Midsommar - Il villaggio dei dannati, cinematographe.it

Per scrivere la sceneggiatura di Midsommar – Il villaggio dei dannati, il regista e sceneggiatore Ari Aster è partito dalla musica. Da suoni distorti, da emozioni che passano prima per le melodie, poi per le anime, i rituali, le tradizioni. Musiche primarie nella sua seconda opera d’autore, un horror che vive di ogni singola vibrazione, da quella più nascosta alla più percettiva. Nel viaggio dei sensi del suo film luminosissimo, Aster affida all’irregolarità della colonna sonora di Bobby Krlic la propria storia, facendo della sinergia tra sonoro e visivo una delle influenze preminenti nel suo folcloristico lavoro.

Cinematographe.it presenta Midsommar – Il villaggio dei dannati di Ari Aster

Nella pittoresca comunità di Hårga, dove i sortilegi e la circolarità della vita scandiscono il tempo dei loro abitanti, i protagonisti di Midsommar – Il villaggio dei dannati vengono avvolti dalla musicalità di un territorio in cui i suoni diventano altro tipo fondamentale di linguaggio, accompagnando le consuetudini della vita di uomini e donne e arricchendone i momenti di festa. Così la musica descrive pedissequamente l’andamento del racconto dell’orrore e viceversa, con l’intuizione perseguita da Krlic di estendere al coro dei protagonisti l’impegno musicale.

Tradizione e disagio vitale: la colonna sonora di Midsommar – Il villaggio dei dannati

È, infatti, un repertorio da poter cantare quello realizzato dal compositore inglese, dai più conosciuto con il nome di The Haxan Cloak, alla ricerca per Ari Aster di una linea vocale che potesse essere riprodotta dai personaggi stessi e venir cantata all’interno del film. Così le lacrime, le urla, i sospiri di Midsommar – Il villaggio dei dannati si mischiano in un vortice che perfora l’orecchio dello spettatore, ammaliato dalla bellezza di una colonna sonora che si adegua a un disagio insito nell’atmosfera della pellicola e che risuona con insistenza fino a renderne insostenibile l’ascolto.

Midsommar – Il villaggio dei dannati: la spiegazione del finale del film

Eppure, in questo stato di malessere fisico che le melodie procurano, c’è sempre dell’armonia che riesce a sottrarsi dallo stato di ansiosa apprensione che circonda l’opera di Aster, avvicinando le sonorità e i brani al calore della tradizione che caratterizza gli usi e i costumi dei cittadini del piccolo villaggio. Un’orgiastica atmosfera ritualistica che passa anche per il recupero di classici modi musicali svedesi, che comprendono l’utilizzo de la ghironda, antichissimo strumento a corde nordico, e della nyckelharpa, appartenente alla stessa famiglia di strumenti musicali e sopravvissuta grazie alle leggende e alle usanze popolari.

La colonna sonora di Midsommar – Il villaggio dei dannati: dal malessere di Gassed alla placidità di Attestupan

L’alternanza di terrore e placidità, dovuta alla fede nel cerchio dell’esistenza naturale e umana dei villeggianti, viene accentuata dai salti continui dell’accompagnamento musicale, che passano da brani quali lo stridente Gassed per arrivare al più mansueto – seppure in continuo e sottile crescendo – Attestupan. La colonna sonora di Bobby Krlic intensifica la sensazione di immersione all’interno della follia ideata dalla mente del cineasta americano, la cui volontà di inserire completamente il proprio pubblico nel trip allucinogeno e spaventoso spinge la pellicola ad un livello di ricezione sensitiva totale.

Midsommar – Il villaggio dei dannati: recensione del film di Ari Aster

Come la condivisione tra abitanti e nuovi arrivati si fa simbiotica fino alle sorti della cerimonia e del sacrificio finali, così la comunione tra la musica e ciò che restituiscono le immagini finisce per unirsi all’unisono. Un’adesione talmente irresistibile e unanime da coinvolgere in prima persona la stessa “estranea” Dani, protagonista del film interpretata dall’ottima Florence Pugh. E sul lavoro con Ari Aster, afferma Krlic: “Tentare di essere all’altezza delle aspettative di un regista che ha costruito la sceneggiatura sulla mia musica è stato un compito intimidatorio, ma alla fine penso sia stata l’esperienza più gratificante e profondamente istruttiva che abbia mai avuto”. Un film che si trasforma in rito e che, come ogni tradizione che si rispetti, porta avanti con sé la propria musica.

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