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Qualsiasi particolare fuori di testa, qualsiasi assurdità o sciocchezza abbiate sentito intorno a Mandy, state pur certi che è vera. Ogni critica, ma anche ogni privilegio. Ogni lode per l’audacia, ma anche ogni recriminazione di presunzione. È talmente pieno il film di Panos Cosmatos da contenere al proprio interno una dicotomia di fondo, un’ambivalenza dannosa alla sua messa in pratica, ma al contempo la doppia fonte da cui trarre tutto l’interesse che scaturisce da questo titolo oramai già cult.

È in una foresta mistica che i sogni e gli incubi di Mandy vanno prendendo forma. Ai piedi dell’ombra delle montagne, dove si possono cacciare animali e demoni. E sono questi ultimi di cui è alla ricerca Red (Nicolas Cage), provato dall’intrusione nella propria casa da un gruppo di hippy sotto effetto di LSD e costretto ad osservare la propria vita bruciare davanti ai propri occhi. È pura vendetta quella che scatenerà la ricerca brutale dell’uomo, deciso a risanare il sangue con altro sangue.

La doppia anima di Mandy, il film con Nicolas Cagemandy cinematographe

Mandy: Nicolas Cage vuole vendetta nel primo violento trailer

Mandy va suddividendosi in due compartimenti ben chiari: il primo, la parte iniziale, che segue le logiche dell’occultismo e dello spiritualismo più insano e radicato, e poi il secondo, che scioglie le briglie che lo tenevano incatenato permettendo alla storia – e, quasi, obbligandola – a strafare, a esaltarsi, a scegliere sempre l’opzione più delirante ad ogni suo singolo risvolto. Una demarcazione netta, sancita da due differenti modi di affrontare il prodotto di finzione e che assegnano all’opera di Cosmatos una duplice identità.

È di percezioni che il film va concependosi al suo principio. Della possibilità di dare all’inquietudine il proprio spazio, lasciando libere le sensazioni di esprimersi direttamente attraverso il mezzo visivo. Nessuna foresta potrà mai essere colorata di rosso neon e nessun passaggio di armi o amuleti avrà mai il proprio effetto psichedelico durante la consegna di mano in mano. Ma, nonostante l’impossibilità dei fatti – e sono tutti insensati gli avvenimenti del film -, i turbamenti e le emozioni trovano in Mandy il loro equivalente cinematografico, dipingendo, stabilendo ed anche soffocando l’intera prima metà dell’opera.

Un ampliamento dei tempi che rende sempre più insostenibile la visione del film, ma la cui insofferenza non è altro che il trampolino per un viaggio nell’inferno e dell’assolutismo del trionfo del trash, sotto qualsiasi suo stato. Dopo la creazione di atmosfere e il torpore dell’ascetismo, è a Nicolas Cage che il film affida il proprio attuarsi. Un volto che non è mai stato tanto adatto nella propria carriera come ora che deve scagliarsi contro il più squilibrato pareggiamento dei conti, con un grugno e due occhi a palla da stendere al tappeto e che contribuiscono all’alimentarsi di pazzia messa in mostra da Panos Cosmatos.

Mandy: un film tra disprezzo e venerazione, disgusto e ammirazionemandy cinematographe

E con la sua seconda parte Mandy ci sfida ad accettare i propri termini, a permettere che sia l’irragionevolezza – narrativa e tecnica – a prendere volutamente il sopravvento. Uno sfogo che non ha intenzione di ritrattare i propri intenti, ma esagera, stra-esagera e, poi, esagera ancora. Un turbinio di violenza, putridume e classe Z da tramutarsi in un film tanto intollerabile quanto gustoso e sfacciatamente divertente, che non rispetta nessuna condizione e, a tratti, nemmeno se stesso, straboccando di lerciume e fascinazione ad ogni fotogramma.

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Nonostante, però, la sua natura bipartita, è unico il sentimento che si può provare davanti a Mandy: rabbia, disgusto, odio oppure ammirazione, stupore, venerazione. E va bene così, va bene disprezzare quando va bene amare, perché è così che vuole il film. Perché è di tutto questo che Mandy va componendosi.

Mandy uscirà nelle sale italiane nel corso del 2019 con Leone Film Group.

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