voto del pubblico 3.0/5
voto finale 2.2/5
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione
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Riprovare per essere più fortunati recita un antico detto popolare, ma non sempre con il nuovo tentativo si riesce a cambiare in positivo il risultato precedentemente ottenuto. A sperare in un favorevole ribaltamento sono tanto gli autori quanto i potenziali fruitori ai quali il film di turno è rivolto, come nel caso degli abbonati di Netflix che, tra un horror e l’altro, si trovano a confrontarsi con il ritorno prepotente dello slasher, un sottogenere che negli ultimi anni sta provando a ritornare in voga. Restringendo il campo alla sua accezione più teen, tra gli ultimi arrivati nel catalogo del broadcaster a stelle e strisce dopo la trilogia di Fear Street, figura l’ultima fatica dietro la macchina da presa di Patrick Brice dal titolo C’è qualcuno in casa tua, disponibile sulla piattaforma a partire dal 6 ottobre.

C’è qualcuno in casa tua: il regista ha tentato di rievocare i fasti dello slasher e al contempo ha provato a rilanciarlo in chiave contemporanea

C’è qualcuno in casa tua cinematographe.it

Con la pellicola in questione, tratta dall’omonimo romanzo di Stephanie Perkins, il regista californiano, già autore dei due episodi di Creep e della serie Room 104, ha tentato di rievocare i fasti del suddetto filone e al contempo ha provato a rilanciare, con un suo contributo alla causa, il progetto di rinascita di uno slasher in chiave contemporanea. Un progetto, questo, che ha messo le basi nel 2018 con il reboot Halloween, ma che non è ancora decollato definitivamente. Tra il dire e il fare, infatti, c’è di mezzo il mare e nonostante l’indubbio sforzo profuso, certificato dalle qualità tecniche espresse dalla confezione e da qualche intuizione presente nella timeline, anche stavolta l’esito è ancora lontano da quello desiderato.

C’è qualcuno in casa tua viene plasmato a immagine e somiglianza dei modelli del passato firmati da Craven e Carpenter

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Brice ci ha comunque provato, consapevole dell’elevato livello di difficoltà richiesto. Per farlo si è affidato alle pagine del bestseller del 2017 firmato dalla scrittrice americana, adattate per lo schermo da Henry Gayden (lo sceneggiatore di Shazam!), a sua volta plasmate a immagine e somiglianza della ricetta messa a punto tra gli anni Settanta e Novanta da alcuni illustri predecessori come John Carpenter e Wes Craven. Ed è da quest’ultimo, in particolare dalla sua saga di Scream, che il racconto al centro di C’è qualcuno in casa tua e la sua trasposizione hanno preso forma, attingendo a piene mani. 

In C’è qualcuno in casa tua il racconto prende in prestito ingredienti chiave e cliché del genere per dare vita a un cocktail di sangue e jumpscare

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Mescolando senza soluzione di continuità il già citato Scream con Halloween e So cosa hai fatto, il racconto prende in prestito ingredienti chiave e cliché del genere per dare vita a un cocktail di sangue e jumpscare. Due ingredienti, questi, che sono imprescindibili e del quale il film fa un ampio utilizzo per mettere insieme i tasselli di una vicenda che, di riflesso e volutamente, non ha nulla di originale da offrire. La storia e i personaggi che la animano sono dunque la rielaborazione di dinamiche e intrecci già visti. Siamo, infatti, alle prese con un assassino mascherato raffigurante il volto della vittima. Quest’ultimo perseguita un gruppo di adolescenti di un liceo della provincia americana, per la precisione di Osborne, una piccola e apparente tranquilla cittadina rurale del Nebraska, con lo scopo di consumare una vendetta personale e svelare i loro più oscuri segreti al resto del mondo, compreso quello della dolce e remissiva Makani (Sydney Park).

La facilità con la quale si riesce a indovinare con largo anticipo l’identità del killer gioca a sfavore del film

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C’è qualcuno in casa tua cerca di stare al passo con i tempi, innestando nel tessuto narrativo e drammaturgico preconfezionato e negli stilemi presi in prestito (persino nella colonna sonora con richiami carpenteriani) una serie di tematiche attuali come il bullismo e l’accettazione della propria sessualità e transessualità. Il tutto passa attraverso una galleria di personaggi costruiti in funzione di questi temi, che vengono però sfruttati più che approfonditi. Il ché non gioca per nulla a favore del film, alla pari della facilità con la quale si arriva con largo anticipo all’indovinare l’identità del killer.