Forse non c’è un film più italiano e più discusso, nel 2019, del Pinocchio di Matteo Garrone. Una favola cinematografica in grado di trascinarci in un mondo che inizia a esistere solo nel momento in cui il grande (o piccolo) schermo si illumina. In quel momento si comincia a viaggiare in una terra meravigliosa che è la nostra Italia, che esiste ed è tutt’ora abitata ma che non si potrebbe attraversare senza l’ausilio di una guida impeccabile. Un paesino da presepe sospeso tra realtà e finzione in cui la fantasia dell’autore detta le regole, sorretta dalla creatività dello scenografo Dimitri Capuani, a cui Pinocchio ha portato la vittoria ai David di Donatello 2020.

Pinocchio (2019): recensione del film di Matteo Garrone

Tuttavia Capuani non è stato il solo ad essere stato premiato dall’Accademia del Cinema italiano, dal momento che l’adattamento de Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino (scritto da Carlo Collodi) ha totalizzato la bellezza di ben quindici candidature per un totale di cinque statuette andate, oltre a Capuani, al costumista Massimo Cantini Parrini, ai truccatori Dalia Colli e Mark Coulier, all’acconciatore Francesco Pegoretti e a Theo Demeris e Rodolfo Migliari per gli effetti speciali. È rimasto a bocca asciutta l’artefice primario di questo capolavoro, Matteo Garrone, ma soprattutto Roberto Benigni, in concorso nella categoria miglior attore non protagonista, che ha visto trionfare Luigi Lo Cascio con Il traditore

Noi per primi, facendo un pronostico sui papabili vincitori, ci siamo mostrati dubbiosi tra la vittoria di Lo Cascio e quella dell’autore de La vita è bella. E non possiamo certo dire che l’uno lo meritasse più dell’altro: entrambi sono attori fantastici, elogiati dal pubblico prima ancora che dalla critica. E proprio per questo Roberto Benigni non può dirsi triste per la mancata vittoria del “COVID di Donatello”, come l’ha soprannominato scherzosamente, correggendo subito il tiro per mezzo di un “ehm”, perché a prescindere da tutto la sua interpretazione di Geppetto in Pinocchio, desiderata all’ennesima potenza da Garrone, è stata apprezzatissima dal pubblico. Non serve andare troppo lontano per rendersene conto: nell’intervista video rilasciata a noi di Cinematographe e riportata anche sul nostro canale YouTube FilmIsNow Italia diversi utenti hanno tessuto le lodi dell’attore e comico toscano il quale, per quanto spesso e volentieri riesca a stuzzicare per bene i suoi interlocutori per mezzo di paragoni politici e culturali, alla fine sa cadere sempre in piedi, armato di un talento innato e di una simpatia contagiosa.

La stessa che evidentemente ha stregato Matteo Garrone, che l’ha voluto a tutti i costi nel film, dichiarandosi più e più volte grato della sua presenza. Perché il regista di Reality è fatto così: è un grande ma ancora forse non l’ha capito; come tutti i grandi porta addosso un involucro di umiltà che fa quasi tenerezza e che forse ci aiuta ancor meglio a comprendere l’unicità della sua arte. A un film-maker così timido non poteva che accostarsi un interprete così carismatico, esplosivo, sopra le righe, ma soprattutto un attore che ama il racconto di Collodi tanto quanto lui.

Pinocchio di Matteo Garrone: la sintesi di mille storie d’amore

Pinocchio Cinematographe

Matteo Garrone stesso ha definito Pinocchio “una storia d’amore tra un padre e un figlio”, ma a nostro parere il film tesse molte più relazioni intestine atte a elaborare effusioni d’amore viscerale tra i professionisti e il racconto sempre attuale di Carlo Collodi. Roberto Benigni, in primis, è un baluardo di quella che potremmo definire “la pinocchitudine”. Come ha dichiarato egli stesso la fiaba ha attraversato la sua vita, addirittura sia la madre che Federico Fellini lo chiamavano “Pinocchietto”, inoltre non dimentichiamo che ha interpretato il burattino nel film da lui stesso diretto nel 2002, di cui ha altresì firmato la sceneggiatura insieme a Vincenzo Cerami.

Avere il ruolo del padre di Pinocchio nel film del 2019 per lui ha rappresentato certamente una prova di coraggio sotto più aspetti. Innanzitutto prima che le immagini ufficiali raggiungessero il web nessuno poteva immaginare cosa avremmo visto e tutti avevamo impressa nella mente l’immagine di Benigni col vestitino di carta e l’abecedario in mano; tutti ci domandavamo silenziosamente se fosse stato così bravo da cancellare quella diapositiva riportando sul grande schermo unicamente Mastro Geppetto. Su come e quanto ci sia riuscito ne parleremo a breve, ma prima va sottolineato un altro dettaglio: la riammissione nel mondo cinematografico, dal quale l’attore toscano mancava da ben sette anni.

A queste sfide Roberto Benigni ha fatto egregiamente fronte restituendoci un Geppetto autentico, un personaggio che si erge nel marasma di una moltitudine di soggetti ibridi (oltre al burattino animato si menzionano, per esempio, il grillo parlante, i medici gufi, la Lumaca, il Gatto e la Volpe e tutti gli esseri fantastici umani solo per metà) proponendo un concentrato di umanità pura.
Geppetto si impadronisce completamente di Roberto Benigni trasmettendogli tutta la sua paternità improvvisata, la comicità, la disperazione, la saggezza e la bontà, in un’escalation di veridicità ed empatia in cui l’attore mette sul piatto tutta la sua fisicità: striminzito, infreddolito, con la barba incolta e i vestiti stracciati, si presta a scenette da cinema muto che da sole bastano a dominare la scena.

Roberto Benigni e il suo Geppetto così simile a San Giuseppe

Pinocchio

Benigni è nuovamente un padre modello grazie a Matteo Garrone. Nella sua interpretazione si scorge la stessa leggerezza di Guido (La vita è bella), quell’urgenza di insegnare a vivere e a sorridere. In lui convivono una malinconia e una povertà che non fanno mai male, attutite prontamente dall’inventiva e dalla comicità, nonché dosi di amore, compassione e coraggio sufficienti a bilanciare tutta la falsità e le menzogne alle quali assistiamo per gran parte della durata del film.

Parlando del suo personaggio Benigni l’ha paragonato a San Giuseppe, col quale a suo parere Geppetto condivide pari popolarità. D’altro canto, dice, entrambi si sono trovati a fare i genitori all’improvviso, di figli che non ascoltano, che ne combinano di tutti i colori, che muoiono e risorgono. E l’interprete italiano riesce a inculcare lo stupore, la gioia e la disperazione del suo personaggio con una mimica facciale imbattibile, con una rimodulazione della voce in grado di prelevarci dal mondo reale e di portarci in quello così campestre e antico della pellicola.

In Pinocchio (disponibile in home video, su Sky Primafila, Rakuten TV, Chili, Infinity, Apple TV+) avviene un piccolo miracolo italiano che va oltre la bellezza e l’apprezzamento soggettivo della pellicola per incastrare i pensieri e i sentimenti di ogni membro del cast artistico e tecnico. Nel film di Garrone convergono gli artefici di “un altro Pinocchio” – non solo Benigni ma anche Massimo Ceccherini, co-autore della sceneggiatura (vi dicono nulla Fermi tutti questo è uno spettacolo, Pinocchio e Lucignolo?) – e i legami con colui che  questa storia tutta italiana la creò. Così, per esempio, nell’elaborazione dello spazio in cui si srotola la storia di Pinocchio ci si rifà alle illustrazioni di Carlo Chiostri ed Enrico Mazzanti fino a estendere il sentimento di riverenza per l’opera di Carlo Collodi alla ricerca delle location che realmente hanno influenzato lo scrittore e giornalista fiorentino.

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Avviandoci verso la conclusione è dunque chiaro come Roberto Benigni sia riuscito a strapparsi di dosso il vestitino inamidato di Pinocchio e quel lungo naso per regalarci un Geppetto impeccabile, un falegname a cui molti si sono affezionati così tanto che avrebbero voluto vederlo più a lungo durante la visione del film. E se il burattino alla fine della pellicola riceve in dono l’umanità, Roberto Benigni riceve da Matteo Garrone la possibilità di aver realizzato una delle più belle interpretazioni della sua vita, regalando a sua volta al pubblico uno spaccato di meraviglia.