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Pochi registi sanno manipolare tematiche intrise di male e violenza con una direzione talmente precisa da riuscire ad avere il controllo delle reazioni del pubblico, sapientemente smorzate da intermezzi ironici prima, durante o dopo un momento non facile da digerire. Uno di questi registi è senza dubbio Lars Von Trier che, con La casa di Jack (The House That Jack Built), confeziona un’opera che della violenza e del male è massima espressione, ma la cui fattura fa prevalere l’incanto sul disgusto.

La casa di Jack racconta la formazione e i delitti di un serial killer degli anni ‘70, mentre affina il suo progetto mortale andato avanti per 12 anni. Donne, bambini, uomini, animali, Jack (un eccezionale Matt Dillon) non risparmia niente al suo desiderio irrefrenabile di distruzione, che viene lentamente dischiuso attraverso una voce narrante, il misterioso Verge (Bruno Ganz) col quale Jack sente il desiderio di confessarsi, non tanto perché pentito ma per cercare un’ ulteriore conferma alla sua grandiosità narcisistica. Ma Verge lo avverte fin dall’inizio: è disposto ad ascoltarlo, ma nel suo racconto difficilmente ci sarà qualcosa che non ha già sentito, nel viaggio che conduce alla destinazione finale chi ha commesso tanto male.

La casa di Jack (The House That Jack Built): la casa degli orrori di Lars Von Trier

The House That Jack Built Cinematographe.it

Jack uccide alla ricerca di una perfezione estetica frustrata dall’aver studiato da ingegnere, invece che da architetto. Un uomo quindi proiettato più sulla forma che sulla struttura e il contenuto, spinto da una smania circolare ben sintetizzata dal percorso della propria ombra quando cammina fra due lampioni: davanti a sé subito dopo aver superato la luce (che simboleggia il momento dell’omicidio) – quando il piacere inebriante dell’onnipotenza sovrasta ogni altro pensiero, proiettando un’immagine grandiosa del proprio io – ma ben presto alle spalle, persecutoria e inquietante, fino a quando un nuovo raggio di luce, e quindi un nuovo omicidio, non fa ripartire il macabro meccanismo da capo.

The House That Jack Built è suddiviso in 5 episodi, o meglio, 5 “incidenti” più un epilogo, che illumina lo spettatore sul destino finale del nostro antieroe: il primo vede protagonista Uma Thurman, rappresentata genialmente come una donna petulante e invadente al limite della sopportazione, uccisa brutalmente da Jack con un cric, con lo scopo principale di farla stare finalmente zitta. Da qui si intravede già la genialità di questo film, che presenta il primo orrendo delitto del protagonista spingendo lo spettatore a empatizzare inconsciamente con l’assassino, mentre il regista sorride della nostra vergogna e della sua misoginia.

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Seguono altri delitti, in un crescendo di manipolazione, orrore e sadismo, in cui Jack esplora ogni possibile sfaccettatura della disumanità infierendo sul terrore di chi sta per morire e sui corpi straziati, diligentemente riposti in una stanza freezer in cui vengono conservati, ma in cui esiste un’area che Jack non riesce mai ad aprire, forse perché non ancora pronto per affrontarne il contenuto.

La casa di Jack (The House That Jack Built): un viaggio dantesco e simbolico negli inferi del male

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Come nello stile del regista, in particolare in Nymphomaniac, Lars Von Trier affronta il flusso di coscienza di Jack, e le relative risposte del suo interlocutore Verge, inoltrandosi in parallelismi fra gli atti criminali, l’arte e le leggi della natura. Jack è convinto che nei suoi delitti si nasconda una bellezza altrove introvabile, nonostante Verge cerchi di ammonirlo fino all’ultimo sulla necessità di ricercarla nell’amore, un sentimento che l’uomo non ha mai conosciuto, devastato dalla sua mente perversa e da un disturbo ossessivo-compulsivo che lo porta (in modo esilarante) a dover tornare più volte sulla scena del delitto, tormentato da paranoie su residui di sangue non eliminati.

The House That Jack Built mostra l’inesorabilità del male, portandola all’estremo dell’ipotesi di un aiuto divino nel perseguirlo, fra piogge purificatrici e apparenti coincidenze che portano l’uomo a farla sempre miracolosamente franca, anche complice la totale indifferenza (e stupidità) che affligge gli esseri umani. Un film che mostra tutto il pessimismo ontologico del suo regista, ma da una prospettiva tanto sadica quanto divertita,  in cui viene ostentato cinicamente il senso di resa, di fronte all’assenza di un limite all’orrore (certe scena sono decisamente insopportabili) ma in cui il male assoluto viene presentato costantemente dalla prospettiva folle, al limite dell’umorismo, dello psicopatico Jack, limitando così la partecipazione emotiva, che altrimenti renderebbe la visione insostenibile.

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Così, mentre l’ego del protagonista cresce in modo direttamente proporzionale al numero di delitti commessi, per Jack – fino a un certo punto – non nascondersi diviene il miglior modo per non essere trovato, fino a quando l’avvicinarsi dell’inevitabile resa non fa sentire l’uomo pronto per affrontare il passo successivo e definitivo del suo destino.

The House That Jack Built rappresenta un grande ritorno sulla scena per il regista danese, che in questa pellicola dà libero sfogo al suo pessimismo cosmico, riuscendo a renderlo in modo visivamente ipnotico, costruendo una narrazione vorticosa che non fa pesare affatto la sua impegnativa durata di oltre due ore e mezza. Il film sarà distributo nelle sale cinematografiche italiane in autunno; nel cast del film anche Siobhan Fallon Hogan, Sofie Gråbøl, Riley Keough, Jeremy Davies, Ed Speleers, David Bailie.

La casa di Jack è al cinema dal 28 febbraio 2019 con Videa.