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Per i nipoti della Nouvelle Vague ci saranno sempre amori, tradimenti, incontri eterni, momenti da far sfuggire. Ci saranno sempre degli intrecci tra i personaggi, umani, ma soprattutto fisici, che del corpo e le lenzuola fanno un mezzo per esplorare la sfera dell’intimità più celata, quella che soltanto attraverso la carnalità può riproporsi nella vita quotidiana. Gli stilemi ci sono tutti ne L’uomo fedele, secondo lungometraggio dell’attore Louis Garrel, che nelle doppie vesti di regista e interprete ricalca la nuova onda della tradizione del suo paese di appartenenza.

L’intrigo amoroso è delineato da subito: Abel (Louis Garrel) è innamorato di Marianne (Laetitia Casta). Lo era quando abitavano insieme, quando le ha detto che era incinta di un altro, quando anni dopo quel bambino è nato e il compagno della donna è morto. Abel continua ad amarla. Per questo cercherà nuovamente un contatto con la donna, una relazione che dovrà formarsi tra prove e tentativi, come quello di stare anche con un’altra ragazza, più giovane e da sempre infatuata di Abel.

L’uomo fedele – La Nouvelle Vague e la contemporaneitàL'uomo fedele cinematographe.it

La spinta per opere simili è sempre la medesima: un’aria intellettuale, un’emotività in continuo subbuglio, un estremismo che dovrebbe poi, nel nostro piccolo circolo, farci riflettere sulla complessità dei rapporti e delle nostre interazioni umane e sociali. E l’atmosfera c’è. Leggermente statica, con voci fuori campo a esternare i pensieri dei protagonisti, dialoghi tra i fatti e l’astratto che dovrebbero portare alla riflessione più genuina, ma al tempo stesso impegnata. Come assestamento L’uomo fedele fa il proprio dovere, il richiamo al passato cinematografico francese è lapalissiano e, pur rispettando il genere, alquanto scontato.

Riproporre uno stile che continua ad affascinare, ma che risentirà sempre dei suoi albori gloriosi e di un avanzamento dei tempi che, probabilmente, non permette una perfetta aderenza con il presente. È esattamente questa la sensazione che lascia il film di Garrel, un rifarsi al cinema dei suoi ispiratori e non riuscire non perché inefficace nella messinscena o nelle dinamiche personali, ma in quanto ne mostra l’impossibilità fisiologica di potersi riaffermare oggi, nei nuovi tempi.

Un’impasse che L’uomo fedele non supera nemmeno con la sceneggiatura, intuitiva nello sviluppo della narrazione proprio perché imprescindibilmente legata a un immaginario riproposto senza avere l’accortezza di renderlo, almeno, più originale rispetto ai nostri anni. Difetto riscontrabile anche nelle conversazioni e nella voice over che aleggia nel film – onnipresente e, al lungo andare, insostenibile nella pellicola -, che tenta degli sprazzi di acutezza artistica e poetica, più per l’effetto in sé, che per intelligenza semiologica. Un testo che cerca la profondità, ma stabilisce una superficialità omogenea la quale, come una cappa, sovrasta il film e non lascia traspirar alcun respiro.

L’uomo fedele – Quegli sprazzi d’ironia nella staticitàL'uomo fedele cinematographe.it

Ricercando, dunque, questa psicologia elementare, più d’impressione che di sostanza, L’uomo fedele fa perdere valore a quelli sprazzi d’ironia ed estro che, come piccoli fuochi di artificio, spuntano in aria con sorpresa conquistando lo spettatore. Troppo pochi, troppo mal posizionati, ma che aiutano il pubblico a sopravvivere alla visione dell’opera e che fanno sperare in un’evoluzione nelle capacità di Louis Garrel nel narrare e mettere in scena le proprie storie.

Un racconto oscillante quello de L’uomo fedele, in cui Garrel con le colleghe Laetitia Casta e Lily-Rose Depp non riesce ad addentrarsi pienamente, restituendo però con la recitazione una semplicità che manca alla struttura del film e sapendolo non appesantire ancora più con una gravitas, per il tipo di storia, che si capisce non necessaria.

L’uomo fedele, prodotto da Why Not Productions e Wild Bunch, sarà in sala dall’11 aprile, distribuito da Europictures.

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