Sto pensando di finirla qui, Cinematographe.it

La magia dei primi tempi insieme, quando sembra di conoscersi da una vita ma in realtà sono passate poche settimane dal primo incontro (6, forse 7, la memoria è fallace). Una ragazza nel fiore degli anni descrive il suo uomo attraverso tutte le caratteristiche amabili che lo definiscono e che la fanno sentire grata per averlo incontrato. Se non fosse per un pensiero improvviso e ossessivo che si insinua nella sua mente, cominciando a definirne involontariamente le percezioni: Sto pensando di finirla qui”. Un istinto all’apparenza incomprensibile, alla vigilia dell’incontro con i genitori del suo Jake, non motivabile con una effettiva presa di coscienza di una realtà indesiderabile, ma comunque urgente, insistente: questa storia non ha futuro.

Ma la forza di dire basta, di dire no, non arriva ed ecco che la protagonista si trova invischiata in un vortice di angosciante estraneità, in cui l’unico desiderio diviene tornare a casa e riprendere contatto con una dimensione propria e rassicurante, lontana da Jake.

Sto pensando di finirla qui: l’opera più ambiziosa di Charlie Kaufman

Sono queste le complesse premesse (figuriamoci il seguito…) dell’ultimo (capo?)lavoro di Charlie Kaufman, Sto pensando di finirla qui (I’m Thinking of Ending Things), viaggio onirico negli abissi della mente umana, alla costante ricerca di un futuro migliore del presente e per questo vittima della sua stessa nozione di speranza. Un film che si muove su piani differenti ma tutti interconnessi da una fondamentale assunzione di base: tutto ciò che vediamo e viviamo è influenzato dalla nostra percezione. Nulla è tale in quanto oggettivo. Nemmeno la stessa trasposizione del regista dell’omonimo romanzo di Iain Reid che, pur rimanendo essenzialmente fedele al materiale di partenza, è inevitabilmente influenzata dalla poetica di Kaufman, i cui temi centrali ruotano ancora una volta attorno alla memoria, alla solitudine ontologica dell’essere umano, alla sua difficoltà di accettare qualunque forma di fine e all’inesorabilità della human condition.

Guardando Sto pensando di finirla qui si ha la sensazione di fluttuare fra un’opera e l’altra del regista e sceneggiatore: ritroviamo il tema della memoria di Se mi lasci ti cancello (da lui scritto), che – come il tempo stesso da cui dipende –  non basta a definire l’essere umano e il suo sentire, che risulta essere una somma a tratti contraddittoria e confusionaria di movimenti dall’interno verso l’esterno (la nostra personale percezione dell’ambiente) e del loro contrario, con l’ambiente che, a sua volta, influenza e forgia il nostro stesso sentire alzando spesso  (anche troppo) l’asticella delle aspettative, condannandoci ad una perpetua ricerca e smania di miglioramento; c’è poi tanto di Synecdoche, New York, nella necessità tutta umana di dare un senso profondo ai propri giorni, e altrettanto di Anomalisa, nel desiderio di trovare una persona speciale, diversa da tutte le altre, che sia cura e soluzione di un male interiore che può essere affrontato solo nel rapporto con se stessi.

Il risultato è quella che appare come l’opera più ambiziosa del regista, intenzionato a far immergere il pubblico con tutte le scarpe nelle elucubrazioni mentali di un uomo che cerca se stesso attraverso l’immagine idealizzata di una donna ideale. Una donna che non è altro che la sua stessa proiezione, come si scopre man mano che si affronta la visione.

Torniamo all’assunzione di base di Sto pensando di finirla qui: tutto ciò che vediamo e viviamo è influenzato dalla nostra percezione (e, nel caso del film, da quella di Kaufman). La pellicola dissemina indizi continui circa la natura onirica e proiettiva degli eventi narrati: primo su tutti, l’impossibilità di individuare un nome univoco per la ragazza di Jake (Lucy? Louisa? Amy??), corredata dalle telefonate che arrivano sul cellulare della giovane donna, che sembrano provenire da se stessa, o meglio, dal nome che in quel momento le viene attribuito dal fidanzato. Più avanti nel film, rispondendo a una di queste insistenti chiamate, si udirà solo una voce maschile, che le chiede aiuto perché angosciata da qualcosa di terribile che sembra in procinto di accadere, una voce individuabile – col senno di poi  – in quella di Jake da anziano. Ma andiamo per gradi.

Sto pensando di finirla qui: il grande inganno della speranza

Sto pensando di finirla qui, Cinematographe.it

Approcciandosi alle prime scene di Sto pensando di finirla qui, il fulcro del tormento della protagonista appare come una sorta di cherofobia, che le impedisce improvvisamente di vivere con spensierata serenità l’intesa col suo nuovo fidanzato. Ma già fin dal loro primo dialogo in macchina, sulla strada verso la casa dei genitori di lui, emergono indizi che le cose non stanno proprio così: Jake sembra “sentire” il pensiero della sua ragazza quando si ripete mentalmente di voler chiudere la relazione. E sembra anche intuire cosa sta per accadere, cercando di portare il dialogo su opere letterarie e cinematografiche che possano servire a rettificare la parabola discendente che li attende (il film è disseminato di citazioni provenienti da ogni campo artistico) ma che finiscono per non fare altro che confermare la legittimità del malessere di lei, perfettamente sviscerato in quello che inizialmente appare come un poema scritto di suo pugno: Ossa di cane, in cui l’avversione per il ritorno a casa, che assume risvolti angoscianti e orrorifici (al contrario di come sembrerebbe normale percepirlo), rivela lo stato d’animo di entrambi, invischiati in un’impossibilità a vivere bene nell’ hic et nunc e per questo destinati all’infelicità, alla perenne ricerca di qualcosa di più soddisfacente, che possa alleviare ogni pena. Nella speranza di un futuro migliore, in grado di distrarre dall’inevitabile angoscia per l’inesorabilità della morte.

Sto pensando di finirla qui: Uno nessuno e centomila

Sto pensando di finirla qui, Cinematographe.it

La narrazione di Sto pensando di finirla qui prosegue fra continue citazioni artistiche e una costante confusione circa l’identità della ragazza: oltre ai dubbi sul suo nome, non appare chiaro nemmeno il suo lavoro: si occupa di fisica? Di poesia? Di cinema? Di pittura? La risposta appare più chiara man mano che prosegue la narrazione: la giovane donna non è altro che una proiezione di Jake e della sua compagna ideale, pronta a rispondere ad ogni sua esigenza romantica ed emotiva (può essere la cameriera del finto film di Zemeckis – visto dal “misterioso” bidello che ogni tanto appare nel film – ma anche una geriatra, quando questo serve a far sì che Jake possa sentirsi capito e sostenuto nell’assistenza agli anziani genitori).

I continui balzi fra piani temporali – con i genitori di Jake che invecchiano, muoiono e ringiovaniscono nel corso nel film – non rappresentano altro che l’angoscia del protagonista per il tempo che passa e per ciò che prima o poi dovrà affrontare. Con la sua “Louisa” che rimbalza fra una collocazione e l’altra nel corso del tempo, messa alla prova nel suo ruolo funzionale di alleviare le sue pene, qualunque cosa accada nel corso della vita.

Una famiglia spaventosa

Sto pensando di finirla qui , Cinematographe.itLa cena a casa dei genitori di Jake, dopo l’inquietante viaggio attraverso la tormenta e la macabra visita alla fattoria di famiglia (col racconto della fine fatta dai maiali, che poi ritroveremo alla fine del film) mostra fin dall’inizio una connotazione raccapricciante. Cosa c’è che non va nella coppia? Cosa porta Jake/la sua ragazza a percepirli in maniera così distorta e a tratti disgustosa? La risposta è semplice e inesorabile: il solo fatto che stiano invecchiando, obbligando il protagonista a fare i conti con la paura della morte.
Le periodiche digressioni delle scene al liceo, dove un bidello assiste alle prove della messa in scena del musical Oklahoma! (molto amato da Jake, come lui stesso racconta alla sua ragazza durante il viaggio in macchina) si rivelano con sempre più margine di certezza relativi alla vera identità del ragazzo, uno studente fallito a cui non resta che osservare da dietro le quinte (come bidello) il posto che avrebbe voluto occupare nel mondo. Ecco il perché della sua avversione per lo scantinato della casa di famiglia – luogo tanto caro alla tradizione horror: perché custode del suo doloroso segreto (quando la ragazza scende in lavanderia per depositare la camicia da notte offertale dal padre di Jake, trova che la lavatrice è piena di divise, con sopra una sigla che ritroveremo più avanti sulla divisa del bidello). La stessa trama di Oklahoma! trova una profonda analogia con la proiezione mentale di Jake, vedendo protagonista un uomo che si innamora perdutamente di una ragazza che vive in una fattoria.

Voglia di andare via: “Tornare a casa è terribile”

Sto pensando di finirla qui, cinematographe.it

Il fulcro del poema Ossa di cane, che poi ritroviamo in camera di Jake in una raccolta d’autore, ha quindi a che fare col significato assunto dal fare un passo indietro, ripensando non solo a ciò che saremmo potuti diventare ma anche ciò che inevitabilmente diverremo. In un movimento circolare che va dall’interno verso l’esterno e dall’esterno verso interno, tale da far sì che le nostre stesse percezioni – per quanto uniche e soggettive – risentano inevitabilmente dell’influenza dell’ambiente, soprattutto della letteratura e del cinema, in grado di farci immaginare e quindi desiderare una realtà in cui l’happy ending è (troppo) spesso garantito.
Come quella gelateria immersa nel deserto di ghiaccio (Tulsey Town), la cui stessa esistenza induce a pensare di desiderare un gelato nella condizione meno desiderabile possibile, per il solo fatto che ci viene offerto. Suggerendo che mangiarlo migliorerà la nostra vita.

Ecco allora che la ragazza, proiezione di Jake, non vede l’ora di andare via. Di tornare a casa per sfuggire dalle contraddizioni della propria mente e fronteggiare una volta per tutte le sue aspettative idealistiche che gli impediscono di raggiungere la serenità.

Un ultimo ballo

Sto pensando di finirla qui, Cinematographe.it

Quando dopo varie insistenze e situazioni surreali, “la ragazza” riesce a convincere Jake ad andare via dalla casa dei genitori, sulla strada del ritorno (dopo la tappa a Tulsey Town e l’ennesima sovrapposizione/proiezione con la ragazza che li serve), il protagonista decide di fermarsi per buttare i gelati, non gradendone il gusto. Per farlo – nel bel mezzo di una violenta tormenta di neve – devia verso il suo vecchio liceo, dove ricorda esserci un cassonetto. Un bacio alla sua ragazza e la sensazione di essere osservato lo porta a scendere dalla macchina, alla ricerca del vouyeur. La sua Lei lo attende per un po’, poi turbata dal freddo e dalla solitudine lo va a cercare dentro il liceo, ma la prima persona che incontra è il bidello della struttura, che il pubblico già conosce. Un breve scambio di parole con la ragazza e l’uomo si commuove, al cospetto di quella che un tempo fu il suo sogno d’amore. Jake compare più avanti nei corridoi e la coppia viene rapidamente raggiunta da due danzatori che rappresentano i loro perfetti doppi. E che si cimentano in un ballo struggente e catartico, in cui il loro sogno d’amore viene infranto dallo scontro con la realtà e il Jake giovane viene ucciso da quello anziano (il bidello), forse finalmente pronto ad accettare l’inesistenza di quella relazione tanto sognata e forgiata dalla sua mente.

L’ossessione per il futuro e per il passato rovina il presente

Il bidello Jake è pronto per tornare a casa, ma una volta raggiunto il suo pick-up viene scosso da strani fremiti, che sembrano preannunciarne la morte. In questo stato, vede scorrere sul parabrezza immagini animate che ne hanno caratterizzato l’infanzia, fra cui lo spot della gelateria Tulsey Town e il suo maiale assalito dai vermi. Lo segue, pronto ad accettare che la sua vita possa non essere stata straordinaria, dopo tutto, e ad affrontare la propria angoscia legata alla morte, ed ecco che Jake si ritrova in un teatro, in procinto di ricevere il premio tanto atteso e mai arrivato. In platea, tutti i personaggi incontrati nel film, compresi i suoi genitori e la propria ragazza, maldestramente invecchiati col trucco (come lui stesso).  Un breve e intenso discorso d’accettazione (che riprende quello del personaggio di Russel Crowe, il matematico schizofrenico premio Nobel John Nash, in A Beautiful mind) riconosce nella sua compagna la ragione di ogni suo successo e gratificazione. Se non fosse che ci troviamo su un set teatrale e la scena si sposta nella vecchia cameretta di Jake. L’uomo intona il brano di Oklahoma!  Lonely Room, in cui il protagonista abbandona dolorosamente l’illusione di un amore perfetto e idealizzato, decidendo di tornare con i piedi per terra. La performance riscuote l’entusiasmo della platea, in primis della sua compagna, e il film si chiude sulla ripresa esterna del liceo, con la macchina di Jake sepolta dalla neve, come se da lì non fosse mai più uscito, incontrando la morte.

Sto pensando di finirla qui è un’opera dai molteplici piani di significato, in cui Charlie Kaufman non risparmia al pubblico nessuna sua angoscia, nessuna sua fragilità. Portandolo con sé negli spazi più reconditi delle proprie paure e consapevolezze, proponendogli a sua volta il ruolo attivo di salvatore, chiedendo disperatamente di tendergli la mano col suo plauso. Una consolazione che non gli si può certo negare.

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