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Il rapimento di Paul Getty III non è il primo della storia e non è neanche il primo ad essere affrontato dall’industria cinematografica. Certo è che con Tutti i soldi del mondo Ridley Scott suscita curiosità e aspettative, affrontando attraverso l’occhio viscido della celluloide il substrato mediatico e psicologico rimasto impigliato nel grande e complesso quadro storico facente riferimento agli anni ’70.

Lo sceneggiatore David Scarpa edifica una storia drammatica ma in alcuni punti monotona, sorretta dalla regia di Ridley Scott che, alternandosi tra bassorilievi, riprese aeree e uso sporadico del bianco e nero, risulta pragmatica ed essenziale. Tutti i soldi del mondo instaura il suo punto nevralgico nella costruzione dei personaggi e delle ambientazioni: gli angoli di Roma, le viuzze da presepe calabresi, le ampie e lussuose tenute londinesi o quelle affascinanti e poco presenti del Marocco fanno tutte parte di una galleria d’immagini in movimento nelle quali è facile perdersi, mentre è meno semplice entrare in empatia con tutti i protagonisti della pellicola, il cui profilo è frastagliato come quello dei monti all’orizzonte, soggetto a luci e ombre che non siamo certi di riuscire ad apprezzare e ad afferrare.

Tutti i soldi del mondo: troppi luoghi comuni nel film di Ridley Scott?

Tutti i soldi del mondo recensione cinematographe

Nella spasmodica mania di mettere in scena la verità Scott in effetti sembra perdersi in un ingorgo di luoghi comuni e incroci storici tale da rievocare il ricordo di un periodo che molti non potremo ricordare di persona, ma che conosciamo di certo. L’Italia che la pellicola mette (o vorrebbe mettere) in scena è quella invasa dalla cultura hippie e dalle Brigate Rosse, l’Italia delle rivolte e della malavita organizzata che inizia a uscire sempre più dai confini regionali per puntare a quelli nazionali.

La storia privata che corre parallela a quella pubblica si concentra sul rapimento di John Paul Getty III (Charlie Plummer) – il nipote prediletto di quel Getty (Christopher Plummer) magnate del petrolio noto per essere stato l’uomo più ricco ma soprattutto più avido del mondo – avvenuto a Roma il 10 luglio del 1973. La ricostruzione degli spazi e della cultura dell’epoca gode di un’accuratezza intenzionata più ad apparire che ad essere, aderendo di striscio alle parole scritte sui giornali di cronaca dell’epoca. Ma dopotutto Ridley Scott sottolinea che il film è semplicemente tratto da eventi reali; un po’ come nel celebre Il Gladiatore, con le dovute misure, anche qui Scott vuole stupire partendo dalla realtà per poi giocare un po’ con la fantasia.

Quale pecca compie dunque il regista di Alien e Blade Runner? Sicuramente si avverte, in questa enorme costruzione, la mancanza di una navata centrale in grado di condurci al calice della piena soddisfazione; il suo thriller è una nebulosa di frasi e parole e fatti annunciati a metà che si bloccano tutti nell’intercapedine della caratterizzazione, non riuscendo ad andare oltre la scorza dura dell’apparenza. In Tutti i soldi del mondo non si va al di là dei fatti noti ai più; si entra in casa sempre come ospiti, mai come parenti intimi e l’orrore o la tensione che dovremmo poter provare sembrano anch’essi sommersi in un’ampolla piena d’acqua che ci vieta di udire con precisione tutte le note del dramma.

Tutti i soldi del mondo: ogni cosa ha un prezzo nella vita, il difficile è stabilire quale

La fortuna di Tutti i soldi del mondo poggia completamente sull’interpretazione, in primis quella di Michelle Williams nel ruolo di Gail Harris, madre del ragazzo e nuora di Getty. La Williams è interamente immersa nei panni della madre disperata ma determinata a salvare il figlio e la sua forza umana e spirituale emerge anche grazie al contrasto con gli altri personaggi: lei non è una Getty e perciò non è legata ai soldi, non si interessa agli affari; lei è una persona comune e affronta le cose con lo spirito di chi fa i conti solo con la buona fede altrui. È chiaro che la sua luce brilla ulteriormente se messa a confronto con l’aura negativa del vecchio Getty interpretato da Christopher Plummer: un uomo di apparente buon senso, maggiormente incline ad amare le cose più delle persone e attaccato al denaro in maniera assurda e malata. Una crudeltà d’animo che, riportata sul grande schermo cinematografico, non può fare a meno di suscitare ilarità ma non pura riflessione!

Michelle Williams e Christopher Plummer svettano nel cast di Tutti i soldi del mondo 

Tutti i soldi del mondo recensione cinematographe

La rappresentazione della complessa situazione familiare di casa Getty non scalfisce l’animo dello spettatore, basito per l’atteggiamento del miliardario – intenzionato a non pagare il riscatto per paura di sperperare il suo patrimonio – ma non sconvolto al punto da esserne emotivamente coinvolto. Se il terrore c’è è inframezzato da effimeri momenti splatter (uno per l’appunto!) e lo stesso vale per l’ammirazione.

Già, perché non c’è nulla di ammirevole nei personaggi portati in scena dalla Williams o da Mark Wahlberg (che qui presta il volto a Fletcher Chase ex agente della CIA e fidato collaboratore di Getty). Sono genitori, esseri sottoposti a degli ordini, avvocati, comunicatori. Ognuno resta nel proprio ruolo senza azzardarsi a intingere la storia di maggiore umanità, che anzi sembra trasparire più nel “rappresentante” della ‘ndrangheta (Cinquanta alias Romain Duris).

Regalano puri momenti di goduria uditiva, invece, le musiche composte da Daniel Perberton: melodie a tratti silenti pronte ad esplodere nei momenti giusti.
Tirando le somme Tutti i soldi del mondo conferma la sapienza di Ridley Scott di partire dal particolare per poi ingrandirlo a macchia d’olio, lasciando che l’untuosità si intersechi tra le maglie romanzate, figlie della realtà stessa. Il regista usa una storia di cronaca per creare sottili e quasi invisibili confronti: tra povertà e ricchezza, tra il potere economico di Getty e quello della ‘ndrangheta, tra chi ha una mente filosoficamente plasmata sui buoni principi e si occupa più dell’amore che del denaro e chi invece con i soldi pretende di comprare tutto.

Tutti i soldi del mondo è un thriller drammatico in grado di suscitare un cumulo di pretese, di coinvolgere quanto basta e, se sarete meno duri di Jean Paul Getty, persino di farvi riflettere su un piccolo dettaglio che la realtà consumistica tende sempre a insabbiare: i soldi non comprano gli affetti, non comprano le persone né l’amore, perché il benestante non possiede la ricchezza bensì ne è posseduto e, nonostante si crogioli nell’alambicco del suo benessere utilitaristico, il suo distillato ultimo non potrà che essere la morte.

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