Peaky Blinders, cinematographe.it

Era iniziata in sordina per il grande pubblico Peaky Blinders, sbarcata sul piccolo schermo nel 2013 grazie alla BBC, eppure i segnali per assistere a qualcosa fuori dal comune c’erano già tutti.

Fin dal luogo della première della serie, niente meno che il Festival Internazionale del Cinema di Edimburgo, passando per i grandi nomi presenti nel cast, nel quale la fa da padrone Cillian Murphy, ma dove la presenza di Helen McCrory e Sam Neill non è da sottovalutare, fino ad arrivare al suo autore, quello Steven Knight sceneggiatore de La promessa dell’assassino di David Cronenberg.

Polly Gray Peaky Blinders, cinematographe.it

Fatto sta che dopo la prima stagione Peaky Blinders decolla. La regia, il montaggio, la fotografia (soprattutto), i costumi, la scenografia, la colonna sonora e le interpretazioni, tutto comincia a funzionare meravigliosamente. Nascono le stelle di Paul Anderson, Annabelle Wallis e Joe Cole e vengono accolti tra le fila del cast attori del calibro di Tom Hardy e Adrien Brody. Il budget sale, i personaggi si dimostrano sempre più complessi e carismatici, la scrittura di Knight evolve costantemente nel suo destreggiarsi tra il crime violento e il thriller piscologico/politico, Murphy crea il suo perfetto Thomas Shelby, gigante tra i giganti, e la formula della struttura della serie diventa un’alleata d’eccezione del ritmo della storia.

Insomma, tra nomination e premi vinti (tra cui spicca il BAFTA per la miglior serie drammatica) e 4 stagioni in crescita, nasce l’epopea della famiglia Shelby e il mito dei Peaky “fuckin'” Blinders.

Peaky Blinders: un gelido inverno senza fine

Fin dalla presentazione dei suoi personaggi, la serie di Knight mostra come essi siano tornati dalla Prima Guerra Mondiale come anime tormentate, fantasmi in patria, indesiderati e indesiderabili dal resto della società.

Peaky Blinders, cinematographe.it

Arthur, Thomas e John, così come tanti altri personaggi che si avvicendano nel corso degli episodi, vivono una realtà parallela rispetto a quella della Birmingham degli anni ’20. Tra l’impossibilità di dimenticare i tunnel sotterranei delle Fiandre francesi e l’incapacità di reinserirsi nella quotidianità lontano dal fronte, ognuno cerca di sopravvivere come può, chi ricorrendo alla violenza, chi all’alcool e chi all’oppio, consapevole, ognuno, di non poter ricomporre i pezzi della propria mente e del proprio cuore.

Polly Gray è invece il simbolo dell’importanza del mondo femminile negli eventi e nella poetica della serie. Primo esponente di un immaginario composto da figure forti come e più delle loro controparti maschili, che trova in Grace la sua perfetta antitesi, figura femminile di eguale potenza, ma di ben diverso scopo all’interno dell’universo di Peaky Blinders.

L’attività criminale degli Shelby viene raccontata dagli occhi gelidi del suo capofamiglia, colui che più di tutti deve cercare di andare avanti senza mostrare segni di cedimento e colui che più di tutti è solo nella fitta nebbia che è diventata la sua mente. Neanche il brivido della sfida con i suoi avversari, la violenza delle sue scorribande, l’amore per i cavalli, il potente legame con i fratelli e la vicinanza spirituale al mondo zingaresco, riescono a essere di conforto alcuno per Thomas, che però, come ogni uomo, viene toccato dall’incontro con la propria metà. La storia con Grace, sebbene sofferta e complessa, sembra essere la luce della chiarezza per Thomas, simbolo in una serie che ha nel simbolismo gran parte della sua poetica, e una nuova primavera nel mezzo del gelido inverno della famiglia.

Peaky Blinders, cinematographe.it

Eppure anche questo sarà un momento fugace, pronto a essere inghiottito nel baratro buio e senza fondo di una stagione maledetta che sembra destinata a non finire mai.

E così si va avanti, con un nuovo avversario da sconfiggere e una nuova fetta di potere da conquistarsi, finché Thomas non troverà finalmente qualcosa per cui valga la pena rimanere nel mondo.

Peaky Blinders: qualcosa in cui credere

La quinta stagione è una delle più complesse dell’intera serie, più scritta e dialogata, decide di concentrarsi sui cambiamenti, preferendo raccontare la loro anima piuttosto che le loro attività criminali. Qui entra in gioco l’importanza dei cambiamenti storici cruciali degli anni sullo sfondo della storia e una ritrovata dimensione onirica latente in tutta la narrazione della serie.

Tommy Shelby,Peaky Blinders cinematographe.it

Mai come prima Thomas e Arthur vengono sviscerati emotivamente, rivelando allo spettatore il vuoto che, da sempre, si portano dietro e di come la loro affannosa corsa per riempirlo li abbia portati solamente ad ampliarlo ancor di più, per fare posto alle loro vittime (innocenti e non), ai loro morti e alla loro umanità, persa e ormai non più recuperabile. La sfida per loro non sarà però trovare qualcosa di terreno a cui aggrapparsi, qualcosa di dolce, bello o giusto, quanto dover fare i conti con quel mondo oscuro sempre pronto a portarglielo via.

Se Peaky Blinders ci ha insegnato qualcosa è che la lotta inizia proprio quando si trova qualcosa capace di donare un po’ di sollievo o di fornire un senso a un’esistenza che lo ha perso ormai da tempo. La nebbia, con i suo mostri e i suoi dolori, è sempre lì a un passo.

Peaky Blinders: atto finale

La struttura narrativa di Peaky Blinders si può individuare, semplificando, ma non sbagliando, in 2 grandi filoni.

Il primo riguarda il violento duello tra Thomas e il maggiore Campbell, risolto alla fine della seconda stagione, mentre il secondo, comprensivo della terza e della quarta, vede la famiglia Shelby alle prese con la minaccia, della durata di una stagione, dell’antagonista di turno, riuscendo a sconfiggerlo per compiere un altro passo in avanti verso il potere.

In silenzio, sullo sfondo, Knight disegna una cornice storica viva, che va avanti sempre e comunque, con la promessa di avere una sua importanza più sostanziosa al momento giusto.

Peaky Blinders, Peaky Blinders cinematographe.it

Adesso è il momento è arrivato.

La quinta stagione tira una linea e inaugura il terzo (e verosimilmente ultimo) filone narrativo che ci guiderà fino all’epilogo. Non c’è una figura forte contrapposta a Thomas Shelby, come lo sono state il maggiore Campbell, il boss londinese Alfie Salomons e il gangster Luca Changretta (la cui mancanza per la verità si avverte in alcuni momenti), ma c’è la narrazione di una ricerca interiore e l’inizio di una lotta in nome di qualcosa di diverso, che non sia il profitto o la conquista del potere.

Il personaggio di rilievo che scopriamo (anzi, riscopriamo) è il momento storico, che, come pochi altri ha fatto, impone un’urgenza. L’urgenza di decidere, di schierarsi e di agire, l’urgenza di comprendere e soprattutto della responsabilità di comprendere per chi può. Questo non è solo portatore dell’imminente tempesta fascista, ma è anche giudice intransigente dell’operato di Thomas, il cui impero vede profilarsi davanti a sé il terrore della fine come mai prima d’ora.

Peaky Blinders, cinematographe.it

Steve Knight ha preparato per noi una gigantesca composizione visiva, accompagna da una regia manieristica e ridondante (con una notevole e spiccata passione per l’uso del rallenty) e, come suo solito, una scrittura massiccia e variegata per l’introduzione all’atto finale di una epopea televisiva straordinaria. Costruendo sulla forte messa in discussione dei punti di riferimento dello spettatore, come la tenuta mentale e l’infallibilità di sua maestà Tommy Shelby, sempre razionale, posato e inattaccabile, e l’unità della famiglia, le basi per un finale di serie imprevedibile.

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