Shining, Shelley Duvall e Kubrick: la vera “room” 237

Shelley Duvall è diventata famosa grazie a Shining di Stanley Kubrick. Ma oltre a darle la notorietà pare il cult le abbia lasciato in eredità anche il ricordo di un lavoro lungo e stressante, causa dei suoi problemi di salute?

- Ultimo aggiornamento: 3 Novembre 2019 22:13 - Tempo di lettura: 10 minuti

Vedendo Shining di Stanley Kubrick per la prima volta non c’è dubbio che l’interpretazione di Jack Nicholson risulti ipnotica, sopra le righe, affascinante, irripetibile. Eppure tutta quella follia che man mano si accresce nel suo volto, nelle sue movenze, che impenna scena dopo scena esasperando la vocalità, che ci fa provare terrore e stupore, non sarebbe bastata a rendere il film – ispirato all’omonimo racconto di Stephen King – un cult. Tutta quell’inquietudine che la pellicola riesce a trasmetterci nei momenti clou è merito anche e soprattutto di Shelley Duvall, alias Wendy Torrance.

Shining – Extended Edition: leggi qui la recensione della versione estesa dell’opera horror di Kubrick

Se Jack Torrance è irascibile, violento, visionario, spaventoso, Wendy è fragile, terrorizzata, svampita, confusa. Il volto perennemente sconvolto, la voce stridula di chi sta attraversando la follia. E se Jack forse un po’ risveglia il nostro lato oscuro, Wendy lo esaspera, ci trascina nella disperazione di una donna senza via di fuga, di una madre che deve riuscire a tutti i costi a portare in salvo il figlio, portarlo in salvo dal padre. E fuori nevica e nessuno risponde. Una donna sola nel posto più remoto del mondo, nella stagione più brutta dell’anno.

Ma come ha fatto Shelley Duvall a calarsi così perfettamente nei panni di Wendy? Quale stratagemma ha usato Kubrick per ottenere tale interpretazione? Solo dopo diversi anni dall’uscita del film, avvenuta nel 1980, il regista è stato accusato di essere stato la causa del crollo psichico dell’attrice, ricoverata nel 2009 a causa di disturbi mentali.
Difficile pensare che un film possa aver indotto a ciò, ma magari ha fatto lo stesso effetto che fa la benzina sul fuoco, visto che il cineasta ha portato la Duvall a incanalare costantemente tutto il terrore e l’ansia, fino alla fine delle riprese. A testimoniare la vita sul set del film provvede anche un documentario girato dalla figlia di Stanley, Vivian Kubrick, intitolato Making The Shining.

Ma ripercorriamo la carriera di Shelley Duvall e il suo rapporto con  Kubrick per cercare di capire per quale ragione era sull’orlo di abbandonare Shining.

1. Shelley Duvall e gli inizi della carriera

Nata a Houston il 7 luglio del 1949, Shelley Duvall ha debuttato sul grande schermo nel 1970 in Anche gli uccelli uccidono (Brewster McCloud) di Robert Altman, in cui interpreta Suzanne. Un ruolo a cui l’attrice arrivò quasi per caso: all’epoca era una studentessa universitaria; quel colpo di fortuna la convinse che molto probabilmente la recitazione era adatta a lei.

La collaborazione con Altman durò a lungo, estendendosi a ben cinque film – I compari (1971), Gang (1974), Nashville (1975), Buffalo Bill e gli indiani (1976) e Tre donne (1977). Sempre nel 1977 la Duvall viene diretta da Woody Allen in Io e Annie e conclude così la sua carriera negli anni ’70, mentre gli anni ’80 aprono le porte non solo al famoso live action Popeye – Braccio di Ferro, in cui interpreta la protagonista Olivia, sempre diretta da Robert Altman, ma soprattutto a un genere a lei completamente nuovo. l’horror.

2. Shelley Duvall e il nuovo progetto di Stanley Kubrick: Shining

Come è chiaro stiamo parlando di Shining e, anche se sembra strano dire una cosa del genere, a quei tempi Stanley Kubrick non faceva esattamente rima con successo al box office o successo di critica. Drammi come Rapina a mano armata (1956) e Orizzonti di gloria (1957) non avevano riscosso molto successo e dovette attendere il 1960 con Spartacus per attirare l’attenzione di Hollywood, diretto su richiesta speciale del suo produttore, Kirk Douglas (tra l’altro nei panni di Spartaco, protagonista del film). Nonostante il successo, Douglas non esitò ad annotare le difficoltà riscontrate durante le riprese.
Le opere seguenti sono ancora oggi dei capolavori della settima arte. Parliamo di Lolita (1962), Il dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba (1964), 2001: Odissea nello spazio (1968), Arancia meccanica (1971), che fu addirittura tolto dalle sale cinematografiche per volere dello stesso Kubrick. Tutte opere immortali ma di cui il pubblico ebbe da ridire e per gli scandali e per la violenza e per la sessualità che mostravano. Lo stesso Barry Lyndon (1975), che fugge dalle tematiche care al regista, ebbe un’accoglienza tiepida.

Tutto ciò per chiarire che Shining poteva essere un lavoro intrigante dal punto di vista attoriale, ma certo non poteva identificarsi con la prospettiva di un successo facile.

3. Shining: il lavoro mastodontico di Stanley Kubrick

Ispirato all’omonimo romanzo di Stephen King, a cui il regista ha applicato i dovuti rimaneggiamenti, Shining apriva le porte dell’orrore alla mente geniale di Kubrick, riscrivendo la storia di King e della sua famigliola che, rinchiusa in un hotel infestato, si disgrega sotto i colpi dell’alcolismo del capofamiglia. Il regista la reinterpreta, aiutato dalla co-sceneggiatrice Diane Johnson, trasformando Shining in un labirinto di follia, esplorando la mascolinità e la malvagità. Il fulcro della storia rimane comunque il dramma familiare dei Torrance, i loro rapporti tesi, che l’isolamento nell’Overlook Hotel provvede ad accentuare.

Il ruolo di Wendy Torrance non sarebbe stato facile per nessuno. L’attrice interpreta infatti la moglie dello scrittore alcolizzato Jack e la madre del problematico e sensitivo Danny. Una situazione difficile da affrontare, comune a tante altre donne che nella realtà si trovavano (e si trovano) realmente intrappolate in matrimoni violenti. A ciò si aggiunge che Wendy, rispetto agli altri due personaggi, non è in sintonia con gli eventi soprannaturali che avvengono all’interno della struttura.

In ogni caso, pur forse ignara del successo che avrebbe avuto la pellicola, Shelley Duvall ha accettato di lavorare con Kubrick e ciò è stata certamente una svolta per la sua carriera.

4. L’importanza dell’isolamento in Shining e le 127 volte di Shelley Duvall

All’interno del film chiaramente non ci sono solo i Torrance ma anche altri personaggi, certo non appartenenti alla nostra dimensione, ma è chiaro che anche per girare le scene con i fantasmi il regista si è servito di attori in carne e ossa, il che potrebbe farci immaginare la creazione di una rete di legami sul set; l’esperienza tipica di far parte di una troupe insomma. Tuttavia la presenza di più persone alle volte è necessaria, soprattutto quando si lavora a un film di tale portata, come supporto psicologico, però questo non sembra essere avvenuto in Shining.

Le scene in cui confluiscono altri attori sono diverse, eppure è chiaro che l’itera pellicola si concentri soprattutto sul trio composto da Jack, Wendy e Danny Torrance (interpretato da Danny Lloyd). Riguardo a quest’ultimo, che al tempo delle riprese aveva solo 6 anni, Kubrick ha fatto di tutto pur di proteggerlo dagli elementi più orribili che vediamo nel film. Di fatto sia Shelley Duvall che Jack Nicholson hanno girato il film senza poter avere nessuna relazione con altri colleghi, respirando forse anche più del dovuto quell’atmosfera di isolamento che regna in tutto il film.

Un lavoro a dir poco arduo, che ha tenuto ancorati alla telecamera i due attori principali per 13 lunghi mesi; più di un anno in cui il regista ha perfezionato ogni dettaglio fino all’esasperazione. Si racconta ad esempio che tale implacabile mania di perfezione avesse portato Stanley Kubrick a girare diverse volte le scene che vedono protagonista il barista Lloyd, interpretato da Joe Turkel, nella ricerca dello “scatto perfetto”. Turkel ha ricordato di aver provato una conversazione con Nicholson per sei settimane.
E se Kubrick ha richiesto tanta preparazione per una scena così semplice, non è difficile immaginare quante volte abbia fatto rifare le altre scene. In particolare Shelley Duvall ha dovuto rifare una sequenza, con tutto il carico emotivo che essa comportava, ben 127 volte. 

5. Shining di Stanley Kubrick e le differenze col finale scritto da Stephen King

Il romanzo di Stephen King giunge a un climax infuocato in cui la rabbia omicida di Jack Torrance lo induce a trascurare i suoi compiti di ripristino della fornace, portando a un’esplosione che consuma l’Overlook Hotel. Stanley Kubrick e Diane Johnson hanno accantonato questo finale a favore di una conclusione più sommessa in cui Jack si congela a morte mentre Wendy e Danny fuggono, lasciando l’hotel in attesa dei visitatori della prossima stagione. L’unico residuo della “caldaia instabile” nel film è una scena in cui Wendy si occupa delle misure, dimostrando che Jack non ha mai fatto il suo lavoro.

Mentre il film stesso mancava di questo fuoco purificatore, il set di Shining subì realmente tale destino e, proprio quando la produzione sembrava volgere al termine, un incendio distrusse uno degli hotel centrali. Non è mai stata chiarita la causa dell’incidente, ma pare derivasse dall’enorme potenza richiesta per simulare la luce fredda dell’inverno, che oscura la vista attraverso le finestre dell’Overlook. In ogni caso, questo incendio ha comportato $ 2,5 milioni di danni e aggiunto altre tre settimane di lavoro alla produzione, esaurendo ulteriormente il cast e la troupe.

6. Un soggiorno infinito nell’Overlook Hotel per Shelley Duvall e il resto del cast

In Making The Shining Shelley Duvall racconta che è stata sradicata da casa sua per lungo tempo, rimanendo in Inghilterra da maggio 1978 fino a ottobre. L’attrice e il regista ebbero qualche diverbio sul set: lui criticava il suo modo di recitare, chiedeva uno sforzo estremo a tutti, persino alle comparse, e cambiava il copione continuamente.
La Duvall arrivò persino a perdere i capelli per il troppo stress e tra le immagini che chi era sul set vide se ne annovera una dell’attrice distesa sul pavimento in preda a un “brutto attacco d’ansia”, con gli assistenti della produzione pronti a fornirle acqua e coperte. La Duvall ha raccontato anche delle infinite giornate lavorative, che la tenevano inchiodata al set per 15-16 ore.

Circa il cambio repentino e giornaliero del copione, fu una rivelazione fatta alla madre di Stanley Kubrick dallo stesso Jack Nicholson, che disse alla donna come dovevano far affidamento a un sistema di codifica a colori per cercare di non confondersi tra le diverse versioni.

7. Shelley Duvall e il complicato rapporto con Stanley Kubrick

Riguardo al rapporto del regista con gli attori, anche Making The Shining sembra testimoniare il confronto piacevole tra Kubrick e Jack Nicholson. Un’amicizia che invece non sembra esserci con Shelley Duvall. Lo stesso Nicholson se ne rese conto, giustificando questa diversità nella differenza tra i due personaggi, l’uno che acquista maggior fiducia in sé man mano che il minutaggio va avanti e la sua pazzia esplode, l’altra invece che si terrorizza e perde fiducia sempre di più.

Eppure non era solo una questione di interpretazioni. Kubrick e Duvall avevano delle accese discussioni davvero molto spesso ma, nonostante i mancati idilli, l’attrice ha dichiarato di essere stata grata al regista per averle permesso di far parte di un film che, a distanza di quasi 40 anni, è ancora un capolavoro di cui tutti parlano.

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8. Shelley Duvall e la sua carriera dopo Shining

Come è chiaro, bisognerà attendere anni prima che Shining venga elogiato. Quando arrivò nelle sale cinematografiche, nel 1980, la stampa svelò critiche contrastanti, King ebbe da ridire e anche gli incassi al box office non fecero faville.

Nel frattempo Shelley Duvall si dedicò a esperienze di lavoro più semplici e confortevoli, tondando a collaborare con Robert Altman nell’adattamento di Popeye, affiancata da Robin Williams. Tra gli altri film ricordiamo I banditi del tempo di Terry Gilliam (1981), Torbide ossessioni di Steven Soderbergh (1995), Manna from Heaven di Gabrielle Burton (2002), che segna la sua ultima apparizione sul grande schermo. Si dedicò anche a prodotti televisivi per bambini e uscì persino con un paio di album musicali.

9. Shelley Duvall e la malattia mentale dopo Shining

Dopo la commedia del 2002 Shelley Duvall si ritirò dalle scene, rimanendo tranquilla nella sua casa, in Texas. Solo nel 2016 si è venuto a sapere che la famosa attrice soffriva di disturbi mentali. Il Radar ha riportato una dichiarazione dell’attrice che sarebbe stata portata presso una casa di cura: “Sono infelice qui! Non voglio davvero morire così. Non ho soldi. Ho realizzato cinque serie TV e un sacco di film e non ho niente!” – avrebbe detto. L’attrice, che a quanto pare vive col suo partner Dan Gilroy, ha dichiarato tempo fa di vivere grazie ai contributi di previdenza sociale (poco più di mille euro) e di aver chiesto aiuto allo psicologo Phil McGraw, noto oltreoceano grazie al programma da lui creato e condotto, Dr. Phil, in cui la Duvall è stata ospitata.

Nel corso della trasmissione, andata in onda nel novembre del 2016, l’attrice è apparsa irriconoscibile e trasandata. Ha dichiarato cose insensate, come ad esempio il fatto che Robin Williams non è mai morto. Precedenti (del 2009 per l’esattezza) erano poi le sue dichiarazioni sugli alieni e le accuse al regista di Shining, che l’avrebbe tenuta in isolamento rispetto al resto del cast e all’oscuro di alcune scene per rendere le grida e gli atteggiamenti di terrore più reali.

Certamente non sono mancate le critiche da parte di alcuni utenti, prima tra tutti proprio Vivian Kubrick, che ha indirizzato (tramite Twitter) una dura lettera al Dr. Phil, che riportiamo di seguito:

Caro Dr. Phil,
sta mettendo sotto i riflettori Shelley Duvall mentre soffre a causa di problemi di salute. Senza dubbio si tratta esclusivamente di una forma di intrattenimento lurido e spaventosamente crudele.
Shelley Duvall era una star del cinema… qualsiasi dignità possa avere in questo mondo una creatura sfortunata, questa le viene negata dal fatto di essere mostrata in questo modo.
Sono disgustata. Spero che altri si uniranno a me nel boicottare la sua forma di intrattenimento, perché non ha nulla a che fare con la compassione.

Non sapremo mai se la Duvall si è ammalata anche a causa del faticoso lavoro fatto in Shining. Di fatto è passato parecchio tempo quindi, per quanto sia stato stressante e per quanto abbia potuto oltrepassare la soglia di sopportazione della donna, non possiamo pensare che il suo status derivi solo da quella esperienza. Di certo ci auguriamo che superi gli ostacoli che la vita le pone e possa uscirne vincitrice, alla fine, proprio come ha fatto la sua Wendy.