Intervista ad Agostino Ferrente: Selfie, Napoli e il cinema italiano

La nostra intervista ad Agostino Ferrente riguardo il meraviglioso Selfie, sua ultima fatica, la sua idea di documentario e i suoi progetti futuri.

Selfie è il documentario-evento scritto e diretto da Agostino Ferrente (L’orchestra di Piazza Vittorio, Le cose belle). Girato nel 2017 e presentato nella sezione Panorama alla Berlinale del 2019.

Il film, realizzato interamente in “video-selfie”, delinea uno spaccato sincero, privo di stereotipi e retropensieri, della vita nel Rione Traiano di Napoli dei due sedicenni Alessandro e Pietro, alle prese con un contesto difficile, ma in cui si può comunque percorrere la propria strada. Selfie si intreccia con il caso di cronaca nera riguardante l’omicidio di Davide Bifolco, essendo i protagonisti due amici della famiglia e del ragazzo, ma non la pone mai sotto la lente di ingrandimento, decidendo invece di raccontare le vicende e le conseguenze che ha avuto sulle persone, per così dire, “non protagoniste”. Allargando poi il campo per raccontare la vita dell’intera comunità del Rione.

Qui risiede la grandezza del lavoro di Ferrente. In un’epoca cinematografica come questa, in cui Napoli ci viene raccontata attraverso i vari Gomorra – La serie o La Paranza dei Bambini o, prima ancora, Gomorra di Garrone, Selfie ci restituisce una realtà partenopea diversa: vera, genuina e profonda che conferma, smentisce, cambia, sfuma, si oppone e accoglie l’immaginario a cui siamo stati abituati di recente. Un’opera di cinema, quello vero, quello magico. Perfettamente costruita e realizzata. Uno dei film più importanti della nostra stagione cinematografica.

Per questo non può che essere considerata una fortuna quella di aver potuto incontrare Agostino Ferrente in occasione del tour di promozione di Selfie durante la sua tappa a Spoleto, ospite del Cinéma Sala Pegasus.

Agostino Ferrente: ecco perché ho deciso di realizzare Selfie

Agostino Ferrente, cinematographe.it

Foto di Riccardo Pompili

Qual è il rapporto tra la vicenda di cronaca nera di Davide Bifolco e Selfie?

“La tragica storia di Davide risale al 2014, le riprese al 2017. A me piace raccontare il presente in presa diretta, quindi per forza di cose il riferimento è solo evocato e può sembrare in sottofondo, ma dal punto di vista drammaturgico è sempre presente perché costituisce un po’ il filo conduttore delle storie dei protagonisti e degli altri personaggi del Rione Traiano. Questo lutto che non ha colpito solo la famiglia, ma un’intera comunità che continua a non darsi pace. Ogni ragazzo sa di poter essere il nuovo Davide Bifolco, ogni genitore del rione sa che quello che è successo a Davide può succedere al proprio figlio. Davide quindi, oltre che lo spunto iniziale della storia e la persona a cui è dedicato il film, ne è anche il terzo protagonista”.

Quando è andato a Napoli è partito con l’idea di girare questo film o ci è, per così dire, inciampato?

“Quando si è palesata l’opportunità di realizzare un documentario sulle periferie di Napoli per un interesse molto forte di Arte, tramite la produzione francese, Magneto Presse, il mio nome ai produttori fu suggerito da Vanessa Roghi, una docente universitaria, saggista e scrittrice molto attenta al tema della scuola e degli adolescenti. Lei aveva apprezzato i miei film precedenti, soprattutto “Le cose belle”, realizzato a Napoli in co-regia con Giovanni Piperno. Credo abbiano suggerito me anche perché non sono un documentarista diciamo “ortodosso”, nel senso che per me l’unica differenza tra “documentario” e “fiction” – a primo acchito può sembrare banale, ma davvero non lo è – è che nel documentario io dirigo persone reali (non attori) che raccontano una storia vera (non inventata, come nella finzione), e trasformo loro in personaggi e la loro vita in un film. Per tutto il resto non faccio differenza, adotto le stesse tecniche, “dirigo” queste persone come fossero attori chiedendogli di interpretare loro stessi, quindi veicolando le discussioni tra loro, dando suggerimenti, creando situazioni, scegliendo luoghi, propiziando incontri. Insomma la sfida è: raccontarli cercando di rispettare al massimo la loro natura, ma anche il mio sguardo registico, la mia poetica.

In realtà, dopo “Le cose belle” avevo deciso di non fare più documentari, perché il mio modo di girarli mi porta troppo dentro la realtà che racconto e questo può far male, soprattutto quando si raccontano storie di ragazzi. Ma mentre questo tipo di dolore prima lo sopportavo meglio, ora, forse per la paternità che ho raggiunto da poco, non ce la faccio più.

Agostino Ferrente, cinematographe.it

Foto di Riccardo Pompili

Tra l’altro, anche dal punto di vista dell’impegno, un documentario, almeno per come li giro io, comporta sempre un dispendio di energie molto maggiore rispetto ad un film di finzione, con una sproporzione violenta tra quello che investi e quello che nella migliore delle ipotesi puoi raccogliere a livello di visibilità del film (che pure ha un costo del biglietto identico di film costati molto di più e che hanno avuto investimenti pubblicitari altrettanto maggiori), per non parlare dell’aspetto economico: qui parliamo quasi di voto di povertà…”.

Agostino Ferrente su Davide Bifolco: “A poche ore dalla diffusione della notizia, il tribunale mediatico aveva già emesso la sua sentenza: uno di meno. La vittima era diventata il colpevole”.

“Per queste ragioni, personali e professionali, quando mi è arrivata l’offerta, dapprima ho detto no. Poi ho pensato che potevo derogare alla mia decisione solo se mi avessero permesso di sperimentare una forma di racconto che invertisse il “punto di vista”, mettendo quello dei ragazzi protagonisti sullo stesso piano del mio. Sinceramente pensavo non accettassero, invece hanno accettato.

La vicenda di Davide l’avevo conosciuta approssimativamente dalla stampa che l’aveva raccontata in modo parziale e in certi casi tendenzioso. Quello che mi colpì è che a poche ore dalla diffusione della notizia, il tribunale mediatico aveva già emesso la sua sentenza: “uno di meno”. La vittima era diventata il colpevole”.

Che è una delle frasi iniziali del suo film.

“Si, infatti Amnesty International patrocina questo film perché, oltre ad essergli piaciuto dal punto di vista artistico, ne riconosce l’importanza nell’evidenziare il ruolo dello stigma e del pregiudizio nei confronti di alcuni tipi di vittime che tendono a essere colpevolizzate. Si è parlato molto recentemente delle molestie sessuali che le donne subiscono sistematicamente sul posto di lavoro e che non riescono a denunciare, anche perché il commento più diffuso è: “Se l’è andata a cercare”. In questo caso nascere in un quartiere popolare da che dovrebbe essere uno svantaggio diventa addirittura una colpa, perché se uno nasce lì un po’ se l’è andata a cercare”.

Agostino Ferrente, cinematographe.it

Foto di Riccardo Pompili

Agostino Ferrente sui protagonisti di Selfie: “Ecco come ho conosciuto Alessandro e Pietro”

Qual è il rapporto tra Alessandro e Pietro, i protagonisti del film, e Davide?

“L’omicidio di Davide è avvenuto all’altezza di Viale Traiano, curiosamente proprio a metà tra le case di Alessandro e Pietro, quando lui aveva 16/17 anni, mentre loro due ne avevano circa 13, ma comunque si conoscevano, nei quartieri ci si conosce tutti. Infatti Alessandro i genitori di Davide li chiama “zii”. Ale e Pietro sono dei potenziali Davide, anche loro vanno in motorino senza casco la notte, anche loro hanno 16 anni, è successo a Davide ma poteva succedere a loro”.

E come li hai conosciuti?

“Ero andato a parlare con il papà di Davide al bar Cocco, quello dove si svolgono molte scene del film. Gli stavo spiegando che non era mia intenzione – anche perché non ne sarei stato capace – realizzare un’inchiesta su com’era andato il caso, ma che preferivo raccontare il contesto in cui era maturata la tragedia e l’umanità della gente che abita in quel rione, raccontato sempre solo dalla cronaca nera. Lui, credo, un po’ ci rimase anche male perché sperava forse in un tipo film di quelli capaci di far riaprire le indagini processuali, nella speranza di una sentenza che rendesse giustizia alla famiglia.

Gli rivelai che la mia idea era di far raccontare la storia dal punto di vista di ragazzi coetanei di Davide al momento del suo omicidio.

Dunque chiedevo di ragazzi di un’età tra i 16 e i 17 anni e lui mi rispose che non ne conosceva, dato che gli amici del figlio avevano ormai 20/21 anni o più. Davide infatti fu ucciso nel 2014, pochi giorni prima del suo 17esimo compleanno ed erano passati già tre anni. Dunque gli amici di Davide, che sono poi in gran parte i ragazzi che ci sono nei provini del film, e nelle sale biliardo, erano troppo grandi. Mentre io stavo spiegando al padre le mie intenzioni, di un documentario che voleva fare una denuncia attraverso un linguaggio poetico e non militante (perché alla fine finisci con il convincere solo quelli che sono già convinti), passa questo ragazzetto trafelato che mi serve il caffè e si affretta ad uscire per partecipare alla processione che si stava svolgendo. Io, siccome avevo l’idea del selfie, ma era ancora un’idea teorica, non sapevo come funzionasse, gli ho detto: “Senti, mi puoi riprendere la processione con il cellulare? Però lo devi fare riprendendo anche te stesso, devi essere soggetto filmante e soggetto filmato.” E lui mi guarda come se fossi un’idiota e mi dice: “Vabbé un selfie!” e io gli dissi: “Si, ok, il selfie, ma devi anche farmi vedere ciò che accade dietro di te, non puoi stare troppo al centro dell’inquadratura e soprattutto non devi tenere il cellulare in verticale, ma in orizzontale.”. Lui, con il mio aiuto, perché non è che faceva l’operatore, ha iniziato a fare questa ripresa e l’ha fatta bene. Addirittura, durante una preghiera cantata lui si è commosso, ma ciononostante non si è fermato, ha continuato a girare. Il ragazzo era Alessandro e lì mi sono innamorato di lui. Tra l’altro questa è la prima scena girata del film.

Il giorno dopo si presenta un ragazzo un po’ paffutello e con i baffi, che quasi mi aggredisce: “Mi hanno detto che tu fai i “film veri” – non sapeva che si trattava di documentari – ed io sono il miglior amico di Alessandro, quindi se vuoi fare un film vero non puoi farlo senza di me.” E io dissi: “Va bene, ma sei sicuro che hai 16 anni?” Lui mi mostrò la carta d’identità ed effettivamente aveva l’età giusta.

Agostino Ferrente, cinematographe.it

Foto di Riccardo Pompili

Praticamente il casting più corto della mia vita.

Era maggio all’epoca, poi, tornato con il caldo, misi in piedi il provino in cui loro furono coinvolti, anche se io sentivo che erano loro i miei protagonisti. Però li volevo vedere interagire con gli altri e, soprattutto volevo vedere gli altri, magari c’era uno migliore di loro. Poi i provini li tenni perché risultarono funzionali a raccontare il contesto”.

Agostino Ferrente: le difficoltà di girare un film come Selfie

Quanta libertà è stata data ai ragazzi nelle scelte di cosa riprendere e nel riprendere in generale?

“Io proponevo e loro disponevano. Dopo averli studiati a fondo, dopo aver capito la loro natura, la loro personalità, i loro desideri, i sogni, le fragilità, io creavo le situazioni, e loro decidevano se accettarle o meno e se accettavano, gli chiedevo di interpretare loro stessi. Loro sono protagonisti e cameramen. Quando io faccio un film dirigo il cameraman in tutto e per tutto e aiuto i protagonisti a trasformarsi in personaggi e a mettere in scena la propria vita. Se io volessi fare un documentario su di te, ti frequento a camera spenta, cerco di capire quali sono quegli aspetti, quella drammaturgia, quelle azioni che possono essere utili a riassumere la tua vita, che possono servire a raccontarti. Quindi loro erano molto coscienti di quello che stavo facendo e se io avessi proposto loro delle cose che non ritenevano coerenti con la loro storia, e a volte è successo, avrebbero declinato. Quindi io rimango il regista, ma non posso importi di raccontare una cosa non vera, che non rispecchia la tua natura.

E a volte è successo che magari Pietro fosse d’accordo sul riprendere una cosa, mentre Alessandro no, e viceversa. Nello specifico Alessandro pensava che non bisognava raccontare le “cose brutte”, perché tanto ci pensavano i giornali, quindi perché sporcare il film? Pietro invece diceva che se il film veniva visto da spettatori lontani dalla loro realtà, allora come facevano a sapere com’è realmente il loro quartiere e di quanto sia difficile starci dentro e comunque vivere una vita normale. Quindi, se vogliamo, avevano ragione tutti e due. Per farti capire l’importanza delle decisioni dei protagonisti ti posso dire che Pietro girò una scena al cimitero riprendendo le tombe dei suoi due cugini scomparsi in un incidente stradale, salvo poi dirmi che si era pentito perché gli zii non volevano che le facce dei loro figli comparissero sullo schermo e io infatti ho tolto la scena.

Io ho sempre lavorato così, anche nei miei film precedenti: aiuto il personaggio ad emozionare, a divertire, ma sempre cercando o suggerendo quegli aspetti che io so che il personaggio ha, che ha già nelle sue corde. Il ruolo del documentarista di creazione è di individuare le potenzialità del personaggio e poi fare in modo che si esprimano, provocarle. I personaggi si devono poter affidare a me, alla mia guida, io mi prendo il compito di scegliere cosa mostrare di loro, in modo che loro possano rilassarsi, essere il più possibile naturali e a loro agio davanti alla telecamera”.

L’idea di portare su schermo il punto di vista di persone diciamo “esterne” rispetto ai fatti che di solito vengono raccontati è stata innovativa e nuova per tanti motivi. Ti è venuta man mano oppure sei partito con l’idea di fare così, magari dopo l’incontro con i protagonisti?

“Quando succedono questi fatti di cronaca nera, i media radunano sociologi, psicologi, antropologi, opinionisti a vario titolo che spiegano perché quella cosa è successa. In tutto ciò non vengono però interpellate le persone che vivono la realtà in cui la tragedia è accaduta, che sono potenzialmente le vittime (e potenzialmente anche i carnefici). L’idea quindi era quella di fare un lavoro dal loro punto di vista. Operando così gli stereotipi li incontri, li abbatti o li confermi, in sintesi li annulli.

In Selfie ho cercato di raccontare come l’amicizia tra Alessandro e Pietro costituisca per loro uno scudo per proteggersi dal contesto, anche se, gioco forza, continuano ad esserne parte”.

Agostino Ferrente, cinematographe.it

Foto di Riccardo Pompili

Agostino Ferrente: “Raccontare la storia dal punto di vista di chi vive quella realtà è una neccessità fondamentale”

Non costituisce magari un rischio quello di andare sul posto e costruire direttamente in loco il tuo film?

“Questo fa parte del mio metodo e anzi, più che un rischio è una necessità fondamentale.

Nel cinema di finzione scrivi una sceneggiatura, inventando dei personaggi e una storia, e individuando (all’occorrenza ricostruendoli) un luogo e un tempo in cui ambientarla. Quindi cerchi degli attori in grado di interpretare quello che hai scritto. Io, nel mio “cinema dal vero”, la sceneggiatura la creo strada facendo, rispettando dei “paletti narrativi” non aggirabili, dei dati oggettivi da rispettare, che si chiamano “realtà”. Il lavoro quindi, se vogliamo, è più difficile, perché c’è un limite alla fantasia, perché le persone coinvolte sono “vere” . Non posso cambiare i nomi di queste persone, le loro storie, i loro legami familiari, il loro lavoro, la loro casa, loro devono rimanere loro stessi e la storia non può avere svolte narrative che tradirebbero la loro natura. Nel senso che non posso permettermi di dire “ho scritto un personaggio violento, quindi anche se tu non lo sei, lo devi diventare per me.”

Io adeguo la narrazione agli elementi reali, l’obiettivo è raccontare questi ingredienti cucinandoli però a modo mio: creando le situazioni, mettendoli in “bella copia”, creando una drammaturgia sul campo, cercando di raccontare il vero ma in modo da far commuovere, ridere, emozionare, riflettere, affascinare fotograficamente. Dunque sarò io “sceneggiatore sul campo” a chiedergli di incontrare quella persona in quel luogo e quella ora, affrontando quell’argomento, posizionandosi in quel modo… Ma il tutto rispettando il vero, cioè alla fine se questo incontro, se questa situazione, sono frutto della mia volontà narrativa, quello che succede poi rispetterà comunque la (nuova) realtà dei fatti. Se il protagonista si commuoverà incontrando questa persona o si divertirà o si amareggerà, quelle saranno emozioni reali. E poi una successiva fase della “sceneggiatura” sarà realizzata al montaggio, dove si potrà cambiare la successione degli eventi se questo migliora la drammaturgia e la narrazione.

Tra i premi che Selfie ha ricevuto di recente, quello che mi ha maggiormente inorgoglito è quello come “Miglior sceneggiatura”, in un concorso dove ce la battevamo con film di finzione scritti da sceneggiatori importanti”.

Qual è il segreto per raggiungere una tale credibilità su schermo, senza far sospettare diciamo un artificio, nonostante la presenza di voi addetti ai lavori durante le riprese?

“Un celebre regista diceva che un ottimo film di finzione deve sembrare un documentario (per quanto dia l’impressione allo spettatore di essere “vero”) e che un ottimo documentario deve sembrare “fiction”, per quanto riesca ad essere “cinematografico” e avvincente, emozionante, romantico, fantasioso, come un film di finzione.

Per rispondere alla tua domanda, il “segreto” è creare un’intimità tale con le persone per cui, qualsiasi cosa loro facciano davanti alla camera, si sentano liberi di farla come la farebbero se fossero soli e a telecamera spenta. Il lavoro del documentarista è diventare uno di loro, un loro zio, un fratello, cugino… un non estraneo davanti al quale ci si possa sentire liberi di essere se stessi, nel bene e nel male, una persona di famiglia con cui non si sente alcun imbarazzo a mostrarsi in situazioni intime. Per scherzare, ma non troppo, dico sempre che io, Alessandro e Pietro eravamo una bella coppia.

Cioè alla fine è come se io fossi diventato un pezzo di loro: la mia guida, il mio tutoraggio, i miei suggerimenti, le mie provocazioni, erano percepiti da loro quasi a livello subliminale.

Agostino Ferrente, cinematographe.it

Foto di Riccardo Pompili

Il regista del resto, è il primo spettatore del film, con il vantaggio di poterlo cambiare in corso d’opera: se loro dicono una cosa buffa, ma che non mi fa ridere, o una cosa drammatica, ma che non mi fa commuovere, io gliela faccio ripetere. Io capisco quello che loro hanno dentro e li aiuto e li guido ad esprimerlo al meglio. Poi in fase di montaggio scelgo, ma sono sempre loro che lo hanno detto e loro che ce l’hanno dentro, io li ho solo aiutati a trasmetterla al meglio allo spettatore, in modo che anche lui capisca.

L’alternativa si chiama “film partecipato”, ovvero io ti do la camera, tu ti filmi e poi, una volta che hai finito, mi ridai la camera con il materiale. Ma questo tipo di tecnica non era applicabile nella nostra situazione perché servono dei filmmakers un minimo esperti in grado di girare in maniera autonoma e comunque a me non piace molto il risultato finale di operazioni simili, perché mi fa soffrire la disomogeneità stilistica dei vari contributi”.

Non pensi mai però che così facendo potresti arrivare a manipolare la realtà che mostri?

“Il punto non è la “manipolazione” in quanto tale, perché di fatto “manipolare” è il compito del regista, i punto è se tale manipolazione è usata rispettando o meno i personaggi e la loro natura.

Ti faccio un esempio: un datore di lavoro tratta sempre bruscamente il suo dipendente, poi arrivo io con la telecamera e all’improvviso, sapendo di essere filmato, il datore di lavoro comincia a trattare bene il suo dipendente, in modo educato e rispettoso. Se io, regista, lo lascio fare e lo filmo così, pensando che non è giusto manipolare il personaggio e la situazione, di fatto alla fine mi sono io che mi faccio manipolare dal personaggio. Sta a me regista spingerlo ad essere se stesso, e a trattare il suo dipendente come fa anche quando la telecamera non c’è, a costo di “dirigerlo” ed esortarlo a “recitare” la parte del burbero, del severo… Così finisco per usare un artificio narrativo per raccontare meglio la realtà. Altro esempio: io conosco un ragazzo genio e sregolatezza, che lascia i mozziconi di sigaretta per terra… e mi innamoro a tal punto di lui da volerci fare un documentario, ma quando vengo a casa tua lui mette a posto tutto, pulisce, non ci sono più i mozziconi…. A quel punto non è più il personaggio di cui mi ero innamorato a telecamera spenta. Lui puoi dire: questo sono io in realtà. E allora chi ha manipolato di più la realtà? Io o lui? Il mio compito di regista può, in quel caso, spingermi a buttarli io per terra i mozziconi…

Io devo raccontare la loro anima e trasmetterla al meglio. Poco mi importa se lo faccio con la fiction o meno, loro sono reali e quella realtà io devo trasmettere. Loro passano da persone a personaggi e, in questo passaggio, c’è i mio lavoro di regista, se del caso anche con licenza poetica”.

Agostino Ferrente, cinematographe.it

Foto di Riccardo Pompili

Agostino Ferrente su Napoli: è un rapporto di odio e amore

Il tuo rapporto con Napoli?

“Odio e amore. Io sono di un posto simile: vengo dalla Puglia e i miei genitori rispettivamente da Basilicata e Calabria: sia nelle mie terre d’origine che a Napoli, dove ormai sono di casa, ci sono tante cose che non sopporto più e altre di cui continuo ad essere follemente innamorato o ad innamorarmi ogni volta.

La cosa che amo di più di Napoli è la sua lingua, e, bada bene, non ho detto “dialetto”.

Straordinaria, musicale. La lingua italiana è noiosa, cacofonica, è una lingua costruita, artificiale, mentre quella napoletana è musicale e stracolma di metafore. Pensa al successo delle canzoni italiane nel mondo. Quelle napoletane sono più famose di quelle americane addirittura, hanno venduto più dei Beatles. E poi che metafore… Abbandonare un amico, non presentarsi ad un appuntamento con lui diventa “appendere il compagno”, Pensa il tuo amico che hai abbandonato ed è lì appeso, chessò, ad un cornicione, per colpa tua…

In Selfie il lavoro dei sottotitoli è mirato a salvare il più possibile la musicalità delle espressioni in napoletano, anche se l’italiano è comunque indietro”.

Progetti per il futuro?

“Come ti ho già accennato vorrei staccarmi dal documentario un attimo per dedicarmi un po’ alla parte del cinema più legato alla fiction. Anche se non voglio dare un taglio netto con il mondo documentaristico. Semplicemente vorrei alternare ed equilibrare i due mondi”.