L'uomo fedele cinematographe

Louis Garrel è oramai un abitudinario del festival di cinema francese Rendez-vous. E, in questa edizione 2019, torna a Roma per presentare la sua seconda opera da regista, L’uomo fedele, che lo vede dirigere la moglie Laetitia Casta e la giovane Lily-Rose Depp, conosciuta sul set di Planetarium (2016). Una pellicola intrisa del miglior cinema francese, quello che ispira Garrel nel suo lavoro e che cerca di portare al di fuori della Francia. Ed è della sua passione per l’intrecciarsi di sentimento e vita privata, di gusti cinefili e scrittura, che il regista e attore ci parla, al fianco di Laetitia Casta.

Louis, ormai sei un affezionato del Festival Rendez-vous, vero?

“Quando torno in Italia vengo sempre accolto come un principe. Sono contento di essere qui, anche perché tra noi, francesi e italiani, c’è un grande scambio sotto molti punti di vista, soprattutto quello cinefilo”.

Presenti, tra l’altro, il tuo secondo lungometraggio L’uomo fedele. Come nasce questo tuo nuovo film?

“L’uomo fedele nasce principalmente dal mio desiderio di lavorare con lo scrittore e sceneggiatore Jean-Claude Carrière. Ha più di ottant’anni ora, ma ricordo bene di quando a quattordici anni lo guardavo parlare in tv e ne rimanevo affascinato. Ricordo che una volta, parlando della sua collaborazione con Miloš Forman, mi fece tanto ridere e lo sentii molto vicino spiritualmente. Col tempo siamo diventati amici e abbiamo provato a scrivere insieme, pur essendo agli antipodi. Lui odia il sentimentalismo, mentre io ne sono innamorato, quindi c’era questo contrasto nella sceneggiatura con lui che era molto più secco, mentre io restavo più morbido. Ma, in fondo, Jean-Claude ha scritto una marea di testi, io sono molto piccolo in confronto a lui, quindi mi sono affidato, pur avendo un po’ paura.”

Leggi anche: L’uomo fedele: recensione del film di Louis Garrel

E che genere vi eravate prefissati d’inseguire con L’uomo fedele?

“Il film è un gioco attraverso i miei ricordi di cinema, soprattutto di François Truffaut, di cui la mia cinefilia è imbevuta. Ci siamo divertiti a rendere il film una commedia, ma non solo una commedia. Un thriller, ma non solo un thriller. Un film romantico, ma non solo un film romantico. Abbiamo messo insieme più generi e abbiamo cercato di costruire ogni scena come una sorpresa. Il film, infatti, inizia con un cliché, con la veduta di Parigi e un’atmosfera molto francese, ma era fatto appositamente, così che poi tutto diventasse più sorprendente.” 

Laetitia, la tua Marianne nel film è un personaggio ben definito, come è avvenuta la sua costruzione tramite la tua interpretazione?

“Quando ho letto il copione ho notato che il personaggio era già ben delineato lì, nella sceneggiatura. Aveva una sua musica molto piccola, ma allo stesso tempo davvero molto bella. Marianne doveva essere reale, non troppo dura, ma doveva far trapelare anche quella mancanza di senso di colpa che la caratterizza. Quasi mi piacerebbe iniziare a vivere come lei!”

Tu ti senti, invece, più vicina al sentimentalismo di Louis o al pragmatismo di Jean-Claude Carrière?

“I film che parlano d’amore sono i miei preferiti. Se penso ai film della Nouvelle Vague, lì c’è sempre il mistero dell’amore e si ha uno sguardo sul femminile ogni volta interessante. A volte, nei film, l’amore viene trattato in maniera commerciale, invece qui è l’ambiguità a renderlo particolare. Nel film Marianne diventa l’uomo, Abe la donna, il bambino diventa l’adulto, ed è stupendo perché è così che avviene nella vita.”

Louis Garrel: “Non mi fa paura mischiare vita privata e film, sono abituato. Mi spaventa solo non fare un buon film.”

Non solo attrice, anche moglie del regista. Come è stato farsi dirigere da tuo marito sul set?

“Abbiamo lavorato molto insieme, anche se tutto era già definito fin dalla scrittura, estremamente attenta. Poi, se devo dirla tutta, non era come lavorare con Louis, perché si trasforma quando è sul set, diventa un altro.”

Un film che, in effetti, sembra avere davvero molto a che fare con la vita, non è così Louis?

“Venendo da una famiglia che ha da sempre mischiato l’autobiografia con il cinema, per me questa contaminazione avviene in modo spontaneo. A cinque anni ho recitato nel mio primo film ed era una pellicola di mio padre in cui recitava anche mia madre, mio nonno, la ex fidanzata di mio padre. Mischiare vita privata e cinema non mi fa paura, conosco la regola del gioco e non c’è alcun rischio, se non quello di non fare un buon film. Pensiamo anche a John Cassavetes. Molte volte, nella contemporaneità, mi sembra di vedere del cinema mostruoso perché sempre virtuale, finto. Quello di Cassavetes era vero perché c’era la sua vita. Così anche nel primo Woody Allen.” 

Quindi come vedi il tuo L’uomo fedele?

“Volevo un film che fosse molto francese e credo che siamo riusciti nell’obiettivo. L’uomo fedele gioca sull’idea che si ha della Francia ed è ovvio, come ho detto, che al suo interno ci siano tantissimi richiami, nelle atmosfere, ai film che amo. Ad esempio, a un mio amico cinese, volevo far vedere tutti i miei film preferiti francesi. Dopo il quindicesimo film mi ha detto “Ma sono tutti uguali.”. E, in fondo, ha ragione, ma ognuno ha le sue declinazioni e sfumature. Spero anche che per L’uomo fedele sia così. Poi, seguendo il consiglio di Jean Renoir ai registi, bisogna sempre parlare di ciò che si conosce. Ciò che poi, per me, è imprescindibile, è l’umorismo, anche nel dramma. È un’ispirazione di cui ho bisogno. Infatti, nei giorni in cui mi sento più forte, guardo un film di Ingmar Bergman, in quelli in cui sono più giù uno di Woody Allen”. 

Due donne protagoniste, una l’opposto dell’altra e decisamente più determinate di questo “uomo fedele”, non pensi?

“Nella mia vita sono sempre stato circondato da donne forti. Mia madre è una donna molto forte, le mie amiche sono donne molto forti. Quindi, anche nella realtà, sono abituato a far decidere loro. I personaggi del film sono come Cleopatra, delle regine che determinano le scelte dell’opera. Mi rendo conto che per alcuni ragazzi sarà difficile identificarsi con il mio personaggio, perché potrebbero trovarlo poco virile. Ma è così che sono abituato. E, in fondo, la sua libertà è anche nel lasciare che siano gli altri a scegliere per lui.”

Come è stato, per entrambi, avere accanto una giovane attrice come Lily-Rose Depp?

L.G.: “Quando l’ho incontrata per la prima volta sul set di Planetarium ho capito di essere vecchio. Lei, al tempo, aveva quindici anni. Poi, mentre ero alla scrittura del film, ho pensato subito a lei, le ho mandato il copione e mi ha risposto dicendomi: “È come me”. Tra l’altro, non è mai facile trovare un attore o un’attrice perfettamente in sincronia con il personaggio, invece Lily-Rose era adatta anche per l’età che aveva. Se lo avessimo girato poco prima o poco dopo, non avrebbe avuto lo stesso effetto perché già non sarebbe stata più la stessa.”

L.C.: “È stato bello condividere la scena con lei. Essendo davvero così giovane, il paragone con il mio personaggio si coglieva ancora più profondamente, con una donna più saggia e matura e una ragazza piena di passione e euforia.”

Una donna saggia e matura, un po’ come te Laetitia e il percorso che da modella ad attrice ti ha condotto dove sei ora. Quanto, i due mestieri, ti hanno sostenuta l’uno nella funzione dell’altro?

“Più cose faccio e più sono felice, soprattutto se non diverse tra loro. Nel mio percorso non ho mai scelto di essere qualcuno che volevano gli altri, ho sempre deciso da me senza avere paura di deludere le aspettative delle altre persone. Fare esperienza è stata la cosa più importante, quella che mi ha cambiata profondamente. In fondo è stato un percorso, quando ero davanti alla fotocamera era come se fossi in un film muto a cui poi, in seguito, ho aggiunto la parola.”

L’uomo fedele esce nei nostri cinema il prossimo 11 aprile, distribuito da Europictures.

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