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Il legame fra Netflix e il cinema spagnolo, già fortificato da titoli come Tuo figlio, Solo, L’albero del sangue e Durante la tormenta, si arricchisce di un nuovo elemento con Chi porteresti su un’isola deserta?, opera seconda di Jota Linares che gode della presenza nel cast di Pol Monen e Andrea Ros, e soprattutto di Jaime Lorente e María Pedraza, già noti agli abbonati del colosso dello streaming per le loro partecipazioni alle apprezzate serie televisive La casa di carta ed Elite. Un lavoro dal chiaro impianto teatrale, scritto da Paco Anaya sulla base di uno spettacolo dello stesso Linares, che parte da uno spunto malinconico come gli ultimi giorni insieme di un gruppo di giovani coinquilini madrileni per poi giungere a una lacerante rappresentazione dei segreti che ognuno si porta dentro, e di come questi impattano sulla vita di chi gli sta accanto.

Chi porteresti su un’isola deserta?: un racconto dall’impianto teatrale sui segreti che ci portiamo dentro
Chi porteresti su un'isola deserta?

Chi porteresti su un’isola deserta? lavora ai fianchi lo spettatore, prendendosi tutto il tempo necessario per presentare i personaggi, instillando al tempo stesso allo spettatore la sensazione che all’interno del loro rapporto ci sia qualcosa di non detto e non analizzato. A tratti sembra quasi di trovarsi di fronte a una versione leggermente più cupa di una piccola perla del sottobosco del cinema nostrano come Fino a qui tutto bene di Roan Johnson, opera che attraverso il goliardico e affettuoso rapporto di cinque ex universitari pisani ha saputo fotografare come pochi l’instabilità emotiva e sociale dei millennials italiani. Dove Johnson però riusciva, cioè nel raccontare anni di scherzi, confessioni e disavventure, Linares fatica non poco: più che percepire gli anni passati insieme dai quattro ragazzi, ne sentiamo soltanto parlare come qualcosa di lontano e a noi precluso.

Diventa così difficile sia entrare in empatia coi personaggi sia essere realmente coinvolti dalla svolta narrativa su cui si impernia il racconto. Dopo fugaci sprazzi di vitalità in esterna e una cottura a fuoco lento dei contrasti latenti fra i personaggi, il racconto si chiude fra le quattro mura dell’appartamento che per otto anni è stato per i ragazzi un caldo e accogliente nido all’interno del quale crescere e formarsi. Come il cinema degli anni ’10, da Carnage in poi, ci ha più volte mostrato, gli spazi chiusi sanno fare deflagrare i conflitti meglio di molti campi di battaglia e fare emergere la vera personalità di chi li abita.

Chi porteresti su un’isola deserta?: una lucida e disillusa messa in scena della difficoltà nel conoscere per davvero chi ci sta accanto

La semplice e giocosa domanda Chi porteresti su un’isola deserta? che dà il titolo al lavoro di Linares diventa così il pretesto per i protagonisti per dire quello che non si è mai avuto il coraggio di dire e analizzare ciò che si è nascosto per anni sotto il tappeto, per la paura di affrontare una parte di se stessi e le conseguenze che essa comporta. Il racconto si fa così più intenso e crudele, sostenuto da dialoghi taglienti e precisi e dalle convincenti interpretazioni degli attori, che con le loro movenze e le loro espressioni riescono a rendere il carico di rabbia repressa dei rispettivi personaggi.

Chi porteresti su un'isola deserta?

Chi porteresti su un’isola deserta? diventa così una lucida e disillusa messa in scena della difficoltà nel comprendere e nel conoscere per davvero chi ci sta accanto, a cui può bastare una porta chiusa e una canzone sparata a tutto volume per nasconderci una parte fondamentale della sua personalità. Un finale posticcio e abbastanza inconcludente non cancella le positive sensazioni lasciate dall’esplosione di rancore vista poco prima, con quella telecamera appiccicata al volto dei protagonisti quasi a forzarne lo sfogo. Nonostante le difficoltà della comunque apprezzabile opera seconda di Linares, resta l’impressione di aver assistito a un racconto sincero e doloroso, capace di rappresentare degnamente la doppiezza insita in ognuno di noi e la disturbante fragilità dei nostri rapporti affettivi e sentimentali.

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