voto del pubblico 3.0/5
voto finale 2.5/5
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione
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Il periodo compreso fra gli anni Settanta e Ottanta è stato quello in cui il cinema di genere, partendo soprattutto dalle menti dei brillanti autori italiani, stava imparando a lasciarsi dietro l’ossessione per i luoghi incontaminati, deserti, onirici, quando non siderali o comunque extraterrestri, che avevano dominato le scene nel cinema di genere (non solo italiano) fino alla decade precedente. L’orrore e il terrore si fanno entrambe entità pericolosamente più vicine, prossime alla natura umana, talvolta addirittura connaturate in essa: va da sé che, adesso, è la città a farsi totale protagonista delle vicende narrate dagli autori e registi, luogo perfetto per la rappresentazione delle paure primordiali che vengono generate ed estinte, quando possibile, a partire dai rapporti fra gli individui.

Onirica, diretto da Luca Canale Brucculeri, ha un grande pregio: limitandosi ad analizzare un quadro generale delle tendenze del cinema italiano contemporaneo, raramente è ormai possibile trovarsi dinanzi a opere destinate al grande e piccolo schermo che riescano a riprodurre con passione, e con quel necessario tocco barocco che tanto si addice a certi luoghi, le città del belpaese che hanno fatto la storia della cinematografia horror mondiale. Si tratta di un approccio che a Dario Argento fu tanto caro, ed è (non a caso) proprio verso l’autore romano che lo sguardo di Canale si posa: Torino è protagonista indiscussa della catena di efferati omicidi che sconvolgono le vite dei protagonisti, come lo era nel celebre Profondo Rosso, opera di riferimento principale per Onirica.

Onirica è un fluente e ininterrotto omaggio al cinema di Dario Argento

Non si tratta più solo di mero terreno su cui gli eventi hanno luogo, perché la città si colora (letteralmente) di uno spirito cosciente, si anima, prende quasi vita. Onirica fonde una trama mistery di base, a dire il vero piuttosto semplice, a un fluente e ininterrotto omaggio al maestro del brivido italiano. Si parte da un omicidio, quello principale, che ricalca quello nella chiusa di Profondo Rosso: Gianna Nicolodi (Gianna come il personaggio interpretato, nel cult, da Daria Nicolodi) è incaricata di investigare su quanto accaduto, ma i suoi sospetti si posano su uno scrittore di gialli e saggi che sembra sapere tutto sulla carriera e sull’arte di Dario Argento. Man mano che la narrazione procede, e che gli assassinii aumentano, i rifeirmenti si fanno più espliciti. Oltre al quasi dichiarato Profondo Rosso c’è chiaramente Suspiria, c’è Tenebre (anche nella scelta di una riflessione sul mezzo, stavolta il cinema più che la scrittura), c’è Phenomena, Il gatto a nove code, e chi più ne ha più ne metta. Il regista dimostra, come il protagonista, non solo di conoscere davvero a fondo le immagini di una filmografia che ha studiato, evidentemente amato e apprezzato a tutto tondo, ma anche di aver trovato il modo di far suo un modo di realizzare film, lo sguardo di un altro autore.

Onirica è un film spesso ingenuo, ma sicuramente ispirato

L’omaggio di Onirica, naturalmente, è anche un omaggio a tutte quelle produzioni da cui lo stesso Argento ha tratto grande ispirazione, primo fra tutti Mario Bava, ma si discosta dalla mistery tale tipica dell’autore romano per abbracciare tematiche più moderne: lo dimostra la centralità del personaggio di uno psicoterapeuta che, un po’ ingenuamente, svolge la funzione di ipnotizzatore e risolve in quattro e quattr’otto incognite e incagli intimi che richiederebbero un tempo maggiore, oltre che una scrittura più sottile e dialoghi meno espliciti. Ciò non toglie che, nelle sue piccole imprudenze, nella sua estrema semplicità e linearità, Onirica sia un prodotto curioso e un film senza dubbio sincero e trasparente, oltre che notevolmente ispirato. Spesso si avverte la mancanza di un tocco più professionale, dalle prove attoriali (sebbene ve ne siano alcune buone) alla fotografia, ottima nella sequenza suspiriorum e meno in altre, ma non si può non apprezzare il candore di un film così originale nel suo essere derivativo.