Jurassic World – Il Dominio: recensione del capitolo conclusivo

Jurassic World - Il Dominio è un'operazione nostalgia che non trasuda meraviglia.

Jurassic World non sconvolge più. Quei giganti che dominavano il nostro pianeta circa 230 milioni di anni fa e sui quali abbiamo a lungo fantasticato grazie alla saga si sono ridotti a essere preistorici gattini selvatici, talvolta adorabili, talaltra minacciosi, ingombranti oppure fruttuosi investimenti per losche multinazionali americane. Nell’economia di un franchiste fortunato e dal successo pressoché assicurato, Jurassic World – Il Dominio, posto come capitolo conclusivo e al cinema dal 2 giugno 2022 grazie a Universal Pictures, si pone allo spettatore con spregiudicata incoerenza e irriconoscibilità, arenandosi ai confini di una trama informe in cui non si rintraccia più neanche un briciolo di “effetto WOW”.

Colin Trevorrow torna alla regia dopo il primo capitolo, uscito nel 2015, in cui il sogno di John Hammond riprendeva forma in maniera coinvolgente ed entusiastica, schierando in campo nuovi personaggi e nuovi dinosauri. Lo ritroviamo adesso, dopo un secondo capitolo, Jurassic World – Il regno distrutto (in cui Juan Antonio Bayona aveva cercato di importare la sua impronta autoriale), completamente genuflesso alle logiche del mercato, privato dell’anima innovativamente preistorica che la coda di questo franchise avrebbe meritato di avere. Eppure nella rete in cui ci intrappola Jurassic World – Il Dominio ci sono maglie così larghe da permetterci di fuggire via, di allontanarci dalla fantasia e dall’illusione per catapultarci in un mondo post-apocalittico e colluso, un mondo che ha smesso di sorprendersi, finendo semplicemente per annientarsi.

Jurassic World – Il Dominio: il mondo ha smesso di sorprendersi nel capitolo conclusivo della saga

Ambientato quattro anni dopo la distruzione di Isla Nublar, il film sceneggiato dallo stesso Trevorrow insieme a Emily Carmichael, apre le danze della finzione con fare documentaristico, fornendoci un quadro generale sulla situazione vigente, ovvero sulla dispersione dei dinosauri nel mondo e sullo sconvolgimento della catena alimentare. Il male, motore di ogni storia, trova linfa vitale in una casa farmaceutica autorizzata a fare sperimentazioni sul DNA preistorico. Ma il male, da solo, non basta, poiché necessita di attenzioni e approvvigionamenti, di idee che ne sappiano stimolare l’astuzia e la paura. Già, la paura! Quella che Steven Spielberg ci ha infuso fin dentro al midollo, amalgamata con la meraviglia, modificata geneticamente in riverenza verso un passato che per volontà e prepotenza umana ritorna, in un tempo che non gli è stato assegnato dalla storia.

Quella paura genuina e candida che ha fatto la fortuna della saga giurassica crolla sotto i colpi di una sceneggiatura che sul tavoliere srotola generi come dadi senza volto, in bilico tra il fiabesco profilo di un brachiosauro picchiettato da fiocchi di neve a un velociraptor addestrato a uccidere. La macchina da presa si perde tanto nella poesia della natura incontaminata, in pittoreschi paesaggi in cui i triceratopi pascolano come pecorelle, quanto nell’impronta action di inseguimenti al cardiopalma, persi tra i salti mortali di Chris Pratt e Bryce Dallas Howard, in sella a una moto o appesi a un precario balcone, mentre dinosauri assetati di sangue si agitano con la stessa meccanicità di un automa, urtando il corpo contro i monumenti di una città senza anima, che potrebbe essere ovunque e appartenere a qualsivoglia copione cinematografico.

Quando la paura non attraversa lo schermo, l’utopistico fascino non basta

Non manca, nel reticolato della corruzione e nell’ingranaggio narrativo, la nota spionistica: vite animali e umane prese in ostaggio, pronte a essere sacrificate per un progetto più ampio e, ancora, locuste giganti messe al servizio di un diabolico piano per affamare il mondo. Elementi che lasciano intravedere il barlume di una polemica politica e sociale attuale, ma che si sgretolano sotto i colpi dell’effimero, coagulandosi in uno sviluppo pessimo, un po’ come accade a tutti gli spunti dei quali ci è concesso sentire solo l’odore, senza tuttavia scorgerne la sostanza.

È come se Jurassic World: Il Dominio non ci mostrasse il mondo moderno con i dinosauri, piuttosto cartoline tratte da un mondo in decomposizione, idee possibilistiche impossibilitate a esistere e a farsi opera cinematografica coesa. Un film incapace di attraversare i sentimenti visceralmente, che naviga perennemente sulla cresta esterna della paura, dell’azione, della meraviglia, scatenando momenti di terrore che non riesce a sfruttare, come la caduta nel ghiaccio di Owen Grady o l’immersione di Claire in acque torbide. In inquadrature come queste il terrore scivola troppo in fretta, senza darci tempo di capirlo e metabolizzarlo, né tantomeno di comprenderlo. Scene che sembrano essere il set di un’attrazione da parco divertimenti; porzioni filmiche dall’evoluzione scontata.

Jurassic World – Il Dominio e quel luccichio, retaggio di Jurassic Park

Una saga, quella di Jurassic World, che racimola frettolosamente i pezzi mancanti, ansiosa di completare un puzzle destinato a restare irrisolto. Una saga che, in questo capitolo conclusivo, fa del dominio di una specie il suo punto cardinale, rovesciando sul grande schermo un buonismo scontato e irrealistico, in cui si disperde persino un ipotetico insegnamento narrativo.
Una pellicola che punta troppo e male sulla nostalgia, svuotandola di meraviglia e tentando di veicolarla non per mezzo del comparto tecnico e artistico, bensì sfruttando esclusivamente peculiari estratti del copione. Quel retaggio di Jurassic Park, portato in auge dal ritorno di Laura Dern e Sam Neill (rispettivamente nei panni della dottoressa Ellie Sattler e del professor Alan Grant), nonché da quello di Jeff Goldblum (nei panni del mitico Ian Malcolm), è l’unico territorio felice in cui è possibile rintracciare la magia giurassica, condensata però in frasi fatte e malamente sentite.

Parimenti, il T-Rex si erge al di sopra di qualsivoglia predatore giurassico, in barba alle leggi della natura, tentando di strappare la tela di ragno nella quale il destino della saga sembra essere intrappolato.
Dondolato dalla colonna sonora di Michael Giacchino, che ricalca come sempre l’atavica musicalità, Jurassic World – Il Dominio si fa forte di un cast ineccepibile (oltre a Chris Pratt, Bryce Dallas Howard, Sam Neill, Laura Dern e Jeff Goldblum, anche Mamoudou Athie, Scott Haze, Dichen Lachman, Daniella Pineda, Campbell Scott, Isabella Sermon, Justice Smith, Omar Sy, DeWanda Wise, BD Wong) e della vivida fotografia di John Schwartzman, sfociando in uno scontato bagno di umiltà genetica, nella consapevolezza di essere – in quanto umani – la minima parte di un immenso creato.

Analogicamente, anche questo capitolo conclusivo di Jurassic World, che avanza impacciato verso un terreno paludoso di generi e slanci mozzati, si svela al pubblico come un microscopico ingranaggio di una saga che ha ancora il suo fulcro e la sua anima più pura in quel Jurassic Park che nel 1993 ci lasciò davvero senza fiato.
La visione di Jurassic World: Il Dominio, invece, ci lascia ebbri di noia, tramortendoci con una gentilezza patinata e non voluta (neanche dovuta) e con una serie di percorsi terminati prima ancora di iniziare. Il problema, forse, oltre a essere insito nel film, è divenuto parte integrante della nostra specie: siamo indifferenti alla meraviglia, così ci culliamo con pigrizia nella nostalgia, che è rimpianto statico e talvolta logoro.

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Regia - 2
Sceneggiatura - 2
Fotografia - 2.5
Recitazione - 3
Sonoro - 2.5
Emozione - 1

2.2

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