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Netflix conferma la sua particolare attenzione nei confronti del sempreverde filone delle commedie adolescenziali, distribuendo l’adattamento del romanzo di successo di Julie Murphy Dumplin’, che in Italia è stato maldestramente adattato col titolo Voglio una vita a forma di me. Le protagoniste di questo classico racconto di formazione, incentrato sulla difficoltà nell’accettazione di se stessi e in particolare del proprio corpo, sono la talentuosa australiana Danielle Macdonald (già vista in Bird Box e Patti Cake$) e l’inossidabile Jennifer Aniston, che si mettono al servizio della sceneggiatrice Kristin Hahn e della regista Anne Fletcher (Step up, 27 volte in bianco, Fuga in tacchi a spillo) per la rappresentazione di un complesso e sfaccettato rapporto fra madre e figlia, decisamente agli antipodi per personalità e punti di vista.

Willowdean, soprannominata scherzosamente Dumplin’ (polpetta) dalla madre, è a disagio con se stessa e con gli altri per la sua corporatura abbondante e alle prese con un’eredità difficile da gestire. La mamma Rosie è infatti un’ex reginetta di bellezza ancora piacente, vero e proprio modello per le ragazze desiderose di sfondare nel mondo della moda e dello spettacolo. Pur legate dall’amore materno, Willowdean e Rosie sono reciprocamente imbarazzate dall’altra: la figlia mal digerisce i tentativi della madre di restare al passo con le più giovani e di mostrarsi ancora come una reginetta, nonostante la vita l’abbia poi portata a un lavoro modesto e lontano dalle luci dei riflettori; Rosie invece fatica ad accettare la corporatura della figlia, e cerca in ogni maniera di convincerla a perdere peso. A unirle è invece il ricordo della sorella di Rosie Lucy, prematuramente deceduta dopo essere stata un punto di riferimento per Willowdean.

Voglio una vita a forma di me affronta il tema della fiducia in se stessi senza banalità o derive demenziali

Voglio una vita a forma di me cinematographe.it

Voglio una vita a forma di me affronta una tematica sempre attuale come l’acquisizione della fiducia in se stessi, declinandola con una pungente ironia e con un costante rifiuto della retorica, tali da rendere il prodotto sempre godibile e convincente, anche nei suoi sporadici passaggi a vuoto. Nonostante la scelta di portare la sgraziata protagonista alla partecipazione a un concorso di bellezza condotto anche dalla madre, il racconto rifugge infatti costantemente banalità e derive demenziali. Voglio una vita a forma di me riesce inoltre ad affrontare temi particolarmente sentiti fra i giovani come l’obesità e il confronto con una società i cui canoni estetici sono sempre più stringenti, trovando la giusta miscela fra dramma interiore e spirito di ribellione contro una società retrograda e superficiale.

La Macdonald e la Aniston caratterizzano perfettamente i rispettivi personaggi, donando loro tridimensionalità e profondità. Nei loro aspri confronti e nell’atteggiamento passivo-aggressivo con cui mettono a nudo le reciproche fragilità c’è tanto rancore represso, ma anche la manifestazione dell’incapacità di trovare un terreno sul quale dialogare e attraverso cui esprimere tutto il loro amore. Un rapporto intimo e controverso, che si gioca non soltanto sulle diversità fisiche delle protagoniste e sui loro confronti, ma anche sul non detto, sulle espressioni diffidenti e sugli sguardi di reciproca intesa nel momento in cui le cose sembrano andare per il meglio.

Voglio una vita a forma di me: la musica come strumento per l’espressione della propria voce interiore

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Una componente fondamentale di Voglio una vita a forma di me è certamente la musica, che ha portato all’opera di Anne Fletcher anche una nomination per la migliore canzone originale per la scorsa edizione dei Golden Globes. I brani country di Dolly Parton costituiscono infatti per Willowdean una sorta di rifugio sicuro, in cui allontanarsi dall’insoddisfazione e dalle prese in giro dei compagni, ulteriormente alimentate dallo scomodo paragone con la madre. La musica è però per la protagonista anche possibilità di riscatto, attraverso cui farsi forza del ricordo e dell’amore della compianta zia Lucy (anche lei sovrappeso e alle prese con un rapporto conflittuale con Rosie), superare le proprie limitazioni e trovare un modo con il quale esprimere la propria voce interiore.

Con l’evoluzione del rapporto fra Willowdean e Rosie che catalizza l’interesse dello spettatore e gli sforzi della regista, inevitabilmente viene data meno rilevanza ai personaggi secondari. È questo il caso di Odeya Rush, amica e confidente di Willowdean, di Luke Benward, che di Willowdean è impacciato spasimante, e del piccolo gruppo di emarginate che la protagonista trascina con sé nella missione impossibile di competere con aspiranti modelle in un concorso di bellezza. La rappresentazione di questi personaggi, come quella delle drag queen protagoniste di un locale notturno in cui Willowdean trova ispirazione, si avvicina pericolosamente alla narrazione per stereotipi, rischiando di compromettere quanto di buono mostrato in precedenza. Gli show canori di Willowdean e delle compagne, abilmente gestiti dal punto di vista visivo e registico, riescono però a compensare qualche debolezza narrativa, donando vivacità e smalto al racconto.

Voglio una vita a forma di me: un attacco a testa alta alla superficialità della società

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Anche se il punto di arrivo di Voglio una vita a forma di me è largamente intuibile fin dai primi momenti, l’opera di Anne Fletcher si eleva rispetto a prodotti similari per l’originalità del percorso attraverso il quale si arriva al finale. L’uscita con cui Willowdean rifiuta categoricamente l’etichetta di Giovanna d’Arco delle ragazze in carne diventa infatti un manifesto dell’intera operazione, che attacca a testa alta la facilità con cui la società tende a etichettare le persone per aspetto fisico, gusti sessuali, provenienza o religione, esaltando senza patetismi o artificiosità la forza e le qualità delle persone emarginate. Voglio una vita a forma di me riesce al tempo stesso a mettere in scena anche un sorprendente rapporto fra madre e figlia, che riesce a fortificarsi nelle zone d’ombra e a trovare nel comune lutto un modo per superare le incomprensioni e le diversità.

Voglio una vita a forma di me è disponibile dal 3 maggio su Netflix.

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