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Sono passati quasi vent’anni da quando milioni di persone in tutto il mondo affrontarono code interminabili per riuscire a sedersi in sala e vedere il secondo capitolo della trilogia de Il Signore degli Anelli – Le due torri. In molti si chiedevano se il regista Peter Jackson fosse riuscito con questo secondo capitolo a replicare il successo ottenuto con La Compagnia dell’Anello, uscito l’anno precedente, e non erano in pochi a nascondere una certa apprensione, viste certe critiche che i fan di Tolkien avevano rivolto al regista neozelandese per le molte libertà che si era preso.

A conti fatti oggi, a tanti anni di distanza, con gli adolescenti di allora che sono divenuti adulti, possiamo dire tranquillamente che non solo Jackson mise a tacere i detrattori, ma superò ogni più rosea aspettativa, creando un capolavoro che ancora oggi stupisce per raffinatezza e cura in ogni aspetto.

Il Signore degli Anelli – Le due torri: la creazione di un mondo oltre la retorica hollywoodiana

Peter Jackson con Il Signore degli Anelli – Le due torri dimostrò un’incredibile maestria nel saper creare un iter narrativo sfaccettato, nel dare il giusto spazio ai diversi protagonisti e rispettive gesta, nel saper alternare la dimensione micro e quella macro, nel guidare lo sguardo dello spettatore dentro e fuori un mondo immaginifico di incredibile bellezza e verosimiglianza.

A conti fatti fu anche un ennesimo colpo di maglio alla retorica ed estetica hollywoodiana, al loro gigantismo sgraziato e senz’anima, che di lì a poco avrebbe imitato l’opera del regista solo dal punto di vista tecnico, non certo dal punto di vista del contenuto e della potenza espressiva.

Una potenza espressiva che Le Due Torri mostrò nelle grandiose scene di battaglia, nelle creature fantastiche e paurose della Terra di Mezzo, ma anche negli sguardi, nei dialoghi, nei momenti in cui Jackson mostrò il suo incredibile talento nel saper cucire assieme dramma, paura, ironia, tristezza, nel saper variare ritmo e atmosfere in modo armonioso, ma eloquente.

Il Signore degli Anelli - Le due torri cinematographe.it

Gli ingredienti grandiosi de Il Signore degli Anelli – Le due torri

Coadiuvato da una delle colonne sonore più epiche e riuscite di ogni tempo creata da Howard Shore (forse anche superiore a quella, straordinaria, del primo episodio della saga), Jackson seppe far risaltare in modo perfetto il grande lavoro alla fotografia di Andrew Lesnie, che grazie a lui aveva vinto con La Compagnia dell’Anello uno strameritato Oscar.

Il lavoro di Lesnie fu perfettamente combinato con le idee di Grant Major, Dan Hennah e Alan Lee per ciò che riguardava il design, le scenografie, gli effetti speciali e visivi da utilizzare per guidare lo spettatore nelle terre dei cavalieri di Rohan, tra gli Emyn Muil, i boschi e le fortezze, dove uomini, hobbit, elfi ed orchi incrociavano l’uno il cammino dell’altro. Ngila Dickson e oltre 40 sarte confezionarono migliaia di costumi, assieme a quel Richard Taylor che mostrò quanto il trucco, il vecchio caro affezionato trucco, fosse ancora capace di stupire in un’era in cui il digitale già imperava.

Un digitale che venne massicciamente sfruttato da Jackson che si, certo, è noto quanto amasse usare modellini e diorami, ma che qui lasciò che il team della sua Weta Digital si sbizzarrisse e facesse mostra dello straordinario talento ed innovazione di cui erano capaci. E che rivoluzionò per sempre il mondo della fantasia al cinema per come li conoscevamo fino ad allora.

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Il Signore degli Anelli – Le due torri: il rispetto della poetica di J.R.R. Tolkien

Di libertà, rispetto alla fonte originale, anche in questo caso il regista se ne prese parecchia, ma sempre in modo assolutamente coerente e perfettamente in linea con la poetica, la narrativa e le idee di Tolkien, tanto che persino i più severi tra i critici de Le Due Torri dovettero ammettere quanto efficace fosse il prodotto finale, quanto appassionante, vibrante e ben strutturato fosse il complesso iter narrativo.

Un iter in cui l’azione andava di pari passo con riflessioni profonde, metafore politiche e filosofiche potenti, molto attuali, portate avanti dai protagonisti e (soprattutto per quanto possa sembrare paradossale) dalle loro nemesi. Il titolo già di per sé ricordò a molti critici un legame profondo con gli attentati dell’11 settembre da poco verificatisi, con la guerra al terrore, con le frotte di fanatici guidati da un profeta cinico e spietato che assaliva i popoli liberi. Saruman come Osama Bin Laden? Molte penne autorevoli lo scrissero, forse un pò imprudentemente, visto che era l’epoca dei totalitarismi sanguinari ad aver sicuramente ispirato la fantasia di Tolkien.

Un totalitarismo, una politica descritta come strumento spietato e meccanico al servizio del potere, degli uomini di potere, persino nel redivivo Gandalf, capace di usare, mentire, dissimulare pur di raggiungere il suo scopo, senza guardare in faccia a nessuno. Un potere che logora, che distrugge, che è un veleno per chi non ne conosce la natura, per gli uomini comuni, quel Gollum che fu Smeagol che Jackson armò di una meravigliosa doppia personalità che lo rese ad un tempo odiato e oggetto di profonda pietà.

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Una pietà che traspariva in ogni istante dagli occhi di un Frodo Beggins sballottato in un mondo di responsabilità schiaccianti, condannato a misurarsi con un continuo attacco alla sua anima, alla sua moralità, alla sua empatia.

Il Signore degli Anelli – Le due torri: il vero protagonista del film

L’anello, vero assoluto protagonista sotterraneo, veleno che intossica ogni essere, simbolo dell’ambizione, del desiderio di potere illimitato che quasi distrusse il mondo in cui viveva Tolkien, viene qui descritto come alter-ego di quella croce cristiana che cambiò il mondo. La guerra, non è più combattimento tra schiere di nemici che condividono una pur flebile concezione di valore ed onore, non è conquista territoriale o ambizione guerresca, è annientamento, è rovesciamento dell’ordine naturale, è la mano bianca di Saruman che attinge alle svastiche, alle croci uncinate, alla falce e martello.

Una guerra che si fa più pre-industriale, che schiaccia il codice cavalleresco, il valore dell’eroe e dell’epica, sacrificata sulle Termopili di Helm, distrutta dall’orda armata di una tecnologia che rende lo scontro impari. Ma è un’arma secondaria rispetto alla paura, ad “un odio tanto scellerato” come disperato esclama quel Re Theoden che assurge a simbolo ultimo dei Re degli uomini tra gli uomini come i miti antichi ci descrivevano.

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Il Signore degli Anelli – Le due torri: la guerra dell’uomo alla natura

Si tratta di una guerra che distrugge non solo l’uomo ma anche la natura, metafora della dissennata umanità che sia in pace che in guerra, già ai tempi di Tolkien attaccava il cuore verde del pianeta. Isengard, con le sue fucine malefiche, con lo stregone bianco che chiede più e sempre più ai suo orchi-operai, è la perfetta rappresentazione del capitalismo, di quell’industria disumana che nella Germania nazista, nella Russia dei piani quinquennali, negli USA del New Deal, metteva tutto al di sotto della catena di montaggio.

E che deve soffrire la rappresaglia del cuore verde, della natura, che rappresenta il momento più epico de Il Signore degli Anelli – Le due torri, forse anche della meravigliosa e norrena carica dei cavalieri di Rohan contro la massa informe degli Uruk-Hai. E proprio questi orchi giganteschi, sanguinari, possenti, richiamano nella costruzione de Le Due Torri di Jackson quel “nuovo mondo” che dal XV secolo insanguinò l’Europa con guerre di sempre maggior devastazione, sostituì la figura del guerriero in modo definitivo con quella del soldato, della carne da cannone sacrificabile. Al posto del valore avanza con loro il massacro dei mercenari, dei Lanzichenecchi descritti da Manzoni e delle Compagnie di Ventura che combattevano non più per onore e o fedeltà, ma per amore del denaro della violenza.

Essi sono la controparte di quegli elfi perfetti, eleganti, che soccombono, loro pochi fratelli e fortunati, di fronte a quelle masse informi, anonime, bestiali che già nel 1930 José Ortega y Gasset vedeva vincenti sull’intelligenza delle élite, che Hegel temeva decenni prima che Tolkien le raffigurasse violente, cieche e rozze.

Il Signore degli Anelli – Le due torri: una storia di guerra, con la speranza sullo sfondo

Ma vi è anche e soprattutto, ne Le Due Torri, la storia dei pochi contro molti, dei patrioti contro gli eserciti schiavi, schiavi che somigliano molto (quando sono umani) a quei persiani e medi che cercarono di conquistare il mondo libero greco nei secoli antichi a bordo anche loro di colossali elefanti, in testa ad eserciti variopinti ed esotici.

Ma sono anche, nel loro essere orda, sciame genocida, la personificazione degli invasori barbari, visigoti e unni, dei mongoli del Khan, dell’anarchia che mette fine a imperi, ere, che distrugge Costantinopoli e saccheggia Roma. Un’invasione che Jackson ci mostra con la Battaglia del Fosso di Helm, la più perfetta, cruenta ed epica mai vista prima e dopo di allora sul grande schermo, con buona pace della Marvel, del gigantismo di Bay e delle isole del Pacifico di Eastwood.

Forse che Le Due Torri sia un film pessimista di fondo? No. Perché tra tante creature magiche e strane, inquietanti ed orrende, è l’uomo, nella sua duplice rappresentazione reale dei cavalieri di Rohan, di Aragorn e metaforica di quegli hobbit in missione per la speranza, l’uomo appunto, fragile, fallace, imperfetto, è il solo che può salvare il creato. E sé stesso. E il mondo, la grande ruota in cui gira, e l’oscurità del tempo in cui Tolkien creò il suo capolavoro, quella della svastica, dei massacri, non può fermare la speranza degli uomini in un futuro diverso, migliore.

A tanti anni di distanza non si può che riconoscere quanto Le Due Torri sia stato il miglior film di Peter Jackson, il migliore della saga de Il Signore degli Anelli, più maestoso e profondo del primo, meno frettoloso e pop de Il Ritorno del Re.

Purtroppo Hollywood, come fa sempre, ha imparato poco da quelle lezione portata la cinema, se non di copiarne esclusivamente la meccanica espressiva, ed è toccato alla televisione, alla sua fertile serialità televisiva che ora si appresta a ricominciare il viaggio nella Terra di Mezzo, portarne avanti l’insegnamento, e creare gli omaggi migliori.

Il Trono di Spade su tutti, ne ha raccolto la sfida di andare oltre l’ovvio, di descrivere metaforicamente noi stessi, il nostro mondo, le nostre paure e speranze, sotto le raffinate vesti di un elfo, a bordo di creature terribili o tenere. Per questo, anche per questo, Le Due Torri è e rimane uno dei film più importanti del suo tempo. E non solo.

 

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