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Pochi registi hanno mostrato la capacità di innovare, di sperimentare e di utilizzare la fantasia come scrigno dal quale attingere in ogni momento come Steven Spielberg. La sua cinematografia affonda le radici sia in una sperimentazione narrativa e visiva mai doma, sia soprattutto nella cultura pop e in un’intenzione postmoderna sempre marcata, dove la cultura americana del dopoguerra la fa da padrone. Di tutto, del suo percorso personale ed artistico, Ready Player One è la summa, forse il suo più genuino e cosciente lascito artistico ed umano.

Tratto dall’omonimo bestseller di Ernest Cline (qui co-sceneggiatore assieme a Zak Penn), il film ha come protagonista il giovane Wade Owen Watts (Tye Sheridan), che vive una vita non molto diversa da quella della stragrande maggioranza delle persone che, nel 2045, sono sopraffatte dalla povertà e dall’alienazione. La vita è ormai totalmente soggiogata alla realtà virtuale e, anche nella gigantesca e sovraffollata Columbus, le persone passano gran parte del loro tempo su OASIS, enorme mondo virtuale creato a suo tempo dal visionario e stralunato James Halliday (Mark Rylance) e da Odgen Morrow (Simon Pegg). In OASIS tutti hanno diritto ad essere ciò che vogliono essere, dal momento che l’unico limite è quello della fantasia e dei sogni. OASIS è diventata in breve tempo un colosso al cui confronto la Apple di Steve Jobs pare quasi la ferramenta dietro casa, creando però un cortocircuito sociale, economico e culturale dalle conseguenze nefaste ed imprevedibili.

Alla morte di Halliday, il mondo è venuto a conoscenza di una sconvolgente eredità dell’eccentrico innovatore: l’aver lasciato la sua immensa fortuna ed il controllo totale di Oasis al vincitore di una competizione in tre round, che però si rivelano nel tempo di una difficoltà tale da sembrare praticamente invalicabili per chiunque. Ma non per Wade e per i suoi amici, che finiranno per questo nel mirino dell’avido e megalomane Nolan Sorrento (Ben Mendelsohn), a capo del colosso informatico IOI e deciso ad impadronirsi di OASIS con qualsiasi mezzo.

Ready Player One: il paradiso narrativo dei nerd, ma anche il Valhalla della cultura pop!

Ready Player One cinematographe

In questo nuovo millennio il cinema si è più volte impadronito di bestseller e fumetti di culto, creando trasposizioni cinematografiche quasi sempre di grande successo. Tuttavia spesso la critica è stata tiepida con il risultato finale, così come i fan letterari, che spesso hanno accusato di “tradimento” le case cinematografiche ed i registi. Ebbene, con Ready Player One è facile prevedere che sia gli uni che gli altri usciranno dalla sala entusiasti, grati e soprattutto con una ritrovata fiducia nella capacità del cinema di essere veicolo non solo di una generica e personale fantasia, ma scrigno dal quale ripescare e far rivivere i fondamenti della cultura pop.

Ready Player One spinge oltre ogni limite visto prima il concetto di citazionismo postmoderno, di homage, creando quello che possiamo definire non tanto e non solo il paradiso narrativo dei nerd (dei quali Cline è profeta letterario) ma soprattutto il Valhalla della cultura pop. Videogiochi, film, fumetti, serie tv, musica… tutto si fonde e si autoalimenta in questo universo virtuale creato da una CGI tanto stupefacente quanto animata da un’ispirazione genuina, sincera, sempre efficace e che non commette mai l’errore di diventare fine a se stessa. Ciò che impressiona nel film è l’immensa capacità di essere ad un tempo moderno, avveniristico e assieme nostalgico, malinconico, strenuamente impegnato a sottolineare il continuum, l’inestricabile legame non solo ludico, ma profondamente culturale, spirituale, che lega i prodotti culturali destinati ai giovani di ieri a quelli di oggi.

Ready Player One di Steven Spielberg sa essere un film al contempo moderno, avveniristico e nostalgico

Ready Player One cinematographe

Perché se è vero che il XX secolo è stato un secolo anomalo dal punto di vista storico, lo è stato anche dal punto di vista tecnologico, culturale e semiotico, con ogni generazione che ha elaborato e fruito di prodotti culturali che ne hanno descritto e condizionato (positivamente sia chiaro) sogni, aspirazioni, mode, speranze. Spielberg confeziona un capolavoro che è ad un tempo tributo e condanna del concetto di alienazione ludica, di introspezione che ci permette di sfuggire ad una quotidianità tirannica, agra di quelle avventure e quella possibilità di autodeterminazione disperatamente cercata da una mente umana che necessita solo di stimoli, sogni, mondi, in cui perdersi ed esercitarsi.

Ready Player One in diversi momenti è a tutti gli effetti la perfetta rappresentazione del cervello umano, della sua immensa capacità di fondere, unire, immaginare, rendere tutto qualcosa di speciale, diverso, nostro ma allo stesso tempo universale perché basato su riferimenti e totem culturali condivisi. Sotterranea si mostra inquietante l’altra faccia della medaglia: la concreata possibilità di diventare schiavi della finzione, di surrogare la realtà, la vita reale, a qualcun altro; di abbracciare una schiavitù che prima che materiale diventa mentale, ideologica, esistenziale. Il diventare numeri, cloni, privi di una reale libertà, rivive nelle nemesi ben poco poetiche ma molto realistiche di un film a tratti inquietante e politico molto più di quanto sembri a prima vista.

Ready Player One e la subdola schiavitù moderna

Ready Player One cinematographe

Ready Player One è però anche l’occasione per riabbracciare lo Spielberg che il mondo ha conosciuto a amato per tanto tempo, oggettivamente spesso scomparso o atrofizzato negli ultimi anni in nome di produzioni e progetti poco ispirati o ripetitivi. Qui (dove sovente omaggia sé stesso con grande autoironia) riecco emergere ancora una volta il suo cinema per ragazzi, di cui rivela sempre di avere un’opinione ben più alta ed edificante di tanti altri cineasti. Ecco quindi il suo ricollegarsi ai teen movie anni ’80 e ’90, al concetto di film di formazione, che ebbero in IT, E.T., Ritorno al Futuro, Labyrinth, i Goonies alcuni dei titoli ancora oggi più amati. Il regista statunitense condanna il mondo degli adulti, per il voler inseguire la giovinezza solo nelle apparenze e non quella dell’animo come già aveva fatto in Hook – Capitan Uncino, A.I. o le Avventure di Tin Tin. Chiaro poi l’omaggio a quella generazione di registi comprendente oltre che a Spielberg, anche geni del calibro di George Lucas, Robert Zemeckis, Yoshiyuki Tomino, Hayao Miyazaki, John Boorman o John Carpenter, capaci di trattare il cinema come sano intrattenimento, forma d’arte accessibile, e non come parcheggio per enormi baracconi senza anima.

L’universo video-ludico, suggerisce Ready Player One, non ha battuto il cinema. Casomai è la fantasia che ha trovato nuove forme di espressione, nuovi mondi in cui ognuno può creare qualcosa di unico, di irripetibile. La componente umana, sia in chiave di scelte a livello micro che di leadership a livello macro, è alla base di un film che sferza la logica narcisistica, arrivista e vanitosa che viene oggi proposta al mondo come sine qua non per avere successo. In un’epoca di personalismo forse, cercare la condivisione, ricordarsi che siamo fatti di carne e sangue, che non viviamo solo nel mondo virtuale, è il modo migliore non per avere successo, ma per essere felici. La tecnologia offre meraviglie, ma è il come utilizzarle la chiave, il pensare con la propria testa, il rifiutare l’omologazione, il rivendicare la fantasia come atto personale ed intimo.

Ready Player One rivendica un mondo meno omologato ma più felice

Ready Player One cinematographe

Con tanti e tali effetti speciali, si potrebbe pensare ad una componente attoriale sacrificata. Invece il film vanta un Tye Sheridan convincente e abile a rimanere sotto le righe quando serve; un Mendelsohn che, chiamato ancora una volta a fare il villain, crea ancora una volta qualcosa di diverso da ciò che abbiamo visto in Rogue One o Il cavaliere oscuro – Il ritorno. Mark Rylance si conferma attore camaleontico, gli altri giovani (in alcuni casi giovanissimi) interpreti degni eredi dei teen idols che i nati negli anni ’70 e ’80 ancora oggi ricordano con affetto.

Con una colonna sonora si Alan Silvestri di grande qualità, basato su una sceneggiatura che riesce nonostante tutto a sfuggire ai luoghi comuni ed un montaggio di Sarah Broshar e Michael Kahn da mostrare alle scuole di cinema nostrane, Ready Player One si candida ad essere uno dei film più importanti del nuovo millennio, uno dei migliori di Spielberg e qualcosa che non potete e non dovete perdervi. Un viaggio divertentissimo, completo, fantastico, accessibile e mai banale.

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