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Una tuta rossa e una maschera di Dalì. Simboli di una serie che è diventata un cult e metafora di una netta posizione politica. Li avevamo lasciati così, in balia degli aventi, ancora legati al binomio dentro-fuori. Dentro (la Zecca dello Stato): Berlino (Pedro Alonso) e il resto della banda si leccano le ferite dopo aver respinto l’attacco della Polizia Spagnola. Fuori: il Professore (Alvaro Morte), nei panni di Salvador, sembra in trappola in macchina dell’ispettore Raquel Murrillo (Itziar Ituño) mentre lei e la sua squadra stanno svolgendo, all’interno della Tenuta di Toledo, le indagini. Questa è la situazione da cui parte la seconda stagione di La casa di carta, la serie ideata da Álex Pina e disponibile su Netflix dal 6 aprile con 9 nuovi episodi.

Se la prima parte della stagione è caratterizzata dalla presentazione dei personaggi e da un’incalzante azione nella seconda ci si immerge maggiormente nei personaggi, nella loro affettività, ci si concentra sulla strategia da utilizzare nel momento della crisi (la squadra non riesce a raggiungere il Professore) e proprio per questo la tensione si fa alta (la divisione all’interno della banda) e proprio a causa di quell’emotività gli 8 criminali sono portati a sbagliare.

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La Casa di Carta: O, danaro, mio danaro

Il dio denaroinvade e pervade le carte di questa serie, tutti avevano un motivo più o meno alto, più o meno nobile per partecipare al colpo; esso è infatti uno dei motori della serie, forse ancora di più in questa seconda parte in cui i nervi iniziano a saltare e la stanchezza sfianca. Tokyo, Nairobi, Rio, Berlino, Helsinki, Denver e Mosca vogliono diventare ricchi, aspirano alle banconote ma hanno anche una loro etica: sono deiRobin Hood che non rubano ai ricchi per dare ai poveri ma stampano danaro (di nessuno) per intascarselo. Hanno dovuto fare ciò, e qui è ancor più chiaro, a causa di una Spagna matrigna che non aiuta i suoi figli ma li costringe a delinquere. Devono lottare, ingannare, impugnare le armi perché altrimenti vivere in questa terra sarebbe impossibile; il loro canto di battaglia che suona nei momenti di massima tensione e di massimo raccoglimento è Bella ciao, mantra per resistere, trovare la forza e malinconicamente ballare e cantare. La casa di carta dipinge una Spagna, lontana dalle fasce deboli, ingenerosa con il popolo, spaventosa e imbruttita – non a caso Raquel ad un certo punto dice di non capire chi sono i buoni e chi i cattivi, chi ha ragione e chi ha torto; i rapinatori infatti diventano eroi di una nazione: non sono temuti almeno fuori da quelle mura, non vengono etichettati come pericolosi ma diventano dei partecipanti al quadro Il quarto stato di di Pellizza da Volpedo.

La Casa di Carta: il patriarcato

Danaro e Potere sono due amanti inscindibili, infatti ciascun personaggio di La casa di carta aspira a diventare anche per un secondo, anche per un istante leader, elemento decisionale. Se Berlinoè fino ad un certo punto capo indiscusso all’interno della Zecca, appare sempre più chiaro in questi nove episodi che la sua leadership vacilla: l’uomo, crudele, malato, affascinante solo come i villain più spietati sanno essere, vuole attendere, aspettare prima di mettere in atto il Piano Chernobyl, Tokio (Úrsula Corberó) prima, Nairobi (Alba Flores) poi alzano la testa. Al grido “Patriarcato” si scontra con “è iniziato il matriarcato”, forse breve, forse ancora zoppicante ma rappresentazione della quarta onda del femminismo (lo stesso ideatore racconta che la Spagna sta vivendo da questo punto di vista un momento cruciale).

La serie infatti lavora anche sullo scontro tra i sessi: da una parte c’è Berlino, dall’altra ci sono Nairobi, Tokio e Monica (Esther Acebo), nuovo membro di questa armata, e fuori della Zecca c’è l’ispettrice Raquel, una delle poche donne in un mondo di uomini.

Berlino è rappresentazione della cultura machista, violenta, maschilista, in più di una circostanza dimostra la miope concezione della divisione tra i sessi: in più di un’occasione dice (le varie battute sul ciclo mestruale) e fa cose da cui si evince che per lui la donna è in uno degli ultimi gradini della scala sociale, tratta Nairobi e Tokio, non come della compagne d’avventura, ma come mute statue di un tempio di carta, ha una schiava del sesso, Ariadna – accetta questo ruolo come anticamente nella cultura greca e latina per sopravvivere e forse un giorno arricchirsi – , vittima dei suoi stupri e della sua violenza che tratta come un animale verso cui prova un amore sbagliato, bestiale e schifoso.

Berlino, come anche il Professore, sono sì capi, sulla carta e sul campo, ma poi sono uomini fragili, malati, bisognosi di una donna che li accompagni e li ami, la stessa cosa non si può dire delle donne che sono invece molto più forti da sole.

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La Casa di Carta: il matriarcato, tutti aspirano al potere

Tokio è forte, ribelle, combatte e vive l’amore con Rio con ardore e ostinazione, è una femme fatale che distrugge tutto ciò che tocca (il suo fidanzato, morto in un precedente colpo, Mosca in questo caso) ma non si tira indietro mai: affronta di petto Berlino (che risponderà con l’ennesimo gesto eclatante, la sua leadership non può essere messa in discussione), si fa capo dell’altra fazione del gruppo secondo cui è meglio attaccare subito. C’è poi Nairobi, anch’ella una guerriera, colei che si occupa della stampa dei soldi, che interviene chirurgicamente quando qualcuno rimane ferito “in battaglia”, che ad un certo punto decide di prendere il potere, appoggiata da alcuni membri del gruppo. In più di un’occasione si dimostra dalla parte delle donne anche solo con uno sguardo, anche se ostaggi (con Monica, con Alison, con Ariadna, il suo rapporto con Tokio), il suo essere madre (nonostante abbia “esercitato” poco tale ruolo) si riverbera nelle parole, nei gesti, nei pensieri. Il suo essere matriarca si esplica nel pensiero, nella strategia prima dell’azione molto lontana da quella di Berlino.

Fuori dalla Zecca c’è Raquel, l’ispettrice che si deve barcamenare in un mondo di uomini, fatto di battute sessiste, di persone che mettono in dubbio il suo operato e il suo ruolo, e deve sopportare la scoperta della vera identità di Salvador. Lei è una virago, una donna che non retrocede sul campo, anzi, ma è debole quando si tratta di sentimenti e amore. Nell’adempimento del suo lavoro indossa vestiti maschili, raccoglie i capelli, quando è donna e madre li scioglie e indossa abiti femminini. Porta addosso le violenze subite dal marito (uomo in divisa anch’egli) ma sa benissimo mettere da parte le questioni personali quando deve fare riferimento a lui per lavoro (analizzare i reperti). Quella ferita l’ha talmente segnata da non riuscire a vivere in maniera serena il rapporto con l’altro sesso, è paradossale che scelga come amante proprio Salvador, il personaggio interpretato dal Professore. Dopo un primo momento di sbandamento nello scoprire la vera identità dell’uomo che ama si fa sua alleata (come la stessa Monica) e manda all’aria tutto.

La Casa di Carta: il racconto dell’amore

In La casa di carta c’è una forza che dà forma ai personaggi, alle loro azioni, alle loro parole ed è l’amore. Mentre si combatte, nonostante la regola data dal Professore e da lui stesso infranta (il rapporto con Raquel ne è un esempio) di non stringere rapporti con gli altri, si fanno pensieri d’amore. Un sentimento ampio e vasto che non è etichettabile solo come impulso, dettato dal desidero, ma è qualcosa di più: sentimento verso i figli (Nairobi e Mosca), un amico (Helsinki verso Oslo), il padre (il Professore che ha messo in piedi questo colpo per celebrare suo padre ma anche Denver verso Mosca), una donna (Rio verso Tokio, Denver verso Monica, lo stesso Berlino verso Ariadna). Questa è una forza che fa sbagliare ma che rende vivi, è un sentimento che abbatte le resistenze e le diversità (di ceto, di età, di vita): così Tokio dimentica la giovane età di Rio, Denver dimentica che Monica è un ostaggio e lei a sua volta che lui è un delinquente, Berlino mette da parte tutto il suo male credendo di essere innamorato di una donna verso cui è crudele aguzzino, Raquel e il Professore stringono un rapporto pur non sapendo nulla l’uno dell’altro, o meglio conoscendo una realtà inventata e costruita ad hoc.

L’amore è un impulso che spariglia le carte (Monica decide di mettersi dalla parte dei rapinatori), ti fa mettere in dubbio tutto ciò per cui hai lavorato una vita (Raquel), ti fa decidere e muovere, ti fa mentire (Angel, il vice di Raquel, dice di non ricordare l’indirizzo dell'”ufficio” del professore).

L’amore è ciò che rende La casa di carta una canzone spagnola struggente, una rima dolce e tenera tra tanto sparare e morire, un’istantanea di un abbraccio mentre si irrompe in tenuta antisommossa per sconfiggere il nemico. La casa di carta è una buona serie che gioca al gatto col topo, ribalta mondi e situazioni, citando e ricordando film o serie già viste, mettendo in scena una partita a scacchi che nonostante qualche fragilità e imperfezione, scena smielata e fin troppo romantica, riesce a conquistare lo spettatore.