One Hour Photo CInematographe.it

Era il 2002, e il mai troppo compianto Robin Williams,  si accingeva a prendere parte al film One Hour Photo diretto da Mark Romanek (celebre regista di videoclip, qui al suo esordio cinematografico). Prodotto dalla Fox Searchlight, è interpretato da Connie Nielsen, Michael Vartan e Dylan Smith. Accolto favorevolmente dalla critica, il film trova la sua ragione d’essere nell’interpretazione del sopracitato Williams che, con questa opera, chiude “la trilogia oscura” del 2002 (gli altri due titoli sono Insomnia di Christopher Nolan ed  Eliminate Smoochy di Danny DeVito) in cui impersonava personaggi negativi e, in qualche modo, disturbati.

Di cosa parla il film One Hour Photo?

La trama di One Hour Photo segue le vicende di Sy, uomo dal carattere apparentemente pacato, che lavora presso il laboratorio fotografico all’interno di un grande magazzino. Il suo compito è quello di sviluppare le fotografie, incarico affrontato con grande perizia ed estrema metodicità. Come avremo modo di notare, egli si dedica esclusivamente al suo lavoro: non ha una famiglia né rapporti sociali di alcun tipo ma comincia a provare una particolare affezione nei confronti degli Yorkin (due coniugi e un bambino) i quali, spesso, si rivolgono a lui affidandogli rullini (siamo nel 2002) contenenti immagini di una realtà familiare che l’uomo, in maniera sempre più morbosa, fa propria arrivando persino a sognare di essere parte della stessa.

Questa insana passione, viene coltivata da Sy nel suo privato: il suo appartamento ospita le fotografie che la famiglia ha prodotto negli anni. Nonostante i tentativi di approccio reale nei confronti degli Yorkin (in particolar modo del bambino a cui regala una macchina fotografica usa e getta e un giocattolo), il commesso si accontenta di un legame fittizio, ancorché appagante. Ma, in seguito al suo licenziamento e alla scoperta della relazione adulterina di Will, patriarca della famiglia, Sy si produrrà in atti di stalking arrivando, peraltro, a scontrarsi con l’uomo e la sua compagna.

One Hour Photo è un intenso thriller psicologico: racconta la solitudine dell’essere umano che per via di turbamenti o traumi, non riesce a stabilire un contatto con il mondo esterno decidendo, quindi, di rinchiudersi all’interno di un mondo “altro” (virtuale o immaginario). Questa problematica viene rappresentata alla perfezione da un Robin Williams eccelso. Utilizzando una recitazione sottotono, è in grado di trasmettere tutta la frustrazione e lo smarrimento di un uomo alla ricerca di legami che egli stesso non è in grado di costruire.

Il voyeurismo, gioca una componente essenziale in tutto questo: possiamo, effettivamente, sentirci parte di qualcosa senza, però, agire (evitando, così, rischi e delusioni). Costruiamo un universo parallelo, le cui sorti sono decise esclusivamente da noi. Questo porta all’idealizzazione, dannosa nel momento in cui viene disattesa, come accade al protagonista del film, non appena si rende conto che anche la famiglia Yorkin non è esente da difetti e problematiche (la fedeltà del marito, la distaccata reazione della moglie). Il “mondo di Sy” (il cui suono è simile a Shy, timido) si scontra con la dura realtà e il suo, già precario equilibrio, verrà messo a dura prova e distrutto, irrimediabilmente, una volta perso il lavoro (sua unica ragione di vita, e la storia ci farà anche intuire il perché).

Qual è il significato che si cela dietro il film One Hour Photo?

Il personaggio ideato da Romanek e portato in vita da Williams, si potrebbe paragonare ad una bomba ad orologeria: provato dalle innumerevoli vicissitudini e delusioni che lo hanno colpito, oscillerà da un comportamento di tipo passivo ad un atteggiamento aggressivo (esempio eclatante di questa transizione: Sy arriva a produrre, egli stesso, del materiale fotografico che utilizzerà per mettere in atto la sua vendetta).

La caratterizzazione psicologica del personaggio, viene ulteriormente arricchita da sequenze oniriche ottimamente realizzate (gli occhi sanguinanti: grande metafora). “Studio sul personaggio” è la definizione che Mark Romanek attribuisce alla sua sceneggiatura: “Parlandone con Francis Ford Coppola, mi resi conto che il copione ero uno studio sul personaggio sotto le spoglie di un thriller”.

Il significato del film, oggi, risulta quanto mai attuale. In un’epoca dominata dai social, il concetto di realtà e apparenza viene, spesso, tragicamente travisato dai giovani (e non solo) che, come Sy, si convincono di conoscere, intimamente, delle persone tramite foto o da alcune frasi che appaiono all’interno dei loro profili. La problematica sorge nel momento in cui non si arriva a comprendere che le immagini davanti a noi possono essere “false” (o vere solo in parte), come lo stesso protagonista ammetterà, con rammarico, nel prologo della pellicola: le foto, talvolta, rappresentano una visione rarefatta delle nostre vite, una maschera che nasconde il nostro vero io, in favore di una più semplice e omologata versione di noi stessi, ben lontana dalla realtà.

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