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22 Ottobre 2009, presso l’Ospedale Sandro Pertini muore Stefano Cucchi, arrestato poco più di un mese prima dai carabinieri per spaccio di sostanze stupefacenti. Al momento del decesso Stefano ha 31 anni, è alto 1 metro e 62 e pesa appena 37 chili. La sua morte inizialmente viene attribuita alla denutrizione e disidratazione, a sospetti abusi di droga o all’aggravarsi del suo stato di salute dato il mancato ricovero in una struttura più idonea.
I familiari vengono a sapere della morte di Stefano da un ufficiale giudiziario che bussa alla loro porta per chiedere l’autorizzazione all’autopsia, dopo che durante la detenzione e la degenza gli era stato sostanzialmente impedito di vederlo.
Non ci mettono molto a capire che le cause della morte sono collegate agli orrendi lividi e ferite provocate da terribili percosse subite dal ragazzo… ma chi è stato?

Il resto della vicenda, con le accuse, la mobilitazione della società civile, della famiglia di Stefano, le foto del suo viso tumefatto, le polemiche, la politica che si schiera, sono parte di una vicenda che ha fatto parte del nostro quotidiano negli ultimi 10 anni. E che speriamo la magistratura risolva in tempi brevi. Ma tutto ciò non interessa che in minima parte l’iter di Sulla Mia Pelle, il film di Alessio Cremonini, pellicola d’apertura della rassegna Orizzonti della 75ª Mostra del Cinema di Venezia.

Sulla mia pelle: la storia di Stefano Cucchi raccontata dalla cinepresa di Alessio Cremonini

Sulla Mia Pelle si concentra su quel mese che vide passare in modo lento e atroce un ragazzo gracile, epilettico, con problemi di droga e qualche precedente, dalla vita alla morte dentro le spire dello sciagurato e lassista sistema carcerario italiano.
Ci guida con sguardo freddo ma mai banale tra le celle, le guardiole, le piccole sale d’aspetto, gli ospedali fatiscenti di una Roma che non appare mai, non si indovina mai, di cui rivive solo il dialetto ma non quella bucolica e abusata bellezza che il mondo ci invidia.

Straordinario nella fotografia di Matteo Cocco e Michele D’Attanasio, sublimato da un montaggio di Chiara Vullo sempre puntuale, Sulla Mia Pelle si posizione a metà tra il film ed il flm-documentario, in uno status volutamente ibrido e scarno nel suo terrificante realismo e naturalismo.
E questa scelta di Cremonini appare quanto mai azzeccata e condivisibile, lontana dal patetismo, dall’esagerazione o dalla retorica che spesso hanno intrappolato nel passato operazioni simili, condannate da un gemellaggio all’italico melodramma che le privava della genuinità e dell’efficacia nel parlarci dei dramma umani che ci circondano.

Possente nella capacità di suscitare emozioni nello spettatore, impietoso con la ributtante inadeguatezza, il lassismo, l’omertà e la mancanza di pietas umana delle istituzioni italiane, vive della straordinaria prova d’attore di un Alessandro Borghi quasi irriconoscibile, calato in modo perfetto nei panni di questo piccolo ed malnutrito ragazzo distrutto dalla droga e dalle botte. Cupo, triste, malinconico, debole nel fisico, testardo nel seguire le leggi non scritte di un carcere che lo divora e lo spezza, il suo Stefano Cucchi non è mai né buono né cattivo, è semplicemente un essere umano. E questo, per un attore, è un traguardo tanto ambito quanto difficile da raggiungere.

La trasformazione di Alessandro Borghi è uno dei punti di forza di Sulla mia pelle

sulla mia pelle Cinematographe.it

Sulla Mia Pelle mostra, risparmia poco o quasi niente allo spettatore, eleva a missione parlarci non della violenza (suggerita, resa palese ma mai mostrata) quanto della sofferenza, del dolore.
Di Stefano, della sorella Ilaria (Jasmine Trinca), del padre (Max Tortora) e della madre (Milvia Marigliano), di tutti coloro che abitano quel regno del niente che sono le nostre carceri, siano essi i detenuti o i vari infermieri, assistenti, guardie e via dicendo.

Kafkiano nel suo farci perdere in un incubo claustrofobico senza luce, ripetitivo, sempre uguale, cementato, osceno nella mancanza di umanità e menefreghismo elevati a religione, decostruisce completamente il mito dell’Italia come patria del “volemose bene”, del carabiniere o poliziotto come eroe nazional-popolare.
Del resto anche i recenti fatti di cronaca ci mostrano un degrado morale che vede le forze dell’ordine sempre più al centro di atti vergognosi di prevaricazione se non addirittura di violenza fine a se stessa.
Ma del resto spesso ci dimentichiamo di quanto dai tempi della cannonate di Lamarmora ai fatti del G8 di Genova, in Italia la polizia più che tutela del cittadino sia sovente stata manganello classista verso i poveri, i ribelli, gli studenti, gli operai o chiunque vada contro l’Ordine che essi difendono.

Sulla mia pelle: la natura umana emarginata e senza speranza

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Sulla Mia Pelle per diversi, lunghi istanti ci fa quasi concentrare più che su Stefano, sul campionario umano poliziottesco che lo picchia, lo sevizia, lo irride, lo ignora e quasi fa finta di non vedere la progressiva morte di un essere umano.

E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci, con quella stoffa ruvida che puzza di rancio, fureria e popolo. Peggio di tutto, naturalmente, è lo stato psicologico in cui sono ridotti (per una quarantina di mille lire al mese): senza più sorriso, senza più amicizia col mondo, separati, esclusi (in una esclusione che non ha eguali); umiliati dalla perdita della qualità di uomini per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare)

Questo scriveva a suo tempo Pasolini (per poi essere completamente frainteso e strumentalizzato).

Il film di Cremonini è quindi anche un viaggio dentro quel mondo neo-fascista, menefreghista, ignorante, che ammorba come un virus le forze dell’ordine di questo paese, che le vede forti con i deboli, spietate con i piccoli criminali o con l’intellettuale, lo studente, il non allineato ai “valori” di uno squadrismo strisciante e machista.

Unico difetto di questo film dalla vocazione civile impeccabile, forse l’assenza, nella  comunque buona sceneggiatura di Cremonini e Lisa Nur Sultan, di un’indagine, una spiegazione, una luce su quel piccolo mondo delle borgate diroccate, del sottoproletariato, dello spaccio, dei quartieri degradati che portarono Stefano (a dispetto degli sforzi della famiglia) a imboccare la strada sbagliata.
La natura umana emarginata, deformata dalla mancanza di speranza, dalla violenza come vocazione, insomma: chi era Stefano Cucchi prima di quell’ottobre 2009? Questa domanda viene abbastanza aggirata.
Tuttavia non si può negare la potenza, l’umiltà e la grande efficacia con cui Sulla Mia Pelle ci parla della vergognosa realtà dietro la morte di un gracile ragazzo di strada, vergogna che ci appartiene in quanto cittadini di uno stato ogni giorno più inferocito contro i miserabili, i diversi e i deboli. Per il quale conta l’odio e non la speranza.

Sulla mia pelle è in uscita il 12 settembre sia su Netflix che al cinema, distribuito da Lucky Red.

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