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Quando si parla di signori della droga e di cartelli colombiani la mente torna per forza di cose a Pablo Escobar e al suo “Impero”. L’immaginario televisivo e cinematografico si è nutrito e continua a nutrirsi della sua epopea, con l’eco delle “gesta” criminali del quale si è macchiato che risuona ancora adesso sul piccolo e grande schermo, tanto da ispirare plot di film e serie anche non direttamente collegati a lui e alla sua storia. Negli anni è capitato in più di un’occasione che prendendo liberamente spunto dalla sua figura nascessero personaggi fittizi, frutto della fantasia di qualche sceneggiatore come nel caso del protagonista di Lavaperros, ultima fatica dietro la macchina da presa di Carlos Moreno.

Lavaperros: una guerra senza vincitore né vinti, che lascerà dietro di sé una scia di cadaveri, sangue e bozzoli

Lavaperros cinematographe.it

Rilasciato lo scorso 5 marzo su Netflix, il film del cineasta sudamericano racconta la storia di Don Oscar, un temuto e potente narcotrafficante ora in declino che prova disperatamente a tenere in piedi quel che resta del suo clan. Un clan del quale rimangono però solo le briciole, qualche affiliato, dei possedimenti che stanno andando in rovina, un piccolo gruzzolo di denaro tenuto nascosto e una valanga di debiti contratti con un giovane boss locale che ha nessuna intenzione di scendere a patti. Un fuoco incrociato al quale prendono parte gli immancabili franchi tiratori, i furbetti che vogliono svoltare e la polizia. Insomma tutto il campionario e l’universo di personaggi che vanno a comporre il classico gangster movie in cui la lotta per il potere s’intreccia con il romanzo criminale. Il risultato è una guerra senza vincitore né vinti, che lascerà dietro di sé una scia di cadaveri, sangue e bozzoli. Lavaperros è dunque un si salvi chi può, che si traduce nel racconto di un lento e inesorabile andare a picco di una nave dalla quale chi prima e chi poi cercano di scendere tutti. Peccato che a salvarsi come accade il più delle volte in circostanze analoghe sono in pochi, per non dire nessuno, con i momenti che precedono i titoli di testa in cui non si può fare altro che la conta dei morti.

Lavaperros: un crime stemperato da pennellate pulp in stile Tarantino

Lavaperros cinematographe.it

Chi come noi ipotizzava all’inizio il dipanarsi di una commedia nera dai toni grotteschi dovrà ben presto ricredersi, con la pellicola di Moreno che ci mette poco a smontare la pista dei toni leggeri per abbracciarne una decisamente più drammatica. Un dramma però stemperato da pennellate pulp e sopra le righe che alleggeriscono e di molto il peso. Per farlo l’autore prende a modello il Jackie Brown di Quentin Tarantino, per ammissione del regista colombiano una fonte dalla quale ha attinto a piene mani per disegnare sullo schermo con uno stile viscerale un crime in cui i personaggi si muovono tra ondate di tradimenti, violenze, sesso e droga. Lavaperros “gioca” con gli stilemi e gli stereotipi del genere in questione, ma anche con i riferimenti a lui cari che da sempre nutrono il suo modo di fare cinema, rintracciabili per intero nella trilogia di Rubirosa.    

Un film derivativo dove la parola d’ordine è prevedibilità

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Purtroppo l’esito e fin troppo derivativo e di conseguenza impersonale, con la stragrande maggioranza delle one line che una volta intrecciate creano una tela che si fa presto a capire dove si vada a esaurire. La parola d’ordine è dunque prevedibilità rispetto all’epilogo e alle dinamiche che conducono lo spettatore sino ad esso. A tenere a galla l’opera a conti fatti non è la scrittura, ma la regia eclettica di Moreno e la performance corale di un cast variegato nella sua composizione, al timone del quale c’è Christian Tappan nel ruolo di Don Oscar.