Stanley Kubrick: 10 curiosità sul regista di Shining e Arancia Meccanica

In occasione del ventesimo anniversario dalla scomparsa del maestro Stanley Kubrick, ricordato ancora oggi come uno dei più grandi cineasti mai esistiti, riscopriamo insieme alcune curiosità sulla sua vita e  ideologia artistica.

2001: Odissea nello spazio, Shining, Arancia Meccanica, Il dottor Stranamore, Full Metal Jacket. Eyes Wide Shut. Questi sono solo alcuni dei lavori per cui il cineasta Stanley Kubrick viene ricordato dalla maggior parte delle persone e che oggi, a 20 anni esatti dalla sua morte, sono ancora considerati e studiati in tutto il mondo come sommi capolavori della storia del cinema. Un artista più che un semplice regista, capace di spaziare a tutto tondo nel campo della settima arte e riuscendo a ricoprire molteplici ruoli allo stesso tempo in ogni fase della realizzazione delle sue monumentali opere: da direttore della fotografia a montatore e scenografo, da creatore di effetti speciali a scrittore e fotografo.

Nel corso di più di quarant’anni di carriera, Kubrick ha realizzato tredici indimenticabili lungometraggi, un numero che potrebbe sembrare di modesta entità nella filmografia di qualunque altro autore ma che risulta indiscutibile se si analizza con cura la difficoltà dei singoli progetti realizzati. Il regista era portatore di un cinema rivolto alla qualità più che alla quantità, un’arte destinata a cambiare e trasformarsi in qualcosa di nuovo, volta dopo volta, pregna di compositi significati e in cui ogni singola inquadratura era importante per il risultato finale. Un meticoloso lavoro che puntava interamente sull’attenzione per il dettaglio e sulle valenze intrinseche che il cinema poteva provocare nello spettatore, non semplice spettacolo ma vera e propria esperienza cognitiva con l’ambizione di fondo di produrre grandi opere senza tempo. La sua morte ha lasciato dietro un vuoto incolmabile che nessuno sarà mai in grado di riempire e noi vogliamo ricordarlo così con alcune curiosità che lo riguardano.

“If it can be written, or thought, it can be filmed – Se può essere scritto, o pensato, può essere filmato.” – Stanley Kubrick

Un’ossessione per i dettagli

In molti conosciamo la sua carriera come regista di lungometraggi iniziata nel 1953 con la pellicola Paura e Desiderio, ma non tutti sanno che prima ancora di scoprire il suo amore per il cinema, Kubrick possedeva quello per la fotografia. Alla giovane età di 16 anni, il regista vendeva già i suoi scatti al magazine Look, per il quale realizzò più di 27000 fotografie collaborando dal 1945 al 1950 prima in veste di tirocinante e poi come inviato in giro per gli Stati Uniti. Nonostante si trattasse di fotogiornalismo e di rappresentazione della realtà nella sua naturalezza, Kubrick preferiva piuttosto “dirigere” la composizione dei suoi scatti, lavorando con il soggetto dell’immagine fino ad ottenere l’opera che per lui risultava perfetta.

Ogni movimento ed espressione facciale era calcolato al minimo dettaglio, in una tecnica che poi avrebbe adottato in seguito in campo cinematografico. La sua ossessione per il raggiungimento di una perfezione in immagini è documentata anche negli innumerevoli scatti che sono stati poi ritrovati nella sua villa dell’Hertfordshire e che testimoniamo l’immensa quantità di lavoro a cui egli si dedicava dal punto di vista fotografico nel dietro le quinte dei suoi film. Secondo il documentario di Jon Ronson intitolato Stanley Kubrick’s Boxes, il regista ha scattato più di 30000 fotografie solo per il suo ultimo film Eyes Wide Shut. Se questa rappresenta una media degli scatti, non è difficile fare un calcolo di quanti rullini il cineasta ha consumato nel corso della sua carriera.

Tredici lungometraggi ma infiniti altri progetti

Tra gli innumerevoli progetti ai quali Kubrick mise mano, solo tredici hanno effettivamente visto la luce del grande schermo. Il regista lavorò senza sosta su infinite idee, in alcuni casi anche per diversi decenni, ma non sempre riuscì a portarle realmente a compimento, a volte per mancanza di opportunità, altre volte per mancanza di tempo o, ancora, a causa di sceneggiature non ritenute all’altezza. I suoi adattamenti cinematografici di opere letterarie quali Il pendolo di Foucalt di Umberto Eco o de Il bruciante segreto di Stefan Zweig rimasero per sempre nel cassetto, così come il film sul rapinatore di banche Willie Sutton intitolato I Stole 16 Million Dollars, che prese forma in una sceneggiatura rifiutata da Kirk Douglas in quanto considerata mal congeniata. Si dice che Kubrick fu perfino chiamato per dirigere una versione de Il signore degli anelli quando la casa di produzione United Artists ne comprò i diritti nel lontano 1960.

Ma tra i tanti progetti non realizzati da Kubrick, quelli sui quali versò più tempo, sangue e lacrime sono sicuramente due: Aryan Papers, un film drammatico sull’Olocausto sul quale il regista lavorò per ben 30 anni ma che fu accantonato definitivamente dopo l’uscita del capolavoro di Steven Spielberg, Schindler’s List, e il biopic su Napoleone Bonaparte, il quale fu ritenuto troppo costoso per prendere vita. Purtroppo, tutti noi resteremo sempre con il dubbio su cosa la brillante mente di Kubrick avrebbe potuto concepire se queste idee avrebbe veramente preso forma sul grande schermo.

Un regista amante della tecnologia

Come abbiamo detto all’inizio, Kubrick non si limitava semplicemente a ricoprire il ruolo regista, bensì preferiva essere un vero e proprio artista della cinematografia nel senso più generale del termine. Oltre all’estrema ossessione per la fotografia, egli era anche un appassionato di tecnologia che lo portò ad essere coinvolto anche nel lato più pratico del cinema, oltre che a crearsi una collezione personale di macchine da presa e fotografiche, ammassate nel suo appartamento di New York. La sua passione era tale da renderlo quasi un esperto in tal senso, tanto che per il film Barry Lindon, egli decise di modificare in prima persona le lenti NASA Zeiss, le stesse utilizzate nel telescopio della Hubble, per creare una luce naturale che rispecchiasse il più fedelmente possibile lo stile del 18esimo secolo. Proprio l’amore e la grande immaginazione di Kubrick per la tecnologia costituirono uno degli spunti per la realizzazione della pellicola AI: Intelligenza Artificiale che Steven Spielberg fece in suo onore e che, siamo sicuri, il maestro avrebbe estremamente apprezzato.

Il coinvolgimento nel finto sbarco sulla Luna

Ci sono molte storie divertenti riguardanti la teoria del finto sbarco sulla Luna, ossia l’idea secondo cui l’uomo non sia mai arrivato a mettere piede sul nostro satellite bensì tutto ciò fosse un’ingannevole opera di propaganda operata dagli Stati Uniti per supportare il proprio paese durante la Guerra Fredda. Secondo alcuni, Stanley Kubrick, colui che ha vinto l’Oscar per gli effetti speciali di 2001: Odissea nello spazio, sarebbe in realtà dietro l’imbroglio costruito dalla super potenza quel 20 Luglio 1969, utilizzando il suo grande talento per la realizzazione degli effetti visivi e la sua incredibile attenzione per i dettagli per farci credere che quella trasmissione in contemporanea mondiale stesse accadendo sul serio mentre era solamente un ottimo ma pur sempre finto artefatto tecnologico. Secondo questi complottisti, Kubrick aveva delle conoscenze all’interno della NASA che lo chiamarono per aiutarli nell’uso delle stesse tecnologiche che egli aveva sfruttato nel suo capolavoro sullo spazio. E per completare il tutto, il cineasta avrebbe perfino rivelato il suo coinvolgimento nell’elaborato piano diabolico sotto forma di piccoli suggerimenti velati nel film Shining. Una fantasia da vero premio Oscar.

Una passione lunga una vita

Durante il liceo, Kubrick era uno studente nella media che mostrava poca passione per le varie materie e che non si impegnava duramente per il raggiungimento dei propri obiettivi. Un quadro difficile da credere considerando la sua estetica come regista ma che si spiega nel fatto che egli non provava grande fiducia verso il sistema educativo americano. Nel 1940, il padre di Stanley decise di mandarlo in California per vivere con lo zio e fu proprio qui che il giovane sviluppò per la prima volta un vero e proprio interesse verso qualcosa che gli rimase per tutto il resto della sua vita: gli scacchi.

In seguito, Kubrick affermò che questo sport insegnava a pensare attentamente prima di agire, a controllare le emozioni per non farti cadere in errore e a escogitare soluzioni e vie d’uscite quando ti trovi in difficoltà. Per i parchi era facile trovare il cineasta intento a guadagnare qualche dollaro vincendo partite di scacchi contro i suoi avversari. Il regista possedeva perfino una mossa preferita di apertura, ossia la 1.b4 – “The Orangutan”, e diventò amico del campione Larry Evans. Un articolo del 1966 rivelò inoltre che durante la realizzazione de Il dottor Stranamore, Kubrick continuava a battere a scacchi George C. Scott mentre dirigeva il film senza dimostrare la benché difficoltà nel svolgere i due compiti contemporaneamente.

Un uomo dai metodi difficili

Sin dai suoi primi lavori, ai collaboratori di Kubrick fu chiaro come lui non fosse un uomo facile con cui lavorare, sia per la sua ideologia estetica e sia perché non si limitava a svolgere solamente il suo ruolo di regista. Durante le riprese del suo terzo lungometraggio The Killing, il cineasta ebbe parecchie discussioni con il direttore della fotografia poiché, a causa della sua estesa conoscenza di quell’arte, Kubrick cercava in tutti i modi di compiere anche il lavoro destinato al fotografo e ai cameraman. Oltre a questo, il suo stile e il suo modo di approcciarsi all’opera rendeva complicato il coinvolgimento dei vari collaboratori in un clima tutt’altro che sereno. Kubrick lavorava nei suoi tempi, che abbiamo visto essere abbastanza biblici, e non permetteva a nessuno di entrare nelle sue scelte creative. Se nella sua mente una scena era stata concepita in quella maniera, era necessario che fosse realizzata esattamente in quel modo. Una cosa è certa: Stanley Kubrick non era il miglior datore di lavoro del mondo.

Una serie di successi tardivi

Nonostante ad oggi la maggior parte dei lavori di Stanley Kubrick siano considerati come capolavori indiscussi del cinema, quasi mai il trionfo di una sua pellicola è arrivato nel momento dell’uscita in sala. Ora ci sembra assurdo, ma all’epoca della loro presentazione, 2001: Odissea nello spazio, Shining, Arancia Meccanica e Full Metal Jacket, solo per citarne alcuni, non furono accolti propriamente dal plauso degli spettatori e tantomeno si rivelarono una grande hit ai box office mondiali. La critica non sembrava aver colto immediatamente fino a dove si estendeva la grandezza delle sue opere e la sua cifra stilistica tant’è che Shining, seppur ottenne un discreto successo al botteghino, fu poi parzialmente stroncato nelle recensioni ricevendo addirittura due candidature ai Razzie Awards, una proprio come Peggior Regia. Nonostante gli alti e bassi e i parziali successi e insuccessi, Kubrick non si fermò di fronte a niente, continuando a realizzare i suoi progetti come lui li aveva immaginati e, come è giusto che sia, il tempo gli ha dato poi ragione.

Una varietà di sensazioni a suon di musica

Oggigiorno, Stanley Kubrick non viene studiato solamente sui libri di storia del cinema ma anche attraverso gli insegnamenti di musica applicata alla settima arte o semplicemente di composizione dei film. La colonna sonora era uno degli aspetti più importanti per il regista, il quale era anche parecchio pignolo nella scelta delle musiche e degli strumenti sonori. Ogni singolo elemento doveva produrre una determinata esperienza sensoriale nello spettatore e la musica era il metodo migliore per trasformare le immagini sullo schermo in quella data sensazione. In un’intervista, Kubrick ha così affermato: “Penso che la musica sia uno dei modi più efficaci per preparare il pubblico e sottolineare dei concetti che si vogliono far notare ad esso. L’uso corretto della musica, e ciò include anche il non-uso della musica, è una delle armi più potenti che un regista abbia a disposizione”. Il regista faceva uso di un ampio repertorio musicale, dal popolare al classico fino ad arrivare alle elaborazioni elettroniche senza mai porsi limitazioni in quanto qualsiasi cosa poteva contribuire al risultato finale con un po’ di considerazione e attenzione.

Cinema e letteratura: due arti affini e libere da costrizioni

Stanley Kubrick - Cinematographe.it

Dal momento che quasi tutti i suoi lavori erano adattamenti di opere letterarie, Kubrick sviluppò con il tempo una capacità di tradurre visivamente in maniera estremamente accurata le parole che le persone leggevano sui romanzi, tant’è che molti delle sue pellicole erano strutturate in ben definiti atti, come se fossero capitoli di un libro. Egli riprese tutti i più importanti espedienti narrativi, dalla suspense che si prolungava nello sviluppo della trama al prolungamento delle sequenze per conferire un determinato ritmo lento e inesorabile. Secondo Kubrick cinema e letteratura non erano due arti tanto distanti, così come il lavoro che compivano i relativi autori, e una volta ha affermato: “Un regista ha quasi la stessa libertà che uno scrittore ha quando compra per sé un po’ carta per scrivere”. Registi e romanzieri sono, quindi, due anime affini legate dalla stessa libertà creativa e che in nessun modo deve essere fermata.

Gli idoli di Kubrick

Elia Kazan Stanley Kubrick - Cinematographe.it

Elia Kazan

Può sembrare strano ma perfino un grande maestro come Kubrick possedeva degli autori che guarda lui stesso con altrettanta ammirazione così come facciamo noi oggi con lui. Per i suoi lavori, il regista ha diverse volte affermato di aver avuto tra le sue influenze i lavori gotici di Franz Kafka e H.P. Lovecraft, mentre nella sua lista di autori preferiti quali David Lean, Ingmar Bergman, Max Ophüls, François Truffaut e i nostri Federico Fellini e Vittorio De Sica. Su tutti questi, però, c’era un cineasta che occupava un posto fondamentale nel suo cuore e che per lui rappresentava il miglior regista di tutti i tempi: si tratta di Elia Kazan, che i più ricorderanno soprattutto per Fronte del porto e La valle dell’Eden. Anche ai più grandi è concesso avere idoli, per quanto assurdo possa apparire.