Il mio posto è qui: recensione del film di Daniela Porto e Cristiano Bortone

Porto e Bortone conducono un notevole lavoro sui corpi e i volti dei due interpreti protagonisti, Ludovica Martino e Marco Leonardi, tra scelte d’amore, desiderio di rivalsa e consapevolezza di sé. Dal 9 maggio al cinema

Talvolta accade che un atto, così come un lungometraggio qualunque – si tenga a mente il fatto che cinema e vita non abbiano mai realmente smesso di intrecciarsi e confondersi tra loro – raggiunga il plauso e riconoscimento unanime, finendo per essere considerato come qualcosa di estremamente coraggioso, perciò interessante e meritevole di dibattito, pur consapevole, oppure no, di non meritarlo affatto. Così come accade che atti di vita e lungometraggi cinematografici evidentemente meritevoli, proprio perché sprovvisti di illustri passerelle, non riescano mai realmente a raggiungere tale visibilità, successo e dibattito, ed è sempre un gran peccato. Al secondo caso appartiene Il mio posto è qui, un modello di cinema solido, sincero e nient’affatto commerciale, diretto dal duo formato da Daniela Porto (autrice dell’omonimo romanzo) e Cristiano Bortone e interpretato da due meravigliosi Marco Leonardi e Ludovica Martino. Sul primo caso della riflessione invece, non resta che sorridere e passare oltre.

Il mio posto è qui: scelte d’amore

Il mio posto è qui: recensione del film di Daniela Porto e Cristiano Bortone

Così comincia e così giunge a conclusione il lungometraggio di Porto e Bortone. Attraverso il racconto di una dura terra, dunque di chi la vive e inevitabilmente lavora, quale è la Calabria rurale, resa dal duo registico ancor più violenta e drammatica, poiché vittima delle conseguenze sociali, economiche e politiche generate dalla fine della Seconda Guerra mondiale, il film mostra quanto a volte, perfino nel peggiore degli scenari, l’amore, osservato in questo caso come consapevolezza di sé, desiderio di riscatto, ribellione e fame di speranza, possa portare luce, laddove tutti vedono il buio, esclusivamente il buio.

C’è chi resta e chi se ne va. Lo sanno bene Marta (Una splendida Ludovica Martino, che nella sua prova più dolorosa e drammatica, ci ricorda e questa volta per davvero, grandi volti del nostro cinema passato, tra bellezza pura e tragicità. Meritatissimo dunque il premio Mariangela Melato alla miglior attrice conferitole dal Bari International Film Festival) e Lorenzo (raramente Marco Leonardi è stato così commovente, solido e sincero). Le uniche due anime ancora salve dalla violenza, ignoranza e brutalità del luogo in cui vivono, che proprio avendole imprigionate, non può che forzarle alla fuga. Sulla potenza dunque del desiderio e sul significato profondo della costrizione che seppur drammatica, può condurre alla salvezza, quella vera.

Il mio posto è qui; cinematographe.it

Salvezza che nasce da una scelta, o più di una. Dapprima l’amore, poi il giudizio altrui, la violenza psicologica, seguita inevitabilmente da quella fisica e ancora dal rifiuto e dall’impossibilità della resa. Per ciascuno di questi accadimenti, una scelta viene presa e perseguita fino in fondo. Se è difficile che il male possa avere la meglio in circostanze come queste è comunque bene sottolineare che quella di Porto e Bortone non è una favoletta, piuttosto la resa cruda, diretta, realistica e per questo efficace di uno spaccato storico che raramente abbiamo potuto riscontrare e osservare nel nostro cinema ultimo, così come in quello internazionale.

Il mio posto è qui; cinematographe.it

Il mio posto è qui: valutazione e conclusione

Porto e Bortone si rivelano dunque abili, tanto in scrittura – il lungometraggio mostra ciò che un tempo siamo stati, raccontando anche e soprattutto ciò che ancora oggi siamo -, quanto in regia, lavorando sui corpi dei loro interpreti e così dei luoghi nei quali gli stessi si muovono, amano e disperano, approfondendo in maniera così sorprendente e necessaria, un logoramento fisico e morale mai estremizzato, mai pornografico e sempre reale. Notevole.

Tornando al lavoro sui corpi e gli interpreti e sulla prova di Ludovica Martino. David Thomson, tra i critici cinematografici e saggisti di cinema più stimati a livello internazionale nel suo celebre La formula perfetta – Una storia di Hollywood ha analizzato così il suo rapporto con Nicole Kidman: “Che cosa intendo per <<fan>>? La domanda non è fatua né peregrina. È piuttosto l’ammissione che il recensore di un film dovrebbe riuscire a comunicare anche la tenerezza, la passione, l’attrazione (di parole ce ne sono tante) che prova nei confronti di un’attrice mai conosciuta di persona. Insomma, in una critica <<seria>> deve pur esserci un modo sincero e utile di dare voce alle proprie fantasie su persone sconosciute, non fosse altro che per essere onesti con sé stessi”. Dunque inevitabile esserlo con Ludovica Martino, che pur a servizio di una femminilità celata illumina lo schermo e così lo spettatore, generando attraverso la rabbia e il desiderio di rivalsa, una bellezza pura realmente capace di accendere e risvegliare. Un lavoro simile lo abbiamo osservato recentemente anche nell’ottimo e coraggioso Resvrgis di Francesco Carnesecchi.

Le riflessioni condotte dal film poi sono molte, colpisce soprattutto quella sulla falsità della femminilità solidale e ancora sull’omosessualità repressa e sfogata nell’ombra, per paura del giudizio altrui e così di un’improvvisa consapevolezza individuale – e forse perfino collettiva – che se messa in luce, può cancellare ogni cosa, da un’apparente dignità, ad una lunga serie di certezze faticosamente costruite nel corso di un’intera vita, tra menzogne, parole non dette ed altrettante remote verità. Che bel film questo Il mio posto è qui di Daniela Porto e Cristiano Bortone.

Il mio posto è qui è al cinema a partire da giovedì 9 maggio, distribuzione a cura di Adler Entertainment.

Regia - 3
Sceneggiatura - 3
Fotografia - 3
Recitazione - 4
Sonoro - 3
Emozione - 3.5

3.3