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La filmografia di Alfred Hitchcock, pur essendo fortemente osteggiata dalla critica dell’epoca – che accusava il regista di Psycho (1960) di realizzare un intrattenimento “del brivido” fine a se stesso – rientra oggi in quella categoria di pellicole immortali. L’abile maestria registica del cineasta inglese – sperimentale e suggestiva – riusciva a delineare degli intrecci solidi, capaci di tenere sempre alta la suspense nello spettatore. Non è da meno Il delitto perfetto, pellicola del 1954 con protagonisti Ray Millard (Giorni Perduti) e Grace Kelly (Mezzogiorno di fuoco, Caccia al ladro) che seppur ritenuta e concepita dal Maestro come una pellicola di contorno del più avvincente e suggestivo La finestra sul cortile – con sempre l’affascinante Grace Kelly come protagonista accanto a James Stewart – è in realtà una pellicola dall’indubbio valore artistico.

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L’idea alla base de Il delitto perfetto fu suggerita a Hitchcock da un dramma di Frederick Knott dal titolo omonimo, rappresentato a Londra nel giugno 1952 e a New York nell’ottobre dello stesso anno. Racconta la meticolosa preparazione del delitto perfetto dell’ex tennista Tony Wendice (interpretato da Ray Millard) al fine di intascare i soldi dell’assicurazione sulla vita della moglie Margot Mary (interpretata da Grace Kelly), ma non tutto andrà come previsto. La pellicola segna anche l’inizio della collaborazione fra Hitchcock e Grace Kelly. La futura Principessa monegasca infatti, oltre a Il delitto perfetto e al sopracitato La finestra sul cortile, prenderà parte anche a Caccia al ladro assieme a Cary Grant – ambientato nella terra dove l’anno successivo sarebbe diventata Principessa e dove conobbe il Principe Ranieri. Il regista trovò nella Kelly l’ideale estetico e psicologico per le sue protagoniste: una bionda elegante in apparenza fredda e distaccata, in realtà con un gran fuoco dentro: da qui il soprannomeGhiaccio Bollente.

Il delitto perfetto cinematographe.it

Il delitto perfetto, oltre a una chiara impostazione teatrale che lo rende certamente suggestivo – considerando anche che il precedente narrativo Hitchcockiano, Nodo alla gola (1948) è ritenuto a oggi una delle opere più riuscite del Maestro –  è l’esser stato girato in 3D. La pellicola con protagonisti Millard e Kelly infatti, su insistenza della Warner Bros, venne completamente girata in tre dimensioni per via di un breve, ma intenso periodo di popolarità intorno agli anni Cinquanta.

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Ne consegue ovviamente che la tecnologia dell’epoca non era certamente quella a disposizione di Avatar (2009), di James Cameron. Il delitto perfetto venne girato in formato stereoscopico, e il 3D fortemente voluto dalla Warner, venne usato da Hitchcock con sottigliezza, evitando effetti eccessivi, limitandosi a sottolineare il rilievo con inquadrature dal basso; il Maestro aveva fatto costruire appositamente una buca in modo che la macchina da presa fosse al livello del pavimento. Era questa ad esempio, l’idea alla base della celebre prima inquadratura del primo piano del dito che indicava la lettera M nella rotella del telefono da cui deriva il titolo originale dell’opera – Dial M for Murder. Non potendo girare quella prima inquadratura in 3D, Hitchcock utilizzò l’espediente scenico precedentemente utilizzato dieci anni prima nella scena conclusiva de Io ti salverò (1945), fece creare un dito gigante (che nel caso della pellicola del 1945 era in realtà una mano) fatto di tronchi d’albero, così da poter ottenere un effetto 3D casereccio.

Il delitto perfetto: creazione, fallimento e ricostruzione di un tentato omicidio

Il delitto perfetto cinematographe.it

Il delitto perfetto si apre con una narrazione in medias res con un interessante artificio scenico – la prima parola nel corso della pellicola viene pronunciata dopo nemmeno due minuti con un ribaltamento di fronte, ovvero Margot Wendice tra le braccia del suo amante Mark Halliday (interpretato da Robert Cummings), scrittore di romanzi gialli con cui Hitchcock si diletta a creare meta-dialoghi in bilico tra realtà, finzione, cinema e letteratura. Tra una sequenza e l’altra, c’è un’opposizione cromatica netta tra il bianco candore della prima inquadratura, e il rosso fuoco della successiva. Hitchcock dedicò particolare attenzione ai colori fatti indossare alla protagonista Grace Kelly. All’inizio del film sfoggia un elegante abito di pizzo rosso, poi, col procedere della trama, il suo guardaroba perde gradualmente di colore, rosso-cupo, blu-grigio, grigio, fino all’ultimo cappotto di un triste marrone – denotando come nell’incedere del suo arco narrativo Margot si spenga, perdendo sempre più spontaneità e gioia di vivere. Non è un caso infatti che il ruolo della Kelly sia quello di una donna dalla doppia vita, che entra in scena nel ruolo sociale della moglie pacata e “sottomessa” per poi evolversi a vittima/sopravvissuta, compiendo un gesto irreparabile, sino a venire condannata.

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A questi si oppone il machiavellico Tony Wendice di Ray Millard, parte per cui Hitchcock avrebbe voluto Cary Grant come protagonista, ma la Warner Bros riteneva che dopo Il sospetto (1941), sarebbero stati chiari fin da subito gli intenti. Il piano perfetto “su carta” del marito oggetto di infedeltà infatti, esigeva un volto dalla mimica di uomo perbene su cui si celava un ghigno mefistofelico – in tal senso il volto di Millard è quanto di più vicino alla perfezione. Wendice infatti, mosso da un fuoco di dolore e rabbia, procede nella progressiva creazione del delitto perfetto in modo pacato e calcolato. Ma solo dopo aver realizzato che questi crimini impeccabili prendono vita solo nei libri e mai nella vita vera, dovrà nascondere le tracce in una progressiva e glaciale ricostruzione del suo piano, come se si trattasse di una partita a golf.

Il delitto perfetto: un impianto scenico teatrale, per un Hitchcock sperimentale

Il delitto perfetto cinematographe.it

La regia di Hitchcock alla base de Il delitto perfetto è meticolosa e sperimentale. Il regista inglese infatti, per far fronte alla narrazione teatrale tutta concentrata in un unico ambiente – come nel sopracitato Nodo alla gola (1948) – utilizza panoramiche, grandangoli, e primi e primissimi piani, con cui sfruttare al massimo la suspense dell’ambiente chiuso, giocando con lo spettatore e le sue intenzioni attraverso dettagli, carrellate, e sguardi in camera – con cui i vividi e diabolici occhi di Millard vanno a nozze. Per un incedere della narrazione lineare, dal ritmo cadenzato, dai dialoghi brillanti, che delinea un intreccio avvincente e intricato dove le relazioni messe in scena, permettono ad Hitchcock di delineare il background dei personaggi in modo netto e immediato, portandoci nel giro di poche battute al centro del conflitto e della posta in gioco.

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Non è un caso infatti che Hitchcock si concentrò molto sull’allestimento scenografico ne Il delitto perfetto. Fu molto attento nella selezione dell’arredamento che volle elegante e raffinato: mobili Chippendale, soprammobili di pregio, statuette Wedgwood e, alle pareti, stampe di Rosa Bonheur. L’arredamento fu firmato da George James Hopkins scenografo candidato per 13 volte agli Oscar. Enorme importanza, in tal senso, venne data alle tende che vengono continuamente chiuse per dare un senso claustrofobico al piccolo appartamento e che trova il suo massimo picco di tensione, nella scena madre del (tentato) omicidio. La sequenza in questione, ennesima declinazione del voyeurismo Hitchcockiano, genera un ribaltamento dei ruoli narrativi che delinea un secondo atto di forte impatto, valorizzata  al massimo da un sapiente uso di luci e ombre – dall’uso di un’unica fonte di luce come il fuoco del camino – e dall’attesa di un qualcosa che lo spettatore sa che sta per accadere.

“Credi davvero nel delitto perfetto? Certo, ma nei libri”

Il delitto perfetto cinematographe.it

I meta-dialoghi in bilico tra realtà e finzione, cinema e letteratura, diventano una grande risorsa per Hitchcock, per ribaltare la situazione alla base del conflitto e creare un dinamismo scenico altrimenti impossibile per via della struttura narrativa fortemente rigida. Elementi che rendono Il delitto perfetto, ancora oggi, una delle opere più suggestive e imprescindibili del Maestro del brivido. Una pellicola seppur nata come contorno al decisamente più iconico La finestra sul cortile, ma che a sessantacinque anni di distanza dalla sua messa in scena, è capace di tenere ancora lo spettatore sulle spine – perché in fondo: “Nei romanzi le cose vanno come l’autore vuole che vadano, ma nella vita no, mai. Il mio delitto sarebbe come il mio bridge. Farei qualche stupido errore e me ne accorgerei quando mi sentissi guardato da tutti.”

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