Room 104: recensione

La serie antologica HBO racconta l'avvicendarsi di storie diverse nella Room 104 di un motel di provincia. Ecco la nostra recensione dopo il primo episodio

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È possibile che proprio in questo momento vi troviate in una camera d’albergo. In viaggio per lavoro, in vacanza dopo mesi di attesa o pronti a far la valigia per tornare a casa dopo un weekend fuori porta. Guardatevi attorno. Guardate il letto su cui state seduti, la piccola scrivania, il televisore con i canali tedeschi e francesi. Immaginate quante mani diverse hanno toccato il telecomando, quanti visi si sono osservati nello specchio vicino alla porta. Non è affascinante (o inquietante, dipende da voi) cercare di pensare a tutti coloro che sono stati in quella stessa stanza? È questo il presupposto della nuova serie antologica di HBO Room 104.

Creata dai fratelli Jay e Mark Duplass la serie racconta, in ognuno dei dodici episodi che compongono la prima stagione, le storie dei vari ospiti che si susseguono nella stanza 104 di un ordinario motel della provincia americana. Ogni puntata ha dei protagonisti diversi, vicende diverse e persino toni diversi. Si spazia dal thriller alla commedia romantica fino al dramma. Racconta amori, follie, omicidi, frustrazione e gioia: l’intero range di emozioni e storie che le pareti di una camera d’albergo sono in grado di raccontare.

Room 104: il primo episodio, Ralphie

Le modalità sono fulminee. Gli episodi durano all’incirca 30 minuti, giusto il tempo di raccontarci uno spicchio di vita. Non servono preamboli, flashback e non serve nemmeno troppo contesto. Ne è un esempio il primo episodio, intitolato “Ralphie“: la protagonista è una babysitter, interpretata da Melonie Diaz (The Belko Experiment), che viene chiamata per badare a un bambino di nome Ralph. Il padre, avventore della stanza 104, ha un appuntamento. Tutto sembra andare per il meglio, ma la babysitter è stata avvertita: Ralph ha una fervida immaginazione.

Room 104

Il ritmo è forsennato, tanto da lasciarci quasi interdetti. Veniamo colpiti da stimoli continui, da colpi di scena e, forse, da una leggera inconsistenza della trama. La brevità della narrazione è un forte ostacolo nella costruzione di una base solida su cui raccontare una storia, non c’è dubbio, ma è una di quelle caratteristiche che – paradossalmente – sfrutta la doppia faccia della moneta. Da un lato un racconto veloce ci fa sentire a nostro agio: ricorda in qualche modo un momento intimo, giocoso, quando un gruppo di amici condivide una barzelletta o una leggenda metropolitana durante una serata tranquilla. Dall’altro, però, è una modalità estremamente rischiosa: non è difficile immaginare quanto sia probabile cadere nel nonsense, nell’approssimativo. Non è questo il caso del primo episodio, ma non possiamo mettere la mano sul fuoco per il resto della stagione.

Room 104

Ciò che è certo, è che Room 104 – che per ora non ha un distributore italiano, ma potrebbe essere solo questione di tempo –  è una novità interessante. I racconti antologici, si sa, funzionano: pensiamo alla serie di Ryan Murphy American Horror Story (dove ogni stagione racconta una storia diversa) o al fortunatissimo Black Mirror (QUI la nostra recensione della terza stagione) dove in ogni episodio veniamo terrorizzati da un rischio diverso dell’uso indiscriminato e distopico della tecnologia. La narrazione antologica permette di esplorare ogni possibile sfaccettatura di un argomento, di una problematica, di una paura. Non resta che aspettare di scoprire quale altra umanità varia entrerà nella numero 104 e sperare che il nostro soggiorno non sia poi così male.

 

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