La potenza dei più grandi classici è nella propria contemporaneità. Quando una storia funziona al momento della propria uscita, che sia il secolo scorso, cinquant’anni fa o oggi, è l’attinenza con il tempo che ne conferma la portata, ne certifica il valore e lo riporta, attraverso la capacità del significato dell’opera, a parlare con gli interlocutori di ogni generazione, tanto quelli di ieri, quanto quelli del presente. Piccole donne, nella sua classicità di fondo, nella maniera più delicata eppure incisiva possibile, riconferma tale equazione, giungendo nel 1868 come romanzo di formazione per schiere di giovani lettrici e parlando nello stesso modo ora, sempre grazie al testo e agli intrecci della storia scritta da Louisa May Alcott, interpellando dunque anche noi stessi.

L’aver incentrato un racconto sull’intimità di quattro sorelle, quattro ragazze nella loro crescita come individui in relazione alle proprie aspirazioni, ambizioni, mai tralasciate, ma ben chiare fin proprio dal principio della caratterizzazione dei personaggi, ha reso Piccole donne il libro in cui ogni lettore ha potuto scoperchiare una parte di quella femminilità che spesso, di secolo in secolo, è stata e viene tutt’oggi trascurata. Quell’essenzialità del compromesso senza pentimenti, del scendere a patti con la propria interiorità senza che sia, però, quest’ultima a dominare. È la fragilità che può coesistere con la determinazione, la pazienza che non significa lasciarsi mettere i piedi in testa. È il desiderio di volere nella propria vita una famiglia, ma non per questo sottostare alla patriarcale visione di un mondo in cui alla donna può essere concesso solamente che quello.

La ripresa di Piccole Donne e la sincerità di Louisa May Alcott e Greta Gerwingpiccole donne, cinematographe

È per questo che, a distanza di cento e più anni, Piccole donne continua a riproporsi nell’immaginario del pubblico mondiale, arrivando nella sua ultima forma come prodotto cinematografico scritto e diretto da uno degli astri nascenti femminili più promettenti della scena dello spettacolo, senza snaturarne il senso principale, ma piuttosto maneggiandolo per renderlo ancor più inerente ai dettami di oggi. Greta Gerwing, alla sua seconda pellicola da regista, sceneggia e dirige un’opera che sceglie per la sua attinenza con il femminile, con il moderno, con ciò che da tempo viene limitato alla donna e in cui la cineasta cerca, come aveva già fatto con Lady Bird, di scoperchiarne altri lati, ulteriori enigmi, utilizzando la materia offertale dalla Alcott e ri-plasmandola nel rispetto totale per il suo operato.

È, soprattutto, nell’aver mantenuto la natura prima del romanzo che la Gerwing centra il punto per la sua seconda pellicola. Nell’aver rispettato i termini della storia di Louisa May Alcott, la sceneggiatura a cui l’autrice ha lavorato non ricerca forzatamente il potere del femminile per estrapolarlo e incentivarlo sotto una lente che sarebbe potuta risultare distorta o artefatta. Non ha alimentato, fino ai massimi sistemi, l’autodeterminazione femminile, rendendolo unico termine di paragone per poter parlare alla contemporaneità. Ha trasposto, piuttosto, il romanzo mostrando come queste necessità, come queste esperienze basilari nella vita di una donna fossero presenti ieri quanto è importante discuterne, ancora di più, oggi. Non viziandone il piglio, non imbottendolo fino a farlo scoppiare senza rilasciare veramente rumore.

La sincerità di un racconto efficace viene fatto strumento per il Piccole donne di Greta Gerwing che, nonostante il saper condividere, dunque, l’anima del romanzo di fine Ottocento, si incontra con il ruolo che l’autrice sta rivestendo nel cambiamento in cui sono sommersi Hollywood e dintorni. E, sfruttando il proprio ruolo di faro in questa era di transizione, la Gerwing si affida alle sue protagoniste, credendo nei loro sogni, nella loro prospettiva futura, affidando non più solamente a Jo, come era potuto capitare con le pellicole precedenti, lo scettro della modernità, ma distribuendolo tra le varie sorelle e mostrandone, come in un unico prisma, tutte le differenti soggettività.

La compenetrazione di amore e ambizione, famiglia e mestierepiccole donne cinematographe.it

Un aprirsi che coinvolge la famiglia March e che catalizza il proprio cuore sulla possibilità di dividersi tra privato e pubblico, maternità e relazioni in rapporto a lavoro e propositi. È il non vergognarsi ciò che sta alla base del Piccole donne di Greta Gerwing, che si esprime per arrivare indifferentemente a uomini e donne, sempre con il medesimo messaggio: non temere di voler avere una famiglia piuttosto che una carriera, non aver paura di affidarti alle tue abilità nel mestiere a cui aspiri piuttosto che vederti incatenato a un sogno d’amore. E, nella diversità, la compenetrazione che è tutta nel personaggio di Jo, ossia quel non dover scegliere soltanto una delle due parti, il non credere mai che una posizione possa annullare indiscutibilmente l’altra.

Queste giovani donne sono pronte a maturare e capaci, perciò, di tutto. E, nello sguardo di fierezza della Jo di Saoirse Ronan, mentre vede stampare il proprio primo romanzo, troviamo la motivazione che il film di Greta Gerwing infonde, come, a suo modo, aveva cercato di fare l’adolescenza scombussolata della precedente Lady Bird. Prendendo da un classico della letteratura, la Gerwing ne ripresenta l’attualità e cerca di farsi megafono per ciò che, ad oggi, l’industria dello spettacolo e la vita di tutti i giorni richiedono: parità nell’essere considerate non donne, ma esseri umani, con volontà che vanno dall’amore all’ambizione, senza doverci accontentare. Greta Gerwing non lo ha fatto e, grazie al suo film, tante altre piccole spettatrici e spettatori potranno seguire il suo esempio.

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