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Sto pensando di finirla qui di Charlie Kaufman è un film complesso, stratificato, una matrioska che contiene tutto il cinema del regista e la sua filosofia in un gioco di piani che si sovrappongono, si intersecano, si slabbrano, è un dipinto alla Escher che mette in scena quello che viene descritto come mise en abyme. Charlie Kaufman ci ha abituati sia nel suo lavoro da sceneggiatore che in qualità di regista ad un cinema contorto e che contorce, che spreme la materia e viene spremuto; è padre di storie assurde, commedie esistenziali che scuotono l’emotività dei personaggi e degli spettatori, racconti sulle connessioni tra gli individui. Sono esplorazioni di rimpianto, fallimento e solitudine. Sto pensando di finirla qui è un titolo che pone domande, che, come fa sempre nelle sue opere, conduce ad altri testi, letterali – basti pensare che il suo lavoro trae ispirazione da un racconto di Iain Reid-, pittorici, filmici, pur mantenendo la sua unicità, perché Kaufman rimaneggia, rimedia, usa a suo modo “se stesso” e l’arte che ha più amato.

Con questo psicodramma del subconscio lo spettatore viene sfidato, deve essere attento per cogliere ciò che ad un primo sguardo forse potrebbe perdere: l’uomo e la donna, protagonisti di questo film, sono forse due banali poli di una storia d’amore, ancora più banale, che sta finendo – o forse non è neppure iniziata -, di strani individui uniti dal desiderio di non rimanere soli, parlano, parlano, parlano ancora ma in quelle parole c’è molto di più, ci sono richiami alla filosofia, all’arte, alla letteratura, al cinema – diventa anche una disanima sullo stato dell’arte. Qualcuno ha detto, siamo parte dei libri e dei film che abbiamo letto e scritto e questo vale ancora di più per Sto pensando di finirla qui e infatti Jake dice ad un certo punto: “Suppongo di guardare troppi film” come per dire che è stato influenzato da tutte queste immagini. Sto pensando di finirla qui è una storia d’amore alla maniera di Lynch – il tema del doppio, l’identità – allontanandosene subito, si avvicina agli horror delle case infestate per poi distaccarsene, entra nel musical per poi silenziarsi e poi diventa un grande saggio sull’arte, una dissertazione sull’ontologia del cinema stesso.

1. Sto pensando di finirla qui: il cinema di Charlie Kaufman

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Sto pensando di finirla qui è un film che parla di nostalgia, di ricordi – nell’opera di Kaufman c’è un po’ di quello struggimento, di quella malinconia che ci riporta al cinema di Bergman, nelle immagini, nella voice over, nei flussi di coscienza, nel viaggio che acquista un valore profondo, che diventa metafora dell’esistenza umana – che fa parte di un cinema che si apre alla guisa di una madeleine, girato con l’attenzione maniacale che si usa per qualcosa di fragile.

Uno dei primi “repertori” a cui inevitabilmente Kaufman attinge è se stesso, il suo cinema. Lucy (o Luoisa, Lucia, Amy, Yvonne) e Jake sono pronti a compiere un viaggio, durante una tormenta di neve (la natura non è mai casuale), si conoscono da poco, forse pochissimo, e sono pronti all’incontro definitivo, quello con i genitori di lui, ma lei è già consapevole che dovrebbe finirla qui – la storia o la vita. Lucy e Jake sono due terre straniere, inesplorate – lei non ha mai lo stesso nome, il suo giaccone cambia da rosso a blu, lui da mite e dolce si trasforma, nella casa dei genitori, in iroso e ombroso -, raccontano di come si sono incontrati e ogni volta il modo cambia, come le circostanze e i luoghi.

3. Sto pensando di finirla qui: Il dramma della relazione da Se mi lasci ti cancello a Anomalisa

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Il cinema di Kaufman dimostra e racconta il dramma della relazione e della connessione: da Se mi lasci ti cancello a Anomalisa, passando per Synecdoche, New York, Kaufman porta al centro l’infelicità, l’incapacità di essere compresi e di comprendere e fa questo usando come mezzo i suoi personaggi, uomini e donne – July si sente alienata da Jake, dalla loro storia ma anche da se stessa – in trappola, di se stessi, della loro psiche, come imbrigliati nei vari piani di una pittura di Escher. Anche in Sto pensando di finirla qui c’è questo disagio, questo squarcio nell’anima che abita Lucy, consapevole che deve finire ma poi, poco dopo, perde certezza e parte per il viaggio con Jake, e inoltre continua a rimanere in quella casa, una sorta di casa degli orrori, della perdita dell’identità e del rapporto spazio-tempo. 

Il film racconta una tragedia di carattere maschile dove i timori della donna si trasformano in specchi di quelli dell’uomo. Come capita anche in Se mi lasci ti cancello e in Anomalisa qui, gli uomini sono bisognosi delle donne per avere un significato, un senso e le donne diventano una sorta di dispositivo narrativo, nel suo ultimo lavoro però Kaufman fa un passo in più perché Jake e Lucy sono molto più vicini di quanto si possa immaginare, sono quasi facce della stessa medaglia (nelle fotografie nella casa di Jake compaiono a volte Jake, altre Lucy).

Lucy parla a se stessa, parla a noi ed è sincera, proprio come faceva Joel (Se mi lasci ti cancello) quando temeva di perdere i ricordi e l’amore con Clementine che lo facevano tanto soffrire ma lo avevano reso anche l’uomo che era; Lucy è sola come Michael (Anomalisa), infelice proprio come lui, anche se non vede le persone con volti simili e con una voce uguale e maschile, lei si fa piacere un uomo che non è per niente attraente né interessante, anche se si convince del contrario (“Sì, mi piace Jake. Ed è istruito. I nostri campi sono diversi, ma lui è curioso e sta al passo. È una cosa buona nella colonna dei pro ed è carino nella sua goffaggine. E siamo anche interessanti insieme. La gente ci guarda quando siamo insieme. Chi è quella coppia? Da sola non mi guardano e non guardano neanche Jake. Jake mi dice che lui lo sente. Si sente invisibile”).

Mentre viaggiano, mentre sono nella casa dei genitori di Jake, i due mettono a ferro e a fuoco la loro relazione, tema fondamentale e declinato in modo diverso nel cinema di Kaufman. Sembra narrare che l’innamoramento e le relazioni sono destinati a finali tragici; qui la tragedia è ancora più profonda dei film precedenti.

4. Sto pensando di finirla qui: Il finto film di Zemeckis

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Kaufman però fa un passo in più, “vittima” dei film che ha visto, proprio come Jake e il bidello di cui scopriremo l’importanza e il valore narrativo solo alla fine del film. Il regista decide di inserire un finto film di Robert Zemeckis (Forrest Gump), padre della commedia romantica e di un cinema che vive di cliché e di stereotipi: Lucy è la personificazione, anche se in continuo mutamento, della perfetta protagonista di uno dei film che il bidello vede. Infatti nel film immaginato da Kaufman ci sono un uomo e una donna che si incontrano in un bar – e proprio quello della cameriera è uno dei lavori che Lucy dice di fare, oltre che la scienziata, pittrice, poetessa, artista, e proprio in un bar dicono di essersi incontrati Jake e la ragazza – e viene riproposto un certo tipo di romanticismo, di stile e di colore che è riconducibile proprio all’immaginario di quel bagaglio cinematografico. Il film che è un viaggio fisico e metaforico nell’immaginario mentale – ha la dimensione di un vecchio film, con un rapporto 4:3 in cui può rivedersi Cold War, la cui fotografia è curata da Lukasz Zal, che richiede allo spettatore un certo tipo d’attenzione.

6. Lynch, l’identità e il tema del doppio, e lo zeitgeist del 21° secolo

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Sto pensando di finirla qui ha in sé un’atmosfera alla Lynch anche se ne è profondamente distante. Ricorda la gravità e l’angoscia del cinema lynchiano: proprio come l’autore del postmodernismo complesso e stratificato, va avanti e indietro – anche in Se mi lasci ti cancello Joel e Clementine tornano indietro nel tempo e si ritrovano bambini – tra la realtà e un commento onirico sulla connessione.

Un elemento tipico che ritroviamo anche in Sto pensando di finirla qui è quello del doppio (che Kaufman aveva già trattato ad esempio in Il ladro di orchidee), del tempo, quel gioco che sono cifra narrativa di molte opere lynchane. Nel film di Kaufman la maggior parte delle persone sono altre, i loro pensieri sono pensieri altrui, le loro vite sono opinioni e imitazioni altrui e il tutto lo si scopre solo nel finale grazie all’importanza che Kaufman dà agli oggetti – come fa anche Lynch – che aprono mondi e varchi. Le identità cambiano, cambia Lucy, cambia Jake, cambiano gli abiti, i lavori, i nomi. Si modificano fisicamente i genitori: sono giovani, poi anziani, ci troviamo addirittura al loro capezzale.

Cita quel modo lì; durante il viaggio di ritorno quando Jake e Lucy si fermano per prendere qualcosa in un locale in cui trovano due cameriere gemelle spaventose in cui c’è l’eco di quel ragazzino che Jake deve essere stato, deriso, umiliato dalle donne perché incapace di rapportarsi a loro. Kaufman però è privo di quella visione radicale e cosmica propria di Lynch, di quel suo stile spaventoso che lo ha reso celebre.

Alle persone piace pensare di essere come punti che si muovono attraverso il tempo. Ma io credo che probabilmente sia il contrario. Noi siamo fermi e il tempo passa attraverso di noi soffiando come il vento freddo, rubandoci il nostro calore, lasciandoci screpolati e congelati.

Così Lucy parla del tempo, un tempo che lascia i personaggi screpolati, stropicciati, svuotati. Kaufman decostruisce il testo, monta e rimonta; racconta in questo modo lo zeitgeist del 21° secolo, proprio come fanno altri registi con cui Kaufman ha lavorato, Jonze e Gondry.  

Il film diventa ad un tratto una sorta di film dell’orrore a causa di quell’ansia che di minuto in minuto monta come una marea, a causa della voce over di Lucy, dei colori spenti e grigi, della tormenta che coglie i due viaggiatori, del rapporto 4:3. Sto pensando di finirla qui è imprevedibile, intenso e cupo, ripropone un racconto stravagante, cerebrale che gioca con il tempo: quei genitori di mezza età, o giù di lì, che ringiovaniscono e invecchiano di fronte agli occhi spaesati di Lucy, esplorano alcuni feticci del cinema di oggi, errando tra le vertigini, i turbamenti di Lucy, di Jake (di Lucy/Jake), in modo da rimescolare interrogativi, riflessioni, angosce.

8. Il cinema di Jordan Peele

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La culla dell’ansia, dell’angoscia e di una deriva orrorifica è la casa in campagna di Jake in cui i genitori che sembrano all’apparenza normali sono invece spaventosi, raccapriccianti, inquietanti e tanto ricordano quelli di Get Out di Peele – altro elemento comune è l’inizio del film di Kaufman in cui Lucy attende la macchina del fidanzato proprio come faceva Chris con Rose -, e dimostrano fin da subito che stanno proprio lì, in quei luoghi, le radici del male dell’uomo – in cui c’è l’eco di film di Ari Aster, Hereditary – Le radici del male. Essi si contorcono, piangono, rievocano, interrogano, ringiovaniscono e invecchiano, riproponendo uno stile tipico del cinema contemporaneo, il tempo che diventa qualcosa di effimero, una categoria inutile e vana. Quella casa ricorda quelle di molti film horror: (o)scura, piena di segreti, con uno scantinato dove non puoi entrare.

10. Tony Colette e Ari Aster

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La presenza di Tony Colette – che interpreta la madre di Jake – porta sulla scena un bagaglio cinematografico preciso: come non pensare ai film di Ari Aster, in cui lei ha interpretato la crudele madre di Hereditary, padre di un horror contemporaneo che discorsivizza le paure dell’uomo contemporaneo, che nasconde proprio dietro alle facce “normali” i mali dell’oggi. Colette interpreta alla perfezione quel ghigno spaventoso, quegli occhi sbarrati, rappresentando l’incubo in cui Lucy si trova.

L’inferno continua nel viaggio di ritorno dopo il quale è evidente nulla sarà più lo stesso; colonna sonora è il rumore insopportabile dei tergicristalli che, come aveva scritto Bazin nel ’51 per il film di Bresson Les Dames du bois de Boulogne, avvicina il dialogo tra l’uomo e la donna ad un testo raciniano.

11. Una moglie di Cassavetes

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“È tutta una bugia! Che andrà meglio; che non è mai troppo tardi; che Dio ha un piano per te; che l’età è solo un numero; che è sempre più buio prima dell’alba; che dietro a ogni nuvola c’è un maledetto raggio di sole; che c’è qualcuno per tutti noi e che Dio non ti dà più di quanto puoi sopportare”

Kaufman cita spesso Una moglie di Cassavetes che diventa una vera e propria ossessione per i due personaggi. Il film di Cassavetes, la chiusura della tetralogia sulla solitudine nella coppia, dove si narra una moglie appunto, alienata e sospesa sul baratro fra frustrazione e follia, è un riferimento interessante per comprendere meglio Sto pensando di finirla qui. Cassavetes parla e analizza la profondità delle sfumature delle dinamiche di coppia, distrugge e ricostruisce il suo mondo, approfondendo i ruoli di ogni singolo personaggio. Tutto ha origine dai silenzi, dalle atmosfere pesanti, dal nervosismo crescente del marito, dalla fragilità di una moglie che si avvicina all’alcol e che vive un disagio, e così narra le sofferenze emotive e le difficoltà psicologiche della donna contemporanea oppressa (in originale A Woman Under the Influence). Non è un caso che Kaufman faccia riferimento proprio a questo film; Lucy e Jake sono in crisi proprio come i protagonista di Cassavetes, vivono le crisi del mondo contemporaneo e infatti la donna racconta di come si debba sopravvivere trasformandosi, in questo modo, in un saggio sulla psiche femminile – oltre che sulla comunione e sul comunicare -: la lei di cui si parla vive sfibrata dal senso del dovere, cercando di accondiscendere all’uomo, alla società, partecipando ad una insopportabile incertezza quasi strutturale.

Diventa però anche una citazione in senso diverso: Lucy fa riferimento ad una recensione di Pauline Kael del film – è una sorta di turning point -, recitando – come fa con una poesia di Eva H.D. – il suo saggio facendolo diventare proprio, dimostrando come l’arte, i media (lei cita il fondamentale libro La società dello spettacolo di Guy Debord), il cinema soprattutto, abbiano un potere contagioso e insidioso – questo bagaglio si fa parte di sé ma anche lo rende fantoccio pieno di bugie perché repliche di qualcosa d’altro e di altri. Incredibilmente ma neanche troppo perché nel film di Kaufman ogni cosa è unita all’altra, nella libreria di Jake compare un libro di Pauline in cui però non è inserita la recensione di Una moglie.

13. Oklahoma!, un musical che nasconde tristezza, dolore e malinconia

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Elemento importante è anche il riferimento al musical Oklahoma! che viene citato più e più volte lungo il film: sia quando si fa riferimento ad una canzone del musical, ascoltandola alla radio e anche cantandola (Lonely Room), sia durante la scena di danza nella scuola del bidello in cui compaiono dei ballerini che mettono in scena una danza come se fossero su un palco – il film sembra una pièce teatrale. La canzone Stanza Solitaria tratta dal musical Oklahoma!, nella quale il personaggio di Jud Fry giura che si lascerà alle spalle la sua vita di stenti e che troverà l’amore, dimostra quanto Jake/il bidello in qualche modo speri.

Il Musical è ritenuto un classico allegro, una sorta di divertissement, mentre in realtà in esso ci sono momenti di sesso, violenza e dolore. In quella scena di danza si dimostra quanto Jake/il bidello sia lontano dall’essere in corpore una rappresentazione di un lieto fine.

Non è male quando la smetti di provare pena per te stesso. (…) È stata solo una questione di fortuna.

15. Il discorso di John Nash da A Beautiful Mind

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Proprio in punto di morte Jake ha ritrovato, in qualche modo, anche se per breve tempo, una volontà di riscatto in cui fanno eco le parole dei componimenti di Wordsworth.

Quando l’uomo sogna di essere premiato, citando il famoso discorso del protagonista di A Beautiful Mind, immagina di venire applaudito e di avere di fronte a sé persone che battono le mani, si commuovono per lui e per i suoi successi – mentre la sua è una vita triste e solitaria. A Beautifil Mind racconta una storia di sofferenza e di rabbia, quella di John Nash che ha vinto il premio Nobel per la matematica. L’uomo era fragile, timido, aveva patito sofferenze e dolori incredibili – durante i molteplici ricoveri in istituti specializzati, era stato sottoposto a dure sedute di elettroshock, shock insulinico, docce ghiacciate e gli erano stati somministrati innumerevoli quantitativi di farmaci. Nash aveva trovato nei numeri rifugio e cura ma ad un certo incontra l’amore. Nel film, proprio durante la premiazione del Nobel, Nash parla dei numeri grazie ai quali si è salvato e soprattutto parla dell’amore, l’unica vera equazione che può far trovare ogni ragione ragione logica.

Ho sempre creduto nei numeri. Nelle equazioni e nella logica che conduce al ragionamento. Ma dopo una vita spesa nell’ambito di questi studi, io mi chiedo: cos’è veramente la logica? Chi decide la ragione? La mia ricerca mi ha spinto attraverso la fisica, la metafisica, l’illusione e mi ha riportato indietro. E ho fatto la più importante scoperta della mia carriera. La più importante scoperta della mia vita. È soltanto nelle misteriose equazioni dell’amore che si può trovare ogni ragione logica. Io sono qui stasera solo grazie a te. Tu sei la ragione per cui io esisto. Tu sei tutte le mie ragioni. Grazie.

Non è difficile pensare dunque al motivo per cui Kaufman abbia scelto proprio questo film. Il discorso parla della grande scoperta che ha fatto Nash, che è l’amore che Jake ha rincorso per tutta la vita. Jake cita Nash perché avrebbe sperato di vivere una vita come quella del matematico, che si è riscattato grazie alle sue capacità.

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