1917, cinematographe.it

Se è vero che le parole costruiscono la realtà, è anche vero che le immagini compiono lo stesso sforzo, quello di riverberare una realtà e darle spazio. Ciò che accade nell’ultimo film di Sam Mendes, 1917, non è solo la messa in scena di una narrazione ambiziosa, in cui agisce il rapporto con l’immaginario bellico sedimentato nella memoria, ma è la risignificazione del lavoro di un regista, che ottempera molti compiti: progettare spazi, violare i limiti, codificare un’idea, una visione.

L’idea alla base del lavoro di Mendes è quella di avvicinare lo spettatore all’azione, in modo da poter condividere ciò che i due protagonisti, Blake e Schofield, subiscono e sopportano in ogni fase della loro missione. Il dispositivo del cinema in questo senso viene adoperato sia per soggettivizzare l’atto filmico e soprattutto per creare l’illusione della continuità, che anche i registi Alejandro G. Iñárritu in Birdman, Alfred Hitchcock in Nodo alla gola e Aleksandr Sokurov nell’Arca russa, hanno già simulato.

George MacKay interpreta un giovane soldato britannico, Schofield, che si trova nelle vicinanze quando uno dei suoi compagni, Blake, accetta un incarico pericoloso: attraversare le linee nemiche per consegnare un messaggio alle truppe britanniche sul fronte occidentale.

1917: una narrazione ambiziosa

1917, Cinematographe.it

Ciò che determina e distanzia 1917 da altre narrazioni è ciò che ha plasmato Sam Mendes: 1917 non è una storia sulla guerra, ma una storia sulla condizione umana e che in un certo senso si fa portatrice del lavoro stesso di un artista. Quest’idea si è manifestata ed è folgorante. Sam Mendes ha riportato al cinema l’essenza della sopravvivenza umana, ha spogliato del superfluo una narrazione bellica, togliendo dallo schermo ogni elemento che costituisse l’idea della guerra in termini storici e simbolici.

Come regista ha iconizzato la figura del soldato impiegandolo come un elemento di rottura dello stereotipo, uno stereotipo che viene in un certo senso assolto nei film di guerra, come una figura spersonalizzante, un vinto, un uomo annientato che è destinato a incontrare tanti altri soldati, ma con “la divisa di un altro colore”. Questi soldati hanno una direzione, un nome, hanno una missione che svincola dalla progettualità bellica, e lo spettatore è partecipe di un succedersi di situazioni che lo rende in prima linea sul fronte, pronto a condividere i passi incerti e fangosi dei soldati.

La tecnica dello scatto ravvicinato crea, in un modo quantomeno affascinante, una sorta di effetto teatrale: è a tutti gli effetti lo spettacolo di due persone che si muovono attraverso uno spazio ininterrotto, ostile e asfittico. 1917 è una storia divisa in atti, in proposizioni interne, in scenari diversificati, una composizione tragica nella sua forma più classica, in cui l’opera è come unicum nella sua struttura interna.

1917 e il movimento come struttura delle scene e scrittura visiva

1917, cinematographe

La telecamera è frenetica, sinuosa, guardinga ma silenziosa, segue questo duo mentre striscia fuori dalle linee di sicurezza delle trincee e si imbarcano in un tremendo cammino attraverso la terra di nessuno. Mendes è attento al ritmo della storia, i dialoghi sono ridotti al minimo, si sente il ​​peso, la suspense in ogni scena e gli attori, che si muovono in questo mondo di terrore senza gloria, sono incredibili.

1917 è una storia sulla condizione umana perché la storia inizia in movimento e termina in movimento. Il movimento non è solo legato alla struttura delle scene ma alla scrittura delle stesse, al modo in cui viene organizzata la narrazione. Il movimento è metafora stessa della vita: in questo senso la condizione umana risalta e si esprime direttamente attraverso la composizione del mezzo cinematografico.

La cinepresa ci lascia percepire il respiro della mortalità, ci permettere di vivere in prima persona gli ostacoli che devono essere superati; in questo senso è un movimento che incita e compie la narrazione in soggettiva ma che è anche incoraggiato dalla frenesia dei soldati, è un movimento che nasce sia dentro che fuori il dispositivo del cinema, e che fa da pontiere tra il lavoro stesso di un artista e lo sguardo dello spettatore.

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