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Netflix colpisce ancora. Dopo aver introdotto una nuova modalità di fruizione, dopo aver rivoluzionato il concetto di streaming e di serie tv (e dopo aver vinto il Leon D’Oro con Roma di Alfonso Cuaròn), continua ad alzare l’asticella unendo alla forma – ormai quasi sempre ineccepibile – un contenuto pieno, importante e coraggioso. In Italia e nei 190 Paesi raggiunti dalla piattaforma, arriva Sulla mia pelle, denuncia silenziosa di uno dei fatti di cronaca più gravi degli ultimi anni: la morte in carcere di Stefano Cucchi avvenuta a Roma il 22 ottobre 2009. Il film è disponibile a partire dal 12 settembre anche nel classico contenitore della sala cinematografica, grazie alla distribuzione di Lucky Red.

Leggi anche la nostra recensione del film Sulla mia pelle

Il regista Alessio Cremonini ripercorre l’ultima settimana della vita di Cucchi, morto nel reparto di Medicina protetta del Sandro Pertini, dopo essere stato arrestato con l’accusa di detenzione e spaccio di stupefacenti. Sotto lo sguardo commosso del pubblico della 75ª Mostra del Cinema di Venezia, alla presenza del cast e della famiglia, il film è stato proposto in anteprima nella sezione Orizzonti della kermesse cinematografica più importante d’Italia, suscitando nel giro di pochissime ore le prime polemiche.

Vedi il commovente abbraccio tra Ilaria Cucchi e il cast del film Sulla mia pelle dopo la prima visione a Venezia 75

La polemica della Polizia su Sulla mia pelle e l’impegno di Ilaria Cucchi

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Alessandro Borghi e Jasmine Trinca sul set del film

I vertici delle forze dell’ordine – pur dichiarando di non aver visto il film – hanno tacciato la pellicola di accusare ingiustamente e denigrare la Divisa, dimostrando come l’ottusa persistenza sulle proprie posizioni porti, oltre che a un’esasperata miopia, a fare grandi figuracce. Il film di Cremonini si sforza di raccontare, infatti, con un taglio cronachistico che evita speculazioni e generalizzazioni, il punto di vista della vittima, una versione che possiamo dedurre dalle testimonianze e dai referti di quegli ultimi giorni terribili di sofferenza fisica ed estrema solitudine. Il regista, supportato dalla performance straordinaria dell’attore protagonista Alessandro Borghi, mette in piedi il racconto sobrio, misurato, estremamente reale di una morte che tutt’ora reclama una spiegazione. Le dichiarazioni dei sindacati di Polizia confrontano l’attenzione riservata a Stefano a quella data ai tanti martiri in divisa della storia del nostro Paese, segnalando una preoccupante dicotomia tra civili e forze dell’ordine e tra un “noi” e un “loro” che ha poco senso di esistere. La lotta di Ilaria Cucchi, raccontata in Sulla mia pelle attraverso la combattiva Jasmine Trinca, altro non è che una crociata per la verità e la giustizia che rappresenta un interesse collettivo, traendo forza da un lutto privato. Solo nel 2009, infatti, le morti in carcere sono arrivate a toccare cifre vergognose: quella che dovrebbe essere una misura correttiva e di rieducazione sociale, per 176 persone è diventata una strada senza ritorno.

Sulla mia pelle: le proiezioni nei centri sociali

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Alessandro Borghi è Stefano Cucchi in Sulla mia pelle

Compito del cinema non è sostituirsi al giudice, ma dare voce a chi non ne ha (più), rinnovando l’interesse dell’opinione pubblica su un caso che non deve essere dimenticato. Il senso di appartenenza della comunità alla vicenda di Cucchi ha portato, infatti, a un altro episodio eclatante legato a Sulla mia pelle: da anni tema di dibattiti e dell’allarme sulla crescente deriva autoritaria dello Stato, il film ha attratto l’interesse dei militanti di centinaia di centri sociali sparsi in tutta Italia. Sono nate così spontaneamente delle proiezioni-pirata, pubblicizzate sui social network e puntualmente intercettate dalla distribuzione ufficiale. Al di là della normativa che rende illegale questo tipo di fruizione, l’episodio è indice dell’urgenza sociale che c’è dietro questo film e questa storia, un desiderio diffuso di parlarne e un’inquietudine crescente che si diffonde tra chi ha compreso che di spaccio si può anche morire, se si passa sotto le mani sbagliate.

Sulla mia pelle e Diaz – Non pulire questo sangue

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Una scena di Diaz di Daniele Vicari

Un caso altrettanto aberrante, che sposta – anzi – la tragedia su una scala numericamente più vasta è raccontato nel film del 2012 di Daniele Vicari, Diaz – Non pulire questo sangue. Come suggerisce il titolo, il regista romano ha ripreso la cronaca della mattanza della scuola Diaz durante il Genoa Social Forum del 2001, dove la Polizia di Stato mandò in ospedale 61 persone, tra cui tre in prognosi riservata e uno in coma. Contrariamente a quanto fa Cremonini in Sulla mia pelle, Vicari sceglie di raccontare la sua storia partendo da un espediente di fiction, senza però venir meno all’intento di denuncia e di ricerca della verità. Luca (Elio Germano) è un giornalista accorso a Genova dopo la morte di Carlo Giuliani, Anselmo (Renato Scarpa) è in piazza a manifestare con il SPI CGIL, Alma (Jennifer Ulrich) fa parte del movimento anarchico tedesco ed è stata testimone del massacro, Max (Claudio Santamaria) è un vicequestore aggiunto del primo reparto mobile di Roma che si rifiuta di ordinare una carica contro i Black Bloc: personaggi inventati, ma credibili che convergono in un ritratto corale di una ferita ancora aperta nella Storia italiana contemporanea.

Il volto livido di Stefano si anima – nello spazio illusorio di un film – e racconta finalmente la sua versione di quelle ore, per poi tornare nella fissità di quell’icona di sofferenza che tutti conosciamo. Le foto della Diaz, così come l’ultimo toccante ritratto di Cucchi, sono tornate più e più volte sui quotidiani, commentate dai cronisti televisivi, rimbalzate sui social, accompagnate da slogan. Divise tra questa e quell’altra fazione, tra chi sente il dovere di difendere un’istituzione chi di attaccarla ad ogni costo, sono immagini della violenza su chi non ha avuto gli strumenti per difendersi e dell’abuso dei concetti di ordine e decoro. Il cinema, che tante volte costruisce castelli in aria, sogni, illusioni, torna a inquadrare l’essere umano dietro la cronaca: per questo tocca nel profondo, sconvolge e attinge dall’emozione un nuovo impulso alla lotta per la verità.

Di tutte le parole che negli anni sono state spese sul suo caso, queste sono, per me, le più illuminanti: “Non è accettabile, da un punto di vista sociale e civile prima ancora che giuridico, che una persona muoia non per cause naturali mentre è affidata alla responsabilità degli organi dello Stato”. Giuseppe Pignatone, procuratore della Repubblica di Roma. (Dalle note di regia di Alessio Cremonini).

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