, immobile, ma al tempo stesso mutevole. La comunicazione col corpo risulta fondamentale per il regista, che non perde tempo a focalizzarsi sul mistero che alimenta la sua immagine perfetta, in apparenza. Il risultato è eccellente, complice un’ambientazione tenebrosa e al completo servizio della regia pulita, clinica e asciutta.

Scary Stories to Tell in the Dark: il sangue chiama altro sangue per Andre Øvredal

Scary Stories to tell in the dark Andre Øvredal cinematographe.it

Con l’uscita imminente nelle sale di Scary Stories To Tell In The Dark, presentato in anteprima al Festival del Cinema di Roma, Andre Øvredal ritorna sulla scena proponendo una trasposizione dell’omonima serie di libri per ragazzi scritta da Alvin Schwartz, composta da tre volumi. Il perfetto film per Halloween è servito, gli elementi per renderlo appetibile a un pubblico di giovanissimi ci sono tutti: una famiglia dal passato oscuro e pronto a tormentare la psiche dei ragazzi protagonisti, apparizioni di mostri sempre più orrendi e spaventosi e una città in procinto di festeggiare l’evento del 31 Ottobre.

Scary Stories to Tell in the Dark: recensione del film

Nella tranquilla cittadina di Mill Valley, dove apparentemente sembra succedere poco e niente di interessante, emergerà la tragedia di Sarah Bellows, una famigerata assassina capace di riportare in vita i più disparati mostri legati ai traumi di ogni personaggio messo in primo piano. Il regista norvegese firma il suo film più debole a livello di solidità narrativa, ma il suo tocco non svanisce; il cinema avventuroso si tinge di nero, con chiare sfumature dell’orrore movimentate da creature sovrannaturali e scomparse misteriose. L’influenza della blasonata serie Netflix Stranger Things si fa decisamente sentire, ma Øvredal tiene conto del sangue come elemento purificatore che allieta l’animo oscuro di Sarah Bellows: una figura che non comparirà mai del tutto e non si mostrerà a figura intera nel corso del film, se non nell’ultimo atto.

Scomodando l’eterno e dannato riposo della ragazza, Sarah diventerà il tratto d’unione di tutte le storie terrificanti raccontate nella pellicola. Un libro con parole dettate da lei e scritte col sangue modificherà l’ambientazione proposta, e noi spettatori non possiamo fare altro che adattarci al ritmo impostato dalla stessa. Per quanto riguarda l’aspetto tecnico ed espositivo, alla regia non mancano le inquadrature strette e fossilizzate sul diverso, sul dettaglio raccapricciante. Il marchio distintivo del regista non viene assolutamente tralasciato, per favorire un coinvolgimento misurato e utile a non abbandonarsi al puro intrattenimento di serie B. L’aspetto più vincente dell’intera produzione è da riportare nei movimenti fluidi e serrati di Øvredal, che coinvolge i suoi ragazzi nel circo dell’orrore e dell’assurdo: esso diviene un personaggio extra che domina sugli istinti e sulle paure dei giovani ragazzi. Una minaccia molto più reale rispetto allo spirito di Sarah e ai mostri che caratterizzano l’horror prodotto da Guillermo del Toro.

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