Alfonso Cuarón, Guillermo del Toro, Alejandro Iñárritu cinematographe.it

Tra Premi Oscar, Leoni d’Oro (una doppietta scritta nelle stelle: La forma dell’acqua, 2017; Roma, 2018) e allori vari ed eventuali racimolati nei festival di mezzo mondo, è diventato impossibile ormai ignorare l’incredibile ascesa del cinema messicano contemporaneo. Una storia che unisce tre quasi coetanei – Alfonso Cuarón,Guillermo del Toro, Alejandro González Iñárritu – e una “fabbrica dei sogni” in grande fermento, capace di far emergere in poco più di dieci anni una nuova generazione di attori (Diego Luna, Gael García Bernal), sceneggiatori (Guillermo Arriaga) e direttori della fotografia (Guillermo Navarro, Emmanuel Lubezki) dalle ceneri di un’industria abituata alla subordinazione con la vicina America.

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Chiamiamolo New Mexican Cinema, Nuova Onda messicana, o semplicemente Messico & Cinema: fatto sta che con ben 25 Oscar ottenuti negli ultimi anni (di cui 4 per la Miglior Regia) la realtà artistica degli Stati Uniti Messicani si è fatta transnazionale e universale, conquistando nuove fette di spettatori, influenzando a sua volta altre cinematografie e imponendosi all’attenzione dell’opinione pubblica come mai era successo prima. Ma da dove è nata questa rivoluzione? Quali sono i suoi tratti distintivi?

L’invasione dei registi messicani agli Oscar

Tutto ha inizio la notte del 25 febbraio 2007, in cui ben dieci esponenti del cinema messicano sono candidati all’Oscar. Fra questi spiccano Cuarón, del Toro e Iñárritu, già ampiamente sulla via della consacrazione. Babel, Il labirinto del fauno e I figli degli uomini ben riassumono i loro rispettivi modi di intendere il cinema: Iñárritu incarna il perfezionismo, attraverso incastri spazio-temporali che danno nuovo senso al corso del destino; del Toro crede nel cinema fantastico come veicolo e metafora della Storia, portando in scena il classico sonno della ragione che genera mostri; Cuarón sfida le convenzioni narrative, dando vita ad un curioso e affascinante ibrido di umanesimo e fantascienza. Temi e generi diversi, accomunati dal coraggio di spingersi oltre e da un linguaggio che fa riferimento al medesimo background esistenziale.

Del resto i three amigos – appellativo realmente affibbiato ai tre autori, che rimanda all’omonimo film di John Landis del 1986 – si conoscono, si stimano e si aiutano, al punto da presentare nel 2007 al presidente messicano Calderón una serie di proposte per migliorare la situazione artistica del proprio Paese e fondare nello stesso anni una casa di produzione cinematografica (la Cha Cha Cha Films, associata alla Universal e alla Focus Features) per promuovere i progetti made in Mexico. È anche grazie a loro se in un lasso di tempo oggettivamente breve si è passati dai 14 film prodotti in Messico nel 2002 – perlopiù grazie a fondi privati – ai 170 realizzati nel 2017.

Alfonso Cuarón, Guillermo del Toro, Alejandro Iñárritu: nuove leve, nuove regole, nuovi autori

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Questa insospettabile ascesa non si appoggia a nessun nume tutelare e a nessun maestro, non costituisce cioè una rinascita ma una vera e propria nascita da zero. Se pensiamo alla storia del cinema messicano gli esempi più illustri portano il nome di Emilio Fernández, punto di riferimento negli anni ’40 e ’50 ma al contempo accusato di fornire una falsa rappresentazione del suo Paese; di Luis Buñuel, in verità spagnolo e costretto a fuggire in Messico a causa della dittatura franchista; e di Arturo Ripstein, che dopo una breve parentesi di notorietà negli anni ’70 è ora sepolto nell’oblio più completo (nonostante sia ancora vivo e in attività).

Le nuove leve messicane sembrano erigersi dal nulla, imponendosi all’attenzione mondiale proprio in virtù di un talento, di una originalità e di un coraggio che il cinema globalizzato di oggi aspettava con impazienza. Se negli anni ’70 negli States c’era la New Hollywood di Scorsese, Coppola e Spielberg, ora c’è – in mezzo ad altre importanti sollecitazioni – il Nuevo Cine Mexicano di Cuarón, del Toro e Iñárritu, che con una manciata di titoli divenuti imprescindibili (Gravity e Roma, Il labirinto del fauno e La forma dell’acqua, Birdman e Revenant) ha stabilito le nuove regole del gioco.

Cinema messicano o cinema hollywoodiano?

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Per quanto all’interno delle filmografie dei tre cineasti coesistano sia grandi blockbuster americani che intime opere d’autore più vicine alle loro origini, le critiche non si sono fatte attendere: l’accusa è quella di una corruzione/svendita delle proprie capacità, e di una consapevole omissione delle tematiche scomode riguardanti il Messico (come il narcotraffico). Ma se è vero – come è vero – che gli Oscar e Hollywood sono la massima espressione del modello capitalista vigente, è altrettanto realistico sostenere che dai 2000 a oggi l’omologazione ha portato a una radicale riduzione dei confini, non solo spaziali ma anche produttivi. Un film costato milioni di dollari può contenere al suo interno i germi di un discorso autoriale e personale, e da questo punto di vista la risposta fornita da del Toro al giornalista che dopo gli Oscar gli ha chiesto cosa mai ci fosse di messicano in La forma dell’acqua (“Io”) appare del tutto legittima e sensata.

La verità è che senza l’intraprendenza dei three amigos, con la loro rete di conoscenze tra produttori e finanziatori, tutta questa bellissima storia non esisterebbe, e non sentiremmo parlare ad esempio di Carlos Reygardas (Nuestro tiempo), Alonso Luizpalacios (Museo) e Amat Escalante (Heli). Perché per dare luce e visibilità a un movimento che magari verrà ricordato dai posteri e studiato nei libri di cinema occorrono una struttura solida e uno sguardo lungimirante come quelli del New Mexican Cinema, da cui ad esempio il frammentato cinema italiano avrebbe molto da imparare.

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