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Simone Catania arriva al suo primo lungometraggio. Dopo la direzione di alcuni corti, il giovane regista e sceneggiatore italiano si mette alla prova con il suo esordio sul grande schermo percorrendo la strada con un camionista omosessuale e il suo amico di infanzia. Personaggi scritti insieme a Fabio Natale e interpretati nell’opera prima da un problematico Vinicio Marchioni e un biondo Marco D’Amore. Se la strada per quei due compagni fidati, ritrovatisi in territori più freddi del loro paesino siciliano, sarà molto lunga prima che i due riescano a cogliere da quel ritrovarsi una condivisone e un sostegno reciproco, si prospetta tale anche quella che l’autore Catania dovrà percorrere per raggiungere qualche soddisfazione, visto che nessuna, da questa tappa iniziale, sembra uscirne degnamente.

Un road movie che affronta i tabù dell’Italia cercando di abbatterli, ma confermandoli solo ulteriormente, senza trovare la forma più adeguata per trattarli e lasciando le banalità più comprovate ai dialoghi dei personaggi e alle azioni che svolgono all’interno del film Drive Me Home. Un viaggio di ritorno fisico e dell’anima che, nella più grande delle metafore, si concretizza soltanto come una ricerca di diversità in un panorama che troppo spesso non riesce ad offrire al proprio pubblico opere originali e, diretto proprio in questa direzione, il film sembra uscire fuori pista, mancando il punto di arrivo degli obiettivi che si era prefissato.

Drive Me Home e i tabù dell’Italiadrive me home cinematographe

Antonio (Vinicio Marchioni) è partito da Blufi, terra natia, per arrivare fino in Belgio. Sta cercando Agostino (Marco D’Amore), che lavora con il proprio tir per tutta Europa e che l’uomo non vede da quando erano solo dei ragazzini. Erano molto legati i due, finché un giorno, d’improvviso, Agostino non se ne è andato. Ma Antonio ora ha bisogno di lui, di un suo consiglio. La casa dove giocavano quando erano bambini sta per essere messa all’asta e lui non ha deciso ancora cosa fare. Un riavvicinamento in autostrada che ripercorrerà i ricordi in quel paesino minuscolo eppure tanto caro ai due uomini e cercherà, pur con le sue difficoltà, di far riscoprire l’affetto tra i cari amici.

Drive Me Home cerca di essere differente. Ce la mette tutta, prova con il camionista gay, con l’elogio della vita in campagna, con tanti piccoli espedienti che, nel momento del loro tentare atipicità, scadono inevitabilmente nelle ristrette braccia del convenzionale. Questo elevarsi a semi-novità è probabilmente l’elemento più fastidioso della pellicola di Simone Catania, opera che vuole essere e significare troppe cose per questa nazione oggi, ma finisce per assomigliare ad un prodotto di copiatura di un ben più studiato cinema europeo – ed extraeuropeo non escluso -, che nell’atmosfera indipendente pensa di poter acquisire la chiave della singolarità e del poter lasciare ai dialoghi lo spazio che trovano.

Drive Me Home – Stereotipia da “grazie” finale e lacrimonidrive me home cinematographe

È l’inverosimiglianza ad appesantire i già non così sciolti collegamenti tra i due protagonisti e le situazioni che vanno creandosi attorno al loro rincontro. L’atteggiamento dei personaggi e la risoluzione finale, veloce, buttata al caso, anche leggermente esagerata, che riporta il discorso a quella stereotipia che trasuda tutto il film e che si conclude con tanto di “Grazie” in chiusura con occhi lucidi e un sorriso illuminato dal sole.

Non c’è nulla che convince in Drive Me Home, niente che ci permette di prendere la strada con i protagonisti o ci sprona ad inseguirli nel loro ritorno verso un Sud odiato ed amato. Uno di quei viaggi in strada in cui, l’unica vera voglia, è quella di giungere immediatamente a destinazione.