Robin Williams Cinematographe

Il 21 Luglio del 1951 nasceva Robin McLaurin Williams, per tutti semplicemente Robin Williams. Era Robin il simpatico, l’istrionico, il caratterista che diventò protagonista; il comico che riusciva a dare sfumature drammaticamente intense anche alle interpretazioni più esilaranti e garanzia di qualità nella scelta dei film da andare a vedere al cinema o in televisione. Un artista che ha contribuito a ridefinire il ruolo dell’attore comico, non relegandolo più a macchietta e facendo esplodere la comicità, dandole peso, corpo, rendendola tridimensionale, intensa, arrivando a diventare, addirittura, amplificatore di sofferenze. Tutto questo, e molto altro, è stato quest’attore immenso, questa icona di nome Robin Williams.

Robin Williams: gli inizi

Fin da giovane Robin Williams sceglie di intraprendere la carriera attoriale, di studiare seriamente recitazione. Una scelta che, dopo il diploma conseguito nel 1971, lo porta ad abbandonare la facoltà di scienze politiche presso la quale si era iscritto per rincorrere il suo sogno, iscrivendosi così alla Juilliard School di New York e, dopo essersi applicato con zelo, inizia un suo percorso di gavetta che lo porta a solcare palcoscenici e a cimentarsi nella stand up comedy, sin da subito. Osservando il suo percorso è chiaro, dal primo istante, che questo poliedrico artista abbia voluto dare una base solida di ricerca, studio e preparazione a quello che sarebbe stato il suo lavoro di attore comico, da cui deriverà poi quella forma mai banale di commedia che ha impersonato con le sue interpretazioni nel corso di più di trent’anni di carriera.

Robin Williams: l’ingresso a Hollywood e i film che l’hanno reso celebre

Robin Williams Cinematographe

Il suo ingresso ufficiale a Hollywood avviene nel 1987 con la forte e sfaccettata interpretazione di Adrian Cronauer nel mai dimenticato Good Morning, Vietnam, ruolo che gli frutta la sua prima nomination agli Oscar e che dà un’impronta importante al suo stile: brillante ma impegnato, comico ma mai semplice intrattenitore, leggero ma mai superficiale, esilarante ma con quella perenne punta di malinconia nello sguardo, in quel suo sorriso a labbra strette, pieno di significati.

Parlare della carriera florida di quest’uomo complesso, coraggioso e sensibile è impossibile senza tralasciare titoli fondamentali, ma è importante ricordarne alcuni, che tengono le fila del suo immaginario nei cuori dei fan in tutto il mondo. A Good Morning, Vietnam segue, solo due anni dopo, il ruolo che ogni educatore ha guardato con commozione: il professor Keating de L’attimo fuggente, che lo conferma come un interprete capace di andare così nel profondo da diventare un’icona.

Ma Robin non ha mai dimenticato di divertire, di far sognare, di strappare sorrisi di tenerezza, e così nel 1991 lo vediamo protagonista, accanto a un cattivissimo Dustin Hoffman, di Hook – Capitan Uncino per la regia di un signore di nome Steven Spielberg. Qui Williams interpreta il ruolo indimenticabile di un Peter Pan di mezza età che decide di rimettersi la calzamaglia verde per amore dei suoi figli.
E, così come in Hook – Capitan Uncino, il tema della paternità ritorna in modo tenero e divertente in Mrs Doubtfire – Mammo per sempre in cui veste i panni di un padre disperato che per poter stare vicino ai suoi figli, si finge un’adorabile signora di una certa età e si fa assumere come governante dalla sua ex moglie.
Robin Williams è stato anche il selvaggio Alan Parrish che, costretto da un incantato gioco da tavola, resta per vent’anni a vivere nella Giungla, nel mitico Jumanji (1995). Williams è stato anche il dolcissimo protagonista di Jack (regia di Francis Ford Coppola, 1996),  che narra la storia di un bambino di dieci anni con una forma fortissima di invecchiamento precoce.

Robin Williams è tornato ad interpretare il ruolo del mentore passionale, del maestro ispiratore, dai tempi de L’attimo fuggente, con il ruolo dello psicologo in Will Hunting – Genio ribelle (regia di Gus Van Sant, 1997), ruolo che gli valse l’Oscar come miglior attore non protagonista. Williams è stato tante cose, tante persone, tante maschere, Williams è stato Patch Adams (regia di Tom Shadyac, 1998), il medico – clown, l’uomo che ha capito prima di chiunque altro che il sorriso è la prima causa di buona salute, che ridere può salvare la vita alle persone. E chissà che questa non sia stata proprio la missione che anche lo stesso Robin abbia cercato di portare avanti con il suo lavoro che, sempre divertente, sempre profondo, sembra mantenere l’intento di rendere più piacevole la giornata ai suoi spettatori.

Robin Williams: la sua uscita di scena e un’eredità importante

Robin Williams ha, però, interpretato anche ruoli molto drammatici, si è persino cimentato in thriller psicologici ricoprendo in alcuni casi il ruolo del “cattivo”, dell’inquietante, come in One hour photo, film del 2002, e Insomnia, film di Christopher Nolan dello stesso anno, in cui lo vediamo recitare accanto al mostro sacro Al Pacino. Il nostro grande comico esce di scena nel 2014, lasciandoci, forse, in modo coerente, con la comicità più allegra e leggera de Una notte al museo – il segreto del faraone, terzo capitolo della ridanciana saga con protagonista Ben Stiller. Il nostro grande comico esce di scena nel 2014, in modo doloroso e inaspettato, lasciandoci un’eredità di importanza storica per il cinema mondiale; esce di scena senza preavviso per tutti noi che lo credevamo perfettamente sano e ancora pieno di voglia di farci ridere.

Robin ha voluto togliersi la vita, l’11 agosto del 2014 e, certo, il vociferare di un legame tra la sua morte e la classica dipendenza dell’attore di Hollywood da alcool o droghe, fu facile, ma mesi dopo sua moglie Susan Schneider (a lui sposata dal 2011, sua terza coniuge. Prima di lei l’attore era stato unito, fino al 1988, alla ballerina Valerie Velardi dalla quale aveva avuto il primogenito Zachary e poi, dal 1989, alla seconda moglie Marsha Garces, con la quale aveva avuto i figli Zelda e Cody Alan) dichiarò che il suo amato compagno di vita aveva recentemente scoperto di essere affetto dal morbo di Parkinson, e che gli sarebbero rimasti solo pochi anni. Potrebbe essere stato un gesto di resa alla disperazione o potrebbe, addirittura, essere stato una sorta di incidente causato dalle allucinazioni che la patologia neurodegenerativa di cui soffriva, spesso associata al Parkinson, la demenza da corpi di Lewy, gli provocava. Qualunque sia stata la causa del suo gesto,  è per tutti noi sempre e ancora più interessante il rivedere, studiare, approfondire il suo messaggio, nutrito di profondo rispetto per l’atto del “far ridere”, così ingiustamente relegato ad una dimensione di frivolezza, ed in realtà vero antidoto alla sofferenza umana. Il 21 luglio di quest’anno avrebbe compiuto 67 anni.