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Molto più spesso di quanto si pensi capita che ci siano delle annate cinematografiche indirizzate verso una tematica, un genere comune o, semplicemente, una moda. Capita qualche volta anche che nella stessa stagione escano due film che trattino del medesimo argomento. L’esempio del 1997 arriva con le uscite di Dante’s Peak – La furia della montagna di Roger Donaldson e Vulcano – Los Angeles 1997 di Mick Jackson, due film che, come capirete anche dai titoli, affrontarono le stesse tematiche, prendendo spunto da eventi catastrofici pressoché identici e che, come succede spesso, ottennero risultati nettamente differenti al box office. Fortunatamente per i produttori che investirono oltre 100 milioni di dollari il ruolo del leone toccò al film di Donaldson con protagonisti Pierce Brosnan e Linda Hamilton, ma non tanto per il nome degli attori (il film di Jackson aveva come protagonista Tommy Lee Jones), quanto per la qualità degli effetti speciali e l’attendibilità agli eventi da cui trasse ispirazione. Poi su quanto meritasse questo primato quell’anno per altri motivi o pregi ci sarebbe da discutere.

Dante’s Peak – La furia della montagna: la trama

Dante's Peak cinematographe.it

Harry Dalton (Pierce Brosnan) è il vulcanologo migliore del suo team: coraggioso, intelligente e attento ad ogni dettaglio. Dopo un evento traumatico legato ad un incidente durante un’eruzione vulcanica, Harry sviluppa una certa sensibilità riguardo la previsione di comportamenti sismici insoliti, purtroppo però questo fattore così pesante è anche il motivo per cui le sue idee vengono spesso etichettate come troppo melodrammatiche.

Non sorprende dunque che quando viene inviato a studiare gli insoliti eventi sismici nella cittadina di Dante’s Peak, a nord degli USA, neanche il suo capo crede fino in fondo alle sue preoccupazioni riguardo un’imminente eruzione vulcanica, influenzato anche da alcuni interessi economici locali che verrebbero intaccati in caso di procurato allarme.

Harry riesce comunque a strappare la concessione di un monitoraggio in loco e durante il soggiorno conosce la sindaca Rachel Wando (Linda Hamilton), con la quale stringe un rapporto sempre più stretto, fino ad affezionarsi anche ai suoi due figli. Anche lei è restia a dare l’ordine di evacuazione alla popolazione cittadina, ma con il passare del tempo inizia a fidarsi sempre di più del ricercatore. Purtroppo per tutti l’uomo aveva ragione a sospettare di un disastro imminente, l’unica speranza rimasta è che ormai non sia troppo tardi per evitare il peggio.

Il classico disaster movie all’americana

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Dentro con tutte le scarpe al filone del neo disaster movie hollywoodiano di fine anni ’90, Dante’s Peak – La furia della montagna paga, come tutte le pellicole del genere uscite all’epoca, la grande evoluzione tecnica che esplose ad inizio anni 2000. Con una eccezione maiuscola, tra l’altro uscita lo stesso anno.

Quello che rimane tempo dopo è la percezione della voglia di Leslie Bohem di dar vita ad una sceneggiatura che fondesse i temi e le storie classiche del genere con una accurata fedeltà ai fatti da cui trasse spunto, per di più provvista di tutti i momenti topici di una più completa possibile struttura drammaturgica, allungando anche troppo il brodo.

Questa tendenza inizia dai primi secondi. Infatti, anche se ispiratosi per la maggior parte del suo svolgimento alla terribile eruzione del Monte Sant’Elena, nello stato di Washington, del 18 maggio 1980, avvenuta dopo circa 2 mesi di avvisaglie sismiche minori e continuata fino al 9 ottobre, il film di Donaldson pesca per la storia di origini del suo protagonista da un’altra tragedia, quella di Galais, Colombia, del 1993. Da lì la sceneggiatura continua inesorabile per una strada di inutile quanto rigida esaustività di informazioni e ricerca di attendibilità votate ad aumentare sempre di più il volume del contesto narrativo, forse contando di avere nel suo nucleo centrale un sottotesto non solo abbastanza coinvolgente da non esserne fagocitato, ma addirittura abbastanza forte da uscirne arricchito.

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Leggi anche: Dante’s Peak – La furia della montagna: dove è stato girato il film con Pierce Brosnan

Neanche troppo a sorpresa parliamo della storia della formazione della classica famiglia americana, quella dimensione ideale da sempre costola dell’impianto narrativo delle storie di Hollywood. Una zona comfort in questo caso declinata secondo uno schema in cui l’uomo illuminato risorge dalle ceneri, lotta tra la lava e ne esce scottato solo da una goccia di caffè, salva la famiglia della apparentemente forte, ma in realtà fragile, figura femminile e innesca una riconciliazione con il proprio passato attraverso la proiezione in quella del passato della famiglia. Il suo ruolo diventa così sostituire una figura paterna codarda ed egoista, la quale paga il conto per mezzo della sua reincarnazione più prossima (diciamo la madre), ora nuovo membro disfunzionale. La redenzione è il suo destino, ma può essere accettata solo tramite sacrificio, ovviamente. Questa soluzione porta però la controindicazione di chiudere con un messaggio amaro e non conciliante. Serve una salvezza, un lieto fine. Ecco dunque la scelta classica del salvataggio del cane, da sempre moralmente inattaccabile. La figura che assolve tutti, felice e scodinzolante mentre esce al guinzaglio da delle miniere in cui è rimasto bloccato senza cibo né acqua per due giorni dopo aver affrontato l’inferno sulla terra.

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Tra i due litiganti, anche in questo scenario, soprattutto in questo, il terzo gode. I terzi per essere precisi. Perché se la sceneggiatura naufraga malamente nel tentativo di far coincidere le sue due anime, finendo per creare una storia prolissa, mai emozionante e ampiamente prevedibile, con personaggi monodimensionali, stereotipati e a volte quasi finti, a regalare qualche sussulto sono le camere a mano, gli scorrimenti orizzontali e le altre soluzione registiche di Donaldson e gli effetti speciali che accompagnano la parte dell’eruzione del vulcano e il momento topico della lotta tra uomo e natura. Anche se persino in questo caso si pecca di fantasia, finendo con lo sprecare anche questo punto di forza con soluzioni banali, ripetitive e poco credibili.

Alla fine dei conti lo scioglimento di Dante’s Peak – La furia della montagna lo relega definitivamente a rimanere, nonostante l’impegno, null’altro è che un film di passaggio tra un Golden Eye e un Il domani non muore mai.

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